Vini e Ristorazione

Degustazione con il re dei vini: il Barolo

“Re Barolo”, così è stata intitolata la degustazione avvenuta all’enoteca Emporio Vini e Sapori di Cremona. Protagonista assoluto il Barolo, vino sottovalutato e, ingiustamente, considerato “passato di moda” e “vecchio”. Ospite d’onore della serata l’azienda vitivinicola Damilano che ha proposto quattro grandi cru di Barolo: Cannubi, Liste, Cerequio, e Brunate tutti dell’anno 2006 e che prendono il nome dagli stessi vigneti da cui provengono. Quattro espressioni diverse del territorio piemontese, famoso in tutto il mondo per la produzione di vini d’eccellenza.

In rappresentanza della casa piemontese era presente il direttore vendite, Maurizio Arduino, il quale ha spiegato che le grandì fortune delle Langhe, sono principalmente due:  il territorio e il vitigno ( nebbiolo). Vitigno che attecchisce  in questo modo solo in questa particolare zona, unica al mondo, per la tipologia del terreno calcareo argilloso, e in alcune zone con una percentuale di sabbia  maggiore. Il terreno si divide in due macrozone:  i comuni di Barolo e La Morra dove, per questioni morfologiche, ma anche di filosofia di vinificazione, si hanno Baroli che hanno dei tannini più ammorbiditi e pronti da bere prima rispetto agli altri, ma sempre con una notevole longevità; e i comuni di Serralunga,  Monforte e Castiglione Falletto dove per una tipologia di terreno leggermente diverso si hanno dei Baroli che si esprimono più tardi, con capacità di invecchiamento dai 10 anni in su. La casa vitivinicola Damilano è una delle cantine più storiche di Barolo, la sua nascita  risale al 1890 quando Giuseppe Borgogno, bisnonno degli attuali proprietari, iniziò a coltivare e a vinificare le uve di proprietà. Giacomo Damilano, genero del fondatore, sviluppò con passione questo lavoro insieme ai figli, trasmettendo tutto ciò ai suoi nipoti, Paolo, Mario e Guido Damilano,  che dal 1997  sono al timone dell’azienda e rappresentano la quarta generazione.

 

La degustazione dei quattro Baroli è stata abbinata ad un menù realizzato con materie prime di nicchia scelte da Marina Salada, proprietaria dell’enoteca e sempre alla ricerca di prelibatezze gastronomiche. Così gli ospiti presenti hanno potuto assaggiare come antipasto culaccia, mortadella e pancetta del salumificio Bettella, azienda a conduzione familiare che usa un metodo particolare per la produzione dei propri insaccati a cominciare dalla cura con cui vengono alimentati i suini utilizzando solo mais essicato prevalentemente coltivato nei loro fondi, orzo, soia, crusca e siero di latte, con l’obiettivo di portare gli animali oltre i 280 kg raggiunti in 16 mesi. Come primo sono stati serviti i tortellini di Valeggio sul Mincio del pastificio Al Ponte, proposti in due diverse versioni: fritti con una leggerissima pastella come uno snack e al burro  fuso e salvia. I tortellini sono il piatto tipico di Valeggio sul Mincio e sono diventati da poco Deco (denominazione comunale), la loro particolarità è la sfoglia sottilissima, il ripieno di carne mista cotta  e sono molto piccoli. All’antipasto e al primo sono stati abbinati Brunate elegante e pronto alla beva  e Cerequio meno immediato ma più profumato. Il secondo consisteva  in un pollo biologico di un’azienda agricola al confine tra la Liguria e la Toscana servito con una giardiniera dell’azienda La Baita di Imperia, preparata con verdure di un orto  naturale  a 700 metri s.l.m. ed irrigato solo con acqua di sorgente. A questo piatto invece sono stati abbinati i due cru Cannubi, fiore all’occhiello dell’azienda, la prima bottiglia è stata prodotta nel 1752 ed è conservata a Bra presso il ristorante Slow Food. Il secondo cru è Liste. Nonostante le due colline dove vengono coltivate le uve siano a solo 500 metri l’una dall’altra, i due baroli sono uno l’opposto dell’altro. Cannubi più elegante e con un tannino più ammorbidito, mentre Liste risulta essere più aggressivo ed ha bisogno di un tempo maggiore in bottiglia per raggiungere il massimo. Per concludere un dessert a base di cachi con crema di marroni e pistacchi di Bronte.

Isabella Radaelli

i.radaelli@egnews.it


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