Lengua di femmena, narrazione liquida della “Terra di amoroso”

Mancano solo pochi giorni alla ventesima edizione di Vitigno Italia e G.R.A.S.P.O. torna in Campania per raccontare un’altra bellissima storia di tutela e salvaguardia di un rarissimo vitigno.
Amorosi è oggi una terra di confine, con il fiume Volturno che lambisce il centro abitato che segna il passaggio tra la provincia di Benevento e quella di Caserta.
Parliamo di un territorio che fino all’Unità d’Italia rientrava nel Regno Borbonico, costituendo una delle aree agricole più ricche della storica Terra di Lavoro, da Plinio il Vecchio battezzata “Campania Felice” (Campania Felix), con i suoi «colli vitiferi e un’ubriachezza famosa per il succo rinomato in tutte le terre…».

Una terra baciata, dove nella seconda metà del XIX secolo– all’indomani delle opere di bonifica nella Valle Telesina finalizzate al prosciugamento delle zone paludose e al risanamento idraulico del territorio, propedeutiche anche allo sviluppo dello stabilimento termale – si coltivava tantissimo tabacco (Benevento deteneva il primato in Italia di questa produzione) e si produceva tantissimo vino, con l’Annuario Vinicolo d’Italia (stampato dall’Unione Italiana Vini e diretto da Arturo Marescalchi) che all’indomani della prima guerra mondiale indicava Amorosi come il paese con la maggiore produzione della provincia sannita.
Di quella ricchezza sopravvive oggi un vitigno unico, per le sue caratteristiche e per il nome stesso.
Si chiama Lengua di Femmena: la tradizione vuole che questo nome sia legato al passaggio per la “Terra di Amoroso”, nell’anno 1743, di Carlo III di Borbone. Il sovrano sarebbe stato accolto con un calice di questo vino, offertogli da una donna avvenente, dal parlare schietto, popolare, forse un po’ smargiasso.
Una lingua sciolta, diretta, non docile: come il vino che stava porgendo.

Alla metà del primo decennio degli anni Duemila, quando l’agricoltura campana cercava nuove chiavi di lettura, all’indomani del periodo che era stato segnato dal dilemma amletico tra recupero e omologazione, questo vitigno attirò l’attenzione degli studiosi.
Nel lavoro dal titolo ‘Biochemicalfeatures of native red wines and genetic diversity of the corresponding grape varieties from Campania region’ (firmato da Muccillo, Gambuti, Frusciante, Iorizzo, Moio, Raieta, Rinaldi, Colantuoni e Aversano), finalizzato a stabilire correlazioni tra i profili genetici e la composizione analitica del vino (contenuto e composizione fenolica), questa varietà si trovò a confrontarsi con gli internazionali Merlot e Cabernet Sauvignon e i campani Piedirosso e Aglianico (biotipo Taburno e Taurasi).
Tutte a forte potere colorante. Le uve provenivano tutte dalla provincia di Benevento; quelle di Lengua di Femmena da un vigneto secolare di Dugenta, di proprietà di Carmine Di Cerbo, poi espiantato e sostituito con nuove piante ottenute dagli antichi ceppi, grazie ad un attento lavoro vivaistico.
Le micro vinificazioni vennero eseguite presso la Cantina del Taburno di Foglianise.

I risultati furono interessanti. Se da una parte venne confermato quello che già appare evidente alla vista e all’assaggio, cioè che il vino da uve Lengua di Femmina è vivace, poco colorante e non adatto all’invecchiamento,
si evidenziò per la prima volta che questa si distaccava geneticamente in maniera marcata da tutte le altre, tanto da far scrivere agli studiosi che:
«la caratterizzazione di una varietà così rara ha offerto l’opportunità di recuperare una cultivar soggetta a una costante erosione genetica e di ricostituire, almeno in parte, il patrimonio di biodiversità autoctona».
Con la consapevolezza che recuperare la Lengua di Femmena significa riannodare i fili di una storia interrotta, ridare voce a un territorio che ha ancora qualcosa di irripetibile da dire, nel 2019 l’amministrazione comunale guidata da Carmine Cacchiello chiede l’iscrizione della varietà nel paniere dei Prodotti Agroalimentari Tradizionale (PAT) della Regione Campania.
Obiettivo centrato, con l’uva che diventa protagonista di alcuni piccoli progetti, al fine di accendere l’attenzione mediatica sulla sua unicità e, soprattutto, per spronare quei pochi eroici viticoltori a tenere duro e mantenerla in vita.
Parliamo di un patrimonio fragile e prezioso: circa due ettari sparsi tra la citata proprietà Di Cerbo e tra i filari coltivati da Giacomo Marzano, Vincenzo Giamei e Antonio Di Caprio. Ci sono, poi, pochissimi antichi ceppi (7-8) che un anziano contadino amorosino, Pietro Di Paola, custodisce gelosamente. Ricchezza tra la ricchezza.
Siamo di fronte ad una missione tenace e testarda, tesa a salvaguardare un elemento identitario profondo, una narrazione liquida che una comunità riconosce come propria e che si candida a dare vita ad un patto collettivo che, proteggendo ciò che è raro, sia in grado di costruire valore duraturo.
Nuovo modello di sviluppo, più lento ma più solido, fondato sulla memoria e sulla responsabilità.
Di Pasquale Carlo
Il viaggio continua…
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