Il vino torni alle sue origini popolari

Meno liturgie, meno retorica, meno scenografia: solo così il vino potrà trovare nuovi estimatori tra i giovani e diventare un piacere quotidiano che accompagna il cibo a tavola. Simbolo di civiltà con millenni di storia alle spalle, non deve diventare un bene di lusso per pochi privilegiati.
Il vino torni alle origini popolari di un tempo, torni ad essere non più un simbolo elitario, ma un piacere quotidiano che acompagna e completa il cibo. Torni ad essere un momento di convivialità a tavola tra consumatori “normali”, eliminando quelle sovrastrutture che oggi lo stanno penalizzando.

Insomma meno “liturgie”, meno “retorica”, meno “scenografia” e più esperienze di valore culturale, dove il vino non è “il” protagonista, ma un compagno fedele del cibo, una facilitatore di dialogo e non l’oggetto della conversazione, una chiave che apre le porte di un territorio e non la meta del viaggio. Tenendo sempre conto che, in ogni caso, uno dei problemi sulla contrazione dei consumi di vino, al netto dei cambiamenti profondi nelle generazioni, dei nuovi stili di vita e dell’approccio di ognuno alla salute, resta quello economico, con un potere di acquisto delle famiglie in tendenziale calo, per non parlare dei ricarichi dalla cantina allo scaffale e ancora di più ai tavoli dei ristoranti. Tutti fattori che di certo non incentivano i consumi.
Sono le riflessioni che WineNews ha condiviso con Lorenzo Tersi, osservatore di lungo corso delle dinamiche economiche e di costume del mondo del vino e founder e ceo LT Wine & Food Advisory.
Nei ristoranti è sempre più diffusa la proposta del vino al calice

“Sicuramente a frenare i consumi c’è l’aspetto economico che non interessa solo il vino, ma anche il fashion e tanti altri settori. Il fuori casa è un abitudine per molti, a volte anche per necessità, ma ovviamente si sta riducendo il consumo, si mangia meno e si beve anche meno. Ovunque, nel mondo, anche negli Stati Uniti, per esempio, dove se fino a qualche tempo fa dominava la bottiglia, si sta diffondendo in maniera sempre più importante il consumo a bicchiere. Oggi al ristorante 7 americani su 10 si accontentano del vino al calice.”
“Se ci spostiamo in Francia, a Parigi ad esempio, al Marché Couvert Alimentaire Saint-Germain, che ha anche un target medio alto, sono sempre più le mezze bottiglie che vengono ordinate più facilmente perchè si riducono i costi, ovviamente, ma anche perchè magari si assaggiano così cose diverse, senza eccedere. Io credo che il fenomeno della mezza bottiglia diventerà una soluzione sempre più gettonata anche per il consumo domestico.”
Dagli Etruschi ai Romani, alla religione, è simbolo di civiltà e cultura

“Al netto di tutto – spiega ancora Tersi – dobbiamo rimettere al centro il contenuto culturale del vino, bisogna ridare centralità alla convivialità che è nella nostra cultura da sempre, dagli Etruschi ai Romani, alla religione. Dobbiamo rimettere il vino in tavola non come suo fulcro, ma come elemento, anche nelle forme più semplici, di complemento del cibo, come del resto è sempre stato. Dobbiamo continuare a valorizzare la cultura e la territorialità, il vino porta dietro un territorio, è la chiave del concetto di experience, ma serve meno liturgia davanti al bicchiere, è fondamentale. Il vino deve tornare ad essere facilitatore del dialogo, non argomento principale del dialogo, un ponte relazionale nel quadro di una esperienza più ampia, che coinvolge più persone, non solo gli appassionati di vino.”
E vale a tutti i livelli, dal lusso in primis. Vedi ad esempio l’esperienza dei tanti “Beach Club”, realtà che Bernard Arnault, proprietario di Lvmh (Louis Vuitton Moët Hennessy), Dolce & Gabbana ed altri ancora stanno portando in tutto il mondo, creando luoghi che mettono insieme design, vino e cibo di qualità. Ma vale altresì per un target più popolare, dove magari assaggiare un calice di Lambrusco con una fetta di Culatello di Zibello in Emilia, piuttosto che un buon rosso di Toscana con del Pecorino di Pienza, diventa un pretesto per visitare e conoscere un territorio e per incontrare vignaioli e artigiani del gusto.
Il vino non deve diventare un bene elitario per pochi privilegiati
Insomma, quello che il settore deve fare è non drammatizzare, ma capire ed interpretare il cambiamento dei consumi e dei consumatori. E, nello stesso tempo, gestire la propria struttura interna. “Oggi – sostiene Lorenzo Tersi – stiamo assistendo alla creazione di aggregazioni di marchi, che è fondamentale, per essere competitivi, non solo per le economie di scala, ma anche per logiche distributive. Non è più una novità, ma una realtà, è un percorso già avviato.
Pensiamo alle aziende italiane che hanno la loro società di distribuzione negli Stati Uniti e che distribuiscono non solo i propri vini, ma anche quelli di altre cantine italiane e non solo. Tante aziende stanno tesaurizzando questo metodo. In Italia e nel mondo. E dobbiamo tenerne conto, perchè le dinamiche della globalizzazione dettano le linee, creano gli stessi problemi e le stesse opportunità per tutti, ma servono dimensioni, forza e strumenti per gestire. Oggi, per esempio, le prime 125 aziende del vino italiano fanno il 65% del business, a fronte di 33.000 imprese che imbottigliano.”
E conclude: “Il vino non è un cavallo morto, non è vero che non si beve più, anche se le statistiche sono impietose: in Italia negli ultimi 15 anni siamo passati da un consumo di 56 litri pro capite ai 26,3 litri attuali. Si beve meno, ma in modo diverso. Il vino non deve diventare un bene elitario per pochi privilegiati. Di questo deve tener conto l’intero settore.”
In alto i calici. Prosit! (GIUSEPPE CASAGRANDE)
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