Color party: la festa dove si scopre la propria palette insieme alle amiche
Si chiama color party ed è un modo di fare armocromia fuori dallo studio della consulente, in un soggiorno, in una sala affittata per un pomeriggio, dentro il programma di un addio al nubilato. In questa guida vediamo come funziona, da dove arriva il metodo e cosa resta in mano a chi partecipa.
Cos’è un color party
È un’analisi del colore fatta in gruppo. Un’armocromista osserva ogni partecipante, prova accanto al suo viso una serie di tessuti e individua la famiglia di colori che le dona di più, secondo lo schema delle quattro stagioni (primavera, estate, autunno, inverno) o delle sue varianti più dettagliate.
La differenza con la consulenza individuale sta nel pubblico. Le altre invitate vedono ogni prova, notano l’effetto dei colori su volti diversi dal proprio e imparano a riconoscerlo. Chi è abituato a guardarsi allo specchio da solo scopre che è molto più facile capire cosa succede su una pelle che non è la propria.
Da dove arriva l’idea delle stagioni
L’armocromia moderna ha radici nella teoria del colore del Novecento. Johannes Itten, pittore svizzero, fu chiamato da Walter Gropius come maestro al Bauhaus di Weimar nell’ottobre del 1919 e lo lasciò nel marzo del 1923, come riporta la scheda biografica della Bauhaus Kooperation. Nel 1921 costruì una stella cromatica con i dodici colori puri del cerchio cromatico classico.
Il Getty Research Institute, nella sezione dedicata alla teoria del colore al Bauhaus, elenca i sette contrasti fondamentali individuati da Itten: tinta, chiaro e scuro, freddo e caldo, complementari, analoghi, saturazione ed estensione. Alcuni di quei contrasti sono ancora oggi le domande che una consulente si pone davanti a un volto. Il colore che dona è caldo o freddo? Chiaro o scuro? Brillante o smorzato? E quanto contrasto regge il viso?
Itten raccolse le sue idee nel libro Kunst der Farbe, pubblicato nel 1961 dall’editore Otto Maier di Ravensburg. Il passaggio dalla teoria all’uso quotidiano arrivò negli Stati Uniti. Il catalogo della Library of Congress registra Color Me Beautiful di Carole Jackson, edito da Acropolis Books a Washington con copyright 1980: un manuale che, come riassume la scheda dell’editore Penguin Random House, divide le persone in quattro stagioni, primavera, estate, autunno e inverno, ciascuna con i propri sottotoni.
Da allora il sistema si è ramificato. Nelle schede in cui le armocromiste descrivono il proprio lavoro, compresa quella della professionista citata più avanti, accanto alla versione a quattro stagioni compare un metodo a dodici, che oltre alla temperatura considera la dominante del colorito: chiara, profonda, brillante, morbida, fredda o calda.
Come si svolge la festa
Ogni professionista organizza l’incontro a modo suo, e le proposte si somigliano più nei principi che nei dettagli. La pagina di Lucrezia Canossa dedicata all’armocromia di gruppo, per esempio, presenta l’attività come un momento da condividere, pensato per privati e aziende: fra le occasioni elencate ci sono l’addio al nubilato, la festa tra amiche, i compleanni e il regalo per le damigelle, mentre per le aziende si parla di team building, workshop ed eventi incentive.
Nella seduta sono indicati l’analisi del sottotono, l’uso dei drappi colorati e la creazione della palette personale, con la scoperta della propria stagione e consigli su abbigliamento, accessori e trucco.
La luce viene prima di tutto
Il requisito tecnico più importante è l’illuminazione. Il motivo è fisico. Il National Institute of Standards and Technology statunitense, in un articolo del 2023 sulla percezione del colore, spiega che la luce cambia il modo in cui vediamo i colori e che la differenza fra luci calde e fredde è particolarmente evidente sulla pelle. L’autrice del pezzo racconta di essersi vista con il viso slavato sotto una luce intensa con indice di resa cromatica 95, e molto più gradevole sotto una luce calda con indice 70. L’indice misura quanto i colori sotto una certa luce si avvicinano a quelli visti con una lampada a incandescenza o con la luce del giorno.
Una luce che lusinga il viso, quindi, non dice necessariamente la verità sui colori. Per questo ha senso fissare il color party di giorno, in una stanza con una buona finestra e con le lampade spente. Una sera d’inverno alla luce dei lampadari rende l’analisi poco affidabile.
I drappi e il confronto
Ogni partecipante si siede davanti a uno specchio. Il viso va senza trucco, o con un trucco molto leggero: fondotinta e rossetto alterano proprio quello che si sta cercando di leggere.
La consulente accosta i drappi a coppie e cerca risposta a quattro domande: temperatura, saturazione, valore e contrasto. Tinte calde contro tinte fredde. Poi colori chiari contro colori profondi, tinte brillanti contro tinte smorzate. Le amiche, sedute intorno, diventano un secondo paio d’occhi: possono notare se le occhiaie sembrano più scure con un certo verde, se la pelle appare più uniforme con un blu freddo, se un arancio fa emergere rossori che prima non si vedevano.
È questo il punto in cui il formato di gruppo dà qualcosa in più. Vedere che lo stesso color senape sta benissimo su un’amica e malissimo su un’altra spiega il concetto di stagione meglio di qualsiasi tabella.
Numeri, spazio e tempi
Quante invitate? Dipende dalla professionista, e va chiesto prima. Il limite è pratico: ogni analisi richiede attenzione, il pubblico deve riuscire a vedere da vicino, e con un gruppo troppo numeroso la festa diventa una lunga attesa del proprio turno.
Serve una stanza con una buona finestra, un tavolo per appoggiare i tessuti e sedie disposte a semicerchio. Anche i tempi dipendono dal numero delle persone e dal metodo scelto, a quattro o a dodici stagioni. Conviene chiederli al momento della prenotazione e tenerne conto nel programma della giornata, soprattutto se la festa prosegue altrove.
Le occasioni in cui funziona
L’addio al nubilato è l’occasione che viene in mente per prima, e per una ragione pratica: è un’attività che coinvolge tutte, si può fare di giorno e lascia alla sposa informazioni utili anche per scegliere il trucco del matrimonio. Poi ci sono i compleanni tra adulte, i ritrovi di vecchie compagne di università, le giornate organizzate da un gruppo di colleghe. In tutti questi casi il valore è lo stesso: un’esperienza condivisa che produce un risultato personale.
Con invitate che non si conoscono affatto, la formula potrebbe rendere meno. L’analisi espone, si parla di occhiaie, di macchie, di capelli bianchi, e fra estranee il commento spontaneo, che è il bello della festa, arriva con più fatica.
Cosa si porta a casa
Alla fine ogni partecipante conosce la propria stagione, o sottostagione se il metodo è quello a dodici. Le indicazioni riguardano la temperatura dei colori (caldi o freddi), il grado di contrasto che il viso regge, i colori da usare per abbigliamento, accessori e trucco.
Il risultato concreto è la palette personale: una serie di colori da tenere sul telefono o in borsa.
Serve nei negozi, davanti a una camicia che sembra perfetta sull’appendiabiti e che poi, sotto il viso, non convince. Prima di comprare conviene confrontare il capo con la palette alla luce del giorno, vicino all’ingresso del negozio, invece che sotto i faretti del camerino.
Un dettaglio pratico per usarla nel guardaroba che si ha già: l’effetto dei colori che il gruppo ha osservato durante la festa riguarda il viso, perché i drappi si accostano al volto. Una sciarpa o un maglione a girocollo stanno proprio in quella zona; un pantalone o una gonna restano lontani dal volto.
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