Cento anni fa nasceva Luigi “Gino” Veronelli

In occasione del centenario della nascita di uno dei più autorevoli interpreti della cultura del vino in Italia un bellissimo volume “Ode al vino e all’anarchia” ripropone la filosofia del maestro.
Un inno alla cultura, alla storia e alla fatica di chi coltiva la terra. Inventò un linguaggio: vino viperino, vino opulento, vino da meditazione. La frase più famosa: “Il vino è il canto della terra verso il cielo”.
Cento anni fa, precisamente il 2 febbraio 1926, nasceva a Milano Luigi «Gino» Veronelli, poeta del vino e del cibo, filosofo illuminato, maestro di giornalismo, padre indiscusso della critica enogastronomica italiana e uno dei più autorevoli interpreti della cultura del vino in Italia.
Ambasciatore ante litteram del made in Italy e del «bien vivre» italiano (prima, molto prima di Slow Food e del Gambero Rosso),

anarchico coraggioso e irriverente, eretico enoico come lui stesso amava definirsi (non enologo, cioè tecnico di cantina, come taluni semplicisticamente ed erroneamente lo definivano), gaudente ed edonista libertario, Veronelli ha lasciato tracce indelebili ed un’eredità sul piano filosofico-culturale che il Seminario Permanente Luigi Veronelli sta portando avanti con passione nel solco tracciato dal maestro scomparso a Bergamo nel novembre del 2004.
Per esorcizzare la morte – raccontano i suoi biografi – aveva sempre a portata di mano un Picolit (grande vino da meditazione) della leggendaria contessa friulana Giuseppina Perusini Antonini, proprietaria di Rocca Bernarda, morta all’età di 101 anni e un Porto Quinta de Resurressi del 1926 (la sua data di nascita) che gli ricordava una notte d’amore con una splendida signora portoghese.
Alla fine si è consolato con una bottiglia di «Scaccomatto» (Albana Passito della Fattoria Zerbina di Faenza). Siamo sicuri che se la sarà goduta a piccoli sorsi nell’ora del trapasso.
«La vita è troppo breve per bere vini cattivi» amava ripetere

Per chi volesse approfondire la figura di Veronelli consigliamo la lettura del volume «La vita è troppo corta per bere vini cattivi» di Gian Arturo Rota e Nichi Stefi (Giunti editore).
Non è una biografia, piuttosto un affresco sull’uomo Veronelli.
Un giornalista? Sì, ma è riduttivo.
Uno scrittore?
Sicuramente.
Un amante della buona tavola che si è occupato di vini e di cibi? Certamente.
Ma soprattutto un cantore straordinario della bellezza, della libertà, dell’amicizia, dell’amore, dell’eros.
Un rivoluzionario?
Come negarlo visto che ha rivoluzionato il mondo dell’enogastronomia. Un politico? No.
Lui, anarchico impenitente, aborriva i politici. Un filosofo? Sì, ma non saccente, nè cattedratico.
Citazioni e aneddoti (molti inediti) si intrecciano in questo libro ricco di riflessioni seguendo il «fil rouge» di una vita spesa a difendere le istanze dell’Italia rurale e dell’universo contadino.
Un inno alla cultura, alla storia e alla fatica di chi coltiva la terra
Il pensiero di Veronelli lo ritroviamo anche nel bellissimo volume “Ode al vino e all’anarchia” (Elèuthera Edizioni) di recente pubblicazione uscito in occasione del centenario della nascita di Luigi “Gino” Veronelli.
Il vino – diceva – non è soltanto il risultato di una fermentazione o l’espressione di un vitigno.
Prima ancora di arrivare nel calice è la storia di un territorio, di un paesaggio, di una stagione.
E’ la passione di chi con sudore coltiva la terra.
Raccontarlo significa, allora, andare oltre le caratteristiche organolettiche e interrogarsi sulle persone, sulle tradizioni e sui valori che ogni bottiglia custodisce.
Maestro del giornalismo enogastronomico italiano che ha rivoluzionato il modo di comunicare di vino nel BelPaese, Veronelli amava accomunare i concetti di “cultura” e “coltura” enoica, espressione che racchiude perfettamente la sua idea: il vino non può essere separato dalla terra da cui nasce né dalle persone che la lavorano.
L’anarchia come libertà di pensiero e rifiuto dell’omologazione

Nel corso della sua lunga carriera ha firmato guide, saggi e pubblicazioni diventate punti di riferimento per il settore, affiancando all’attività editoriale un costante impegno nella difesa dei piccoli produttori e delle identità territoriali.
Il volume “Ode al vino e all’anarchia” raccoglie questa visione attraverso una selezione di scritti che restituiscono il pensiero e la filosofia di Veronelli nella sua forma più autentica.
Il titolo unisce due parole che potrebbero sembrare lontane, ma che nelle sue pagine trovano un significato comune: il vino diventa il simbolo di un legame profondo con la terra, mentre l’anarchia rappresenta la libertà di pensiero, il rifiuto dell’omologazione e la volontà di difendere l’autenticità contro ogni standardizzazione.
Per Veronelli i prodotti della terra erano strumenti attraverso cui comprendere un territorio, la sua storia e le comunità che abitano in questi luoghi.
Da questa convinzione nasce anche la sua critica all’agroindustria e ai modelli produttivi che rischiano di appiattire le differenze, cancellando le identità dei territori.
Al centro del suo pensiero rimane sempre il vignaiolo, custode di un sapere che si tramanda nel tempo e artefice di un rapporto diretto con la natura.
Inventò un linguaggio: vino viperino, vino opulento, vino da meditazione

Dentro ogni bottiglia di vino – amava ripetere – dentro ogni prodotto tipico c’è una storia, c’è un territorio, ci sono paesaggi rurali, ma soprattutto ci sono uomini e comunità, con i loro saperi, le loro culture e le loro identità.
«Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino industriale» amava ripetere quando assaggiava certi vini blasonatissimi, ma privi d’anima.
Vini che descriveva con un linguaggio che è ormai entrato nella storia della critica enologica.
Arcaisimi, neologismi, immagini poetiche: vino di pronta beva, vino dialettico, vino dal nerbo viperino, vino opulento, vino da meditazione (riferito ai grandi vini passiti).
A distanza di anni, il pensiero di Luigi Veronelli continua a parlare al presente. In un tempo in cui il vino è spesso raccontato attraverso classifiche, punteggi e logiche di mercato, “Ode al vino e all’anarchia” invita a recuperare uno sguardo diverso, più attento alle persone, ai territori e alla libertà di custodire ciò che rende ogni bottiglia irripetibile.
Un invito che supera il mondo del vino e diventa una riflessione sul valore dell’autenticità e sul rapporto, mai scontato, tra l’uomo e la terra.
La frase più famosa: “Il vino è il canto della terra verso il cielo”
Infine la confessione. “Scrivo di vini, di cibi e non rimpiango affatto di aver abbandonato la già intrapresa via della speculazione filosofica, giacché i vini e i cibi riguardano nel modo più diretto possibile l’uomo e la vita.
Quando assaggio un vino, io sento tutto quello che è successo in quella terra dove è nato, tra quella gente che l’ha coltivato, tra quelle mani che l’hanno toccato.
Perché il vino è il canto della terra verso il cielo”. La frase più famosa di Luigi “Gino” Veronelli.
In alto i calici. Prosit! (GIUSEPPE CASAGRANDE)
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