I Viaggi di Graspo

Nel santuario della Biodiversità viticola con Lorenzo Bulfon

Siamo nel santuario a Valeriano in provincia di Pordenone per un approfondimento su alcuni dei più curiosi vitigni rari del Friuli Venezia Giulia.

Nel santuario della Biodiversità viticola con Lorenzo Bulfon

La descrizione dei vini e vitigni di Lorenzo Bulfon e Nicola Totis

Siamo a Valeriano in provincia di Pordenone per un approfondimento su alcuni dei più curiosi vitigni rari del Friuli Venezia Giulia.

E siamo con Lorenzo Bulfon che ha di fatto raccolto il testimone dal papà Emilio, un vero profeta dei vitigni friulani ai quali ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca ed al recupero di tante antiche varietà. 

Con Lorenzo Bulfon c’è anche Nicola Totis enologo ed amico che ricorda come, dopo anni di sperimentazione, Lorenzo abbia trovato il modo di lavorare ogni vitigno in purezza per rendere ciascun vino chiaramente distinguibile e profondamente identitario. Lorenzo spiega come attraverso i nomi stessi dei vitigni, è possibile rintracciarne l’origine. 

Abbiamo Piculìt-Neri, un parente del Refosco, lo Sciaglìn, che richiama la famiglia delle uve “schiavoline”, il Forgiarìn, che prende il nome da Forgaria, nel Friuli, un piccolo centro dal quale nei secoli scorsi emigravano in Ungheria e in Romania, ricercati potatori di viti. 

Il Cividin, ad esempio, è stato individuato nell’area boscosa di Navarons sopra Maniago; la Cjanorie trovata nella vicina frazione di Costabeorchia, ma originaria dell’areale di Gemona, Artegna e Osoppo, l’Ucelùt, un vitigno selvatico addomesticato, tipico di Castelnovo del Friuli, la Cordenossa, proveniente da Castions di Zoppola. 

Accanto a questi, Bulfon coltiva anche il vitigno Refosco dal Peduncolo Rosso, uno degli storici componenti della vasta famiglia dei Refoschi in Friuli, nonché i noti aromatici Moscato Giallo e Moscato Rosa per ottenere dei vini dolci. 

Nel santuario della Biodiversità viticola

I vitigni Gioiello di casa Bulfon

Con i calici in mano, spiega Lorenzo, di solito partiamo con lo Sciaglìn che proviene da un vitigno autoctono noto già dal XVI secolo.

 L’origine del nome potrebbe derivare da “schiavolino”, cioè un vino originario della Slavia o da un termine della lingua friulana: “scjalìn”, che significa scalino, nel senso di terrazzamento. 

Oggi si coltiva solo nella zona di Pinzano al Tagliamento. Se ne ottiene un vino di grande personalità con profumo intenso e delicato con sentori di fiore di sambuco, acacia e peperone giallo, note aromatiche e speziate e quei sentori di frutti a polpa bianca come la pesca tipici di Sauvignon molto eleganti.

i vitigni dipinti da Emilio Bulfon

In bocca è secco, caldo, di buona acidità, riconoscibile dalla sua rotondità e grassezza persistente e si presta anche alla spumantizzazione. 

Variante realizzata con metodo Martinotti o Charmat, ma partendo dal mosto per ricavare uno spumante brut millesimato, con grande fragranza e una grande aromaticità e sentori di frutta come la pera. Segue il Cividin, considerato dall’amico Nicola, l’ingresso nel mondo Bulfon e il più nordico dei suoi vini.

 In passato era diffuso fino nella Valle del Vipacco e Emilio ha individuato a nord di Meduno (PN). Si tratta di un vitigno assai antico e il vino era presente un tempo sui deschi dei nobili e usato nei secoli scorsi in Friuli nei banchetti nuziali.

i contenitori in legno e le anfore

 Il vino si caratterizza per la spiccata acidità e un corredo aromatico con note prevalentemente agrumate e di frutta tropicale, mentre nel finale ritroviamo un aroma terpenico come nel Gewurztraminer. 

Poi arriva l’Ucelùt, un vitigno friulano autoctono che alligna su queste colline principalmente a Castelnovo del Friuli. Il grappolo è spargolo e dorato, simile al Picolit. Appartiene alle cosiddette “uve uccelline”, ossia ai vitigni che fruttificavano ai bordi dei boschi e i cui acini venivano mangiati dagli uccelli. Si presta alla vinificazione nelle varianti secca col nome di Blanc di Rugel, che si connota per le note organolettiche insieme di sapidità e freschezza. 

Nel santuario della Biodiversità viticola

da sx Lorenzo Bulfon co Nicola Totis

Per le varietà a bacca rossa, il vino più legato a questo territorio è il Piculìt-Neri, parente del Refosco, da cui si ottiene un vino rosso dai tannini morbidi e piacevoli. La Cjanòrie è un vitigno che ci appassiona, diretto discendente della Vulpea (o Quaiara), uno dei più importanti vitigni fondativi italiani. 

Non fu mai intensamente coltivato in Friuli, ma si diffuse soprattutto nel circondario di Gemona e Pinzano al Tagliamento e noi l’abbiamo rinvenuto a Costabeorchia, una delle frazioni poste in riviera e ben esposta a sud. 

Questa vite vigorosa, dai pampini giganti, grappoli oblunghi e maturazione disomogenea, un tempo veniva vendemmiata presto, dando vini di bassa gradazione. 

Oggi offre un vino dal colore rosso scarico, con acidità non eccessiva, ottimo per uno spuntino fuori pasto. Viene lavorata in acciaio e ceramica: quest’ultima dona freschezza e struttura senza cessione aromatica, facendo emergere il frutto rosso. 

Nel santuario della Biodiversità viticola

Con il tempo scompare il sentore di crudo e, nelle grandi annate, si ottiene anche un colore più intenso. Il Forgiarìn è un vitigno vigoroso, difficile da gestire in campo per la sua forte vegetazione. Vinificato esclusivamente in acciaio, nel bicchiere mostra un bel colore rosso con riflessi violacei e sentori di sottobosco. 

Da non confondere con altre varietà omonime, viene coltivato solo nei comuni di Pinzano al Tagliamento e non va confuso con la Fogarina di Guastalla sul Po, né con il Vinoso. Chiude il percorso la Cordenossa, un vitigno che anticamente era diffuso nel goriziano, ma che è stato salvato prelevando i tralci da viti estirpate nel pordenonese. 

Il vino che otteniamo è veramente intrigante con note di ribes e ciliegia al naso, mentre in bocca è lungo e molto speziato. Una volta veniva usato per tagliare i vini corposi per dare eleganza e frutto. Parlando con Lorenzo emerge con forza la sua visione: oggi la comunicazione non può più fermarsi al tecnicismo, interessa la storia, il valore umano e culturale del produttore. 

Ogni anno è una nuova sperimentazione, senza fissarsi su uno standard, perché ogni vendemmia parte da basi diverse. Non ricerca vini tutti uguali, senza identità. 

Chi sceglie i nostri vini – conclude Lorenzo- capisce che sono figli di un lungo ed importante impegno di salvaguardia e valorizzazione non solo dei singoli vitigni, non solo della fatica e della preservazione delle tradizioni produttive, ma anche dell’identità di questo territorio, del suo importante patrimonio culturale.

 di Imer Artioli e Andrea Bendazzoli, foto Gianmarco Guarise

Vitigni dal passato che da Bulfon sono presente e futuro.

Il viaggio continua …

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