A Pollenzo, nel cuore delle Langhe, l’ultimo saluto a Carlo Petrini si è trasformato in qualcosa di molto diverso da una cerimonia funebre. Migliaia di persone provenienti da tutta Italia, dall’Europa, dall’America Latina, dall’Africa e perfino dal Giappone e dal Messico hanno raggiunto l’Università di Scienze Gastronomiche per celebrare il fondatore di Slow Food, il movimento che ha rivoluzionato il rapporto tra cibo, agricoltura e comunità. Attivisti, studenti, produttori, cuochi, intellettuali e rappresentanti delle istituzioni hanno ricordato un uomo definito durante l’elogio funebre come “un visionario senza la posa del visionario”, capace di parlare al contadino come al Papa, al pescatore come ai leader mondiali.

Un uomo che ha fatto della biodiversità, della convivialità e della dignità del cibo una battaglia culturale prima ancora che gastronomica. Il rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche, Nicola Perullo, ha ricordato Petrini come “un seminatore di utopie”, sottolineando la sua straordinaria capacità di unire carisma e generosità: “Sapeva ascoltare chiunque e trasformare idee ed esperienze in una visione nuova del mondo”. Tra i momenti più intensi, il tributo di Edward Mukiibi, oggi presidente di Slow Food ed ex studente ugandese di Pollenzo. Nel suo ricordo, Carlo Petrini è stato l’uomo che ha insegnato a milioni di persone “a credere nella possibilità di cambiare il mondo attraverso il cibo”, aprendo all’Africa percorsi di formazione, autonomia e valorizzazione delle culture gastronomiche locali.
Un messaggio raccolto anche dalle nuove generazioni. Le studentesse Camilla Calabrese e Lucia Hendel, intervenute a nome della comunità internazionale degli alumni Unisg, hanno rilanciato i principi fondanti del movimento: “buono, pulito e giusto”, diritto all’acqua, tutela dei saperi indigeni e sovranità alimentare. Ma soprattutto la convinzione che la lotta per un futuro sostenibile debba essere guidata dalla gioia e non dalla paura. Profondo anche il ricordo di Luigi Ciotti, che ha definito Petrini un interprete autentico dell’ecologia integrale: “Ci ha insegnato che ci sono momenti in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo morale”.
Un pensiero condiviso dal vescovo di Verona, Domenico Pompili, che lo ha descritto come “un anarchico felice”, capace di trasformare il sapore in sapere e il piacere in responsabilità civile. Nel ricordo collettivo emerso a Pollenzo, Carlo Petrini appare così non soltanto come il fondatore di un movimento globale, ma come il promotore di una nuova idea di umanità. Un’eredità che oggi vive nelle comunità Slow Food sparse nel mondo, nei Mercati della Terra, negli studenti di Pollenzo e in tutti coloro che continuano a vedere nel cibo non solo consumo, ma cultura, relazione e futuro.
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