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Quando la globalizzazione taglia fuori: la storia del casolin di Germano

Sapete io ci ho lavorato dentro a un supermercato. Ho svolto molteplici delle mansioni che tengono in piedi queste fiere della vanità della grande distribuzione organizzata.
Perché così è per chi si nutre con passione e veracità: il centro commerciale, l’ipermercato, il supermercato rappresentano sempre più la trasfigurazione del cibo in senso stretto. È evanescenza alla mercé dell’etichetta e della confezione.
Eppure un tempo non era così.
Se proprio i francesi e i tedeschi inventano e addirittura esportano questo controverso sistema di distribuzione, il caso italiano è unico nel suo genere: l’eterogeneità della nostra penisola ha permesso lo sviluppo di una miriade di botteghe urbane che erogano prodotti di qualità fidata quasi a chilometro zero.
Come a Parma esiste il negozietto che vende il Parmigiano delle vacche rosse di montagna o il piccolo pastificio che chiude i tortelli oppure in Sardegna dove la spesa media del consumatore va all’agricoltore del posto, al vignaiolo vicino casa, al vecchio e sapiente pastore che serve quella famiglia da generazioni.
Qui in Veneto, a Vicenza, le botteghe alimentari prendono il nome di Casolin e trovi dentro un po’ tutto: la sopressa, i prosciutti, l’Asiago in ogni sua gustosa espressione, i pecorini, i caprini, gli stagionati e gli erborinati ma anche altri generi alimentari di largo consumo dal caffè alla marmellata. Un po’ di tutto.
Questo nella sua dimensione più vivida non ha proprio a che vedere con scaffali, etichette sbrilluccicanti e commessi anonimi.
Se Asimov era convinto che il genere umano potesse essere un giorno sostituito dai robot, la mia preoccupazione è che questi sistemi di grande distribuzione vogliano rendere noi stessi dei robot, di carne ma consenzienti all’acquisto e apatici alla qualità vera.
Proprio in questo contesto si inserisce la storia di Germano e del suo casolin, una bottega del gusto vicino a dove abito. Quello di Germano è uno dei pochissimi negozi dalla tradizione li da cinquant’anni.

Eppure tra la situazione attuale appena descritta e la pressione fiscale di uno stato che non aiuta, dal primo gennaio 2015 questo casolin di una volta diverrà un caro ricordo da assaporare solo con la mente.
E devo ammettere che il problema dello stato che tassa in questo caso è la ciliegina dal retrogusto amaro su una torta fatta di sacrifici, passione e soprattutto totale assertività verso il clienti. Non ho voluto intervistare Germano sempre indaffarato e affiancato dalla moglie Carla(dietro ogni grande uomo c’è una grande donna, è proprio vero), ho preferito piuttosto lasciare questa testimonianza senza fare perno sulla sofferenza altrui, senza interviste né riflettori perché è uno di quei molteplici casi in cui la qualità parla da sola.
La storia di Germano però è anche uno spaccato dell’Italia in generale: l’Istat ha infatti riscontrato un calo generale di consumi che ha colpito maggiormente i piccoli erogatori con una forbice in negativo del -3,6%. E c’è chi pensava che sarebbero bastati 80 euro e il tfr in busta paga per trainare l’economia.
Così si salta da un’evanescenza all’altra: da quella delle grandi marche, grandi solo di facciata fino alla totale dissoluzione dei sapori di una volta in ricordo amaro. E se il sistema degli incravattati, degli scaffalati, continua a volerci inculcare l’automatismo psichico del “compra, compra, compra!”
Io rispondo con “mangia bene, vivi e soprattutto emozionati”.
Dedicato al casolin di Germano, scuola di sapori e qualità. Grazie.
G. Camedda


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