A Monfumo da Biondo Jeo dove la Quaiara ha generato la Glera

Nel recentissimo ultimo libro di G.R.A.S.P.O. dedicato ai vitigni rari italiani con le loro storie di Patriarchi, Profeti ed Eroi uno dei racconti più suggestivi è il percorso fatto dalla Quaiara, alias Vulpea (uno tra i più prolifici vitigni generativi italiani) e dei suoi tanti figli che abbiamo incontrato in giro per l’Italia.
Piccola Nera, Cjanorie, Molinara, Boschera sono i suoi figli diretti più interessanti anche se forse il più famoso è certamente la Glera il vitigno principale del sistema Prosecco.
Fino ad oggi però non erano certe le connessioni della Quaiara con la Glera mancava un punto geografico di contatto. A Monfumo da Biondo Jeo abbiamo finalmente incontrato ed assaggiato la mitica Rossona, vitigno generoso e storico di queste suggestive colline.
Il suo vino ha un colore rosso scarico, con un naso floreale di rosa e di agrume. Al gusto mostra una buona eleganza con una sapidità piacevole e di buona persistenza. La sua finezza si percepisce come sensazione finale in un gradevole e accattivante retro-olfatto, veramente sorprendente e moderno anche nelle annate meno favorevoli.
Un vitigno che meritava tutta l’attenzione di G.R.A.S.P.O. che ha provveduto come da protocollo al prelievo ed all’analisi genetica effettuata presso il CREA di Conegliano.
Ed ecco finalmente svelata la sua vera identità la Rossona di Monfumo è la mitica Vulpea l’unico genitore fino ad oggi conosciuto della Glera!
A proposito della Quaiara o Vulpea

Recentemente, e finalmente iscritta nel Registro del Ministero da GRASPO, la Quaiara è l’emblema di quello che si pensava fosse un antico vitigno rosso del veronese, certificato da numerose testimonianze bibliografiche ma che recenti indagini molecolari confermano come un vitigno ampiamente diffuso in tutto il Veneto con altri nomi come Rossetta, Doretta, Sciavetta.
Ma il fatto più significativo è che il DNA della Quaiara coincide con quello della Vulpea una varietà rossa segnalata in Austria e sui Balcani e di nobilissime origini (Visparola) strategica nel panorama ampelografico non solo italiano essendo stata riconosciuta da un recente studio sulla genesi del germplasma (D’Onofrio e altri nel 2021) come genitore di vitigni importanti quali Glera, Boschera, Molinara e tanti altri.
La Quaiara dimostra una buona vigoria con portamento piuttosto eretto, la produzione è buona e regolare. Negli anni in osservazione non ha mostrato particolari sensibilità alle crittogame. I rilievi sono stati regolarmente eseguiti nei diversi siti di confronto sia nel campo catalogo di Cantina di Negrar che presso l’Azienda Corte Quaiara di Giovanni Montresor a San Giorgio in Salici. Un vitigno che meriterebbe finalmente di essere autorizzato per la coltivazione in Veneto viste le sue risposte produttive e la sua importanza genetica.
Biondo Jeo: il ritorno al futuro di Lorenzo De Lucchi tra etichette d’autore e vino di territorio

In un’epoca in cui il vino rischia di diventare uguale ovunque, “Biondo Jeo” sceglie la strada opposta: poche bottiglie, tanta identità, e una storia che parte da un nome e da un’idea.
Dietro al progetto ci sono cinque generazioni di agri-viticoltori nel territorio dei Colli Silenziosi; c’è il bisnonno Giosuè De Lucchi, che nel 1850 era soprannominato “Jeo”, c’è il nonno di Lorenzo che era soprannominato “Biondo” e c’è il papà di Cristian, “Lorenzo De Lucchi”, designer calzaturiero prima, tecnico impiegato presso una grossa multinazionale poi, che ha unito il design alla tecnica per far volare sulla neve con gli scarponi che lui disegnava, (disegnatore della Rollerblade – Roces) ma soprattutto uomo di campagna che ha deciso di rimettere al centro il legame tra uomo, terra e bottiglia.
L’azienda nasce in Veneto, tra le colline che guardano alla pianura e ai fiumi. Non è una grande cantina. È un luogo di ricerca. Qui, il figlio di Lorenzo, Cristian De Lucchi, ha voluto recuperare varietà e pratiche enoiche che il mercato aveva messo da parte, per raccontare un territorio senza filtri.
Vengono uniti i soprannomi dei nonni per indicare un percorso, una storia antica di famiglia, e nasce il nome “Biondo Jeo” un sicuro brand della tipicità locale.
Biondo Jeo il senso etimologico viene dal dialetto: “biondo io”, ma anche richiamo alla luce, al grano maturo, al colore del vino bianco che è stato il primo manifesto dell’azienda.
Il progetto: vino come oggetto di design

Chi conosce Lorenzo De Lucchi lo associa al design. È stato a lungo impegnato in aziende internazionali nel settore dello sport e della calzatura sportiva.
Cristian, con il brand “Biondo Jeo” porta la stessa cura estetica nel vino, ma senza forzature.
L’etichetta è essenziale, quasi grafica. La bottiglia è scelta per valorizzare il contenuto, non per urlare.
Ogni dettaglio è studiato, ma il vero protagonista resta il vino.
La filosofia è chiara: intervenire il meno possibile. Vigne gestite con metodi a basso impatto, fermentazioni spontanee, niente trucchi in cantina.
“Il vino deve parlare del posto da cui viene” ripete Cristian De Lucchi.
E il posto è quello veneto, fatto di suoli diversi, di microclimi e di memoria contadina.
I vini: pochi, ma molto definiti

La produzione ruota attorno a 3-4 etichette che cambiano a seconda dell’annata.
C’è il bianco da uve a bacca chiara, vinificato in acciaio e lasciato sulle fecce per dare struttura. È fresco, sapido, con una mineralità che ricorda i sassi e l’acqua.
Poi il rosso, da uve autoctone e internazionali, affinato parte in legno e parte in vetro, per mantenere frutto e bevibilità.
Non ci sono grandi volumi. Biondo Jeo produce qualche decina di migliaia di bottiglie l’anno. La scelta è voluta: meglio curare ogni filare, ogni fermentazione, ogni tappo. Il risultato è un vino che non cerca il plauso immediato, ma la durata. Un vino da tavola che però ha la stoffa per invecchiare.
Lorenzo De Lucchi: dal design al vigneto

Il passaggio dal mondo del design al vino non è stato improvvisato. I De Lucchi hanno sempre avuto un rapporto diretto con la terra. Hanno comprato i primi appezzamenti per passione, poi Jeo ha iniziato a lavorare lui stesso in vigna. Ha imparato dai contadini della zona, ha studiato, ha sbagliato.
Quello Cristian che porta dal papà designer è il metodo: osservare, semplificare, togliere il superfluo. In vigna significa meno trattamenti. In cantina significa mani pulite e tempo. In comunicazione significa dire poco, ma dire bene. “Non mi interessa fare il vino che piace a tutti. Mi interessa fare il mio vino” dice.
Il mercato e la visione
Biondo Jeo non va alla grande distribuzione. Lavora con ristoranti selezionati, enoteche indipendenti e vendita diretta. Il cliente tipo è curioso, cerca storie più che punteggi. Le etichette sono finite anche all’estero, in Giappone, Germania e Stati Uniti, grazie al passaparola e a fiere di nicchia.
La visione di Cristian De Lucchi è a lungo termine. Sta reimpiantando vecchi cloni, sta sperimentando anfore e botti, sta lavorando per rendere l’azienda sempre più autonoma in termini energetici. L’obiettivo non è crescere in bottiglie, ma in qualità e coerenza.
Un’azienda artigiana nel 2026
Oggi parlare di “artigianalità” è quasi una moda. Biondo Jeo la pratica davvero. Significa vendemmiare a mano anche sotto la pioggia. Significa imbottigliare senza fretta. Significa rispondere al telefono ai clienti.
In un Veneto che corre tra grandi numeri e grandi brand, Biondo Jeo è un controcanto.
Piccolo, ostinato, bello. È la dimostrazione che si può fare vino contemporaneo senza perdere le proprie radici anzi .. forse dando con la Rossona, alias Quaiara, alias Vulpea storia e radici a tutto il territorio.
Vitigni dal passato per capire il presente ed il futuro.
Di Aldo Lorenzoni, Luigino Bertolazzi e Vendrame Facchin , foto di Gianmarco Guarise
Il viaggio continua …
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