I Viaggi di Graspo

Il Pignolo, un resiliente naturale

Il Pignolo, un resiliente naturale   “Il pignolo è un nucleo di aggregazione potentissimo perchè ce n’è cosi poco che non potremo mai farci la guerra per venderlo”

Il Pignolo, un resiliente naturale

 

“Il pignolo è un nucleo di aggregazione potentissimo perchè ce n’è cosi poco che non potremo mai farci la guerra per venderlo” parole di Enrico Raddi enologo di Torre Rosazza che ci accoglie e ci accompagna a degustare tutte le 34 espressioni del Pignolo proposte dalle aziende dell’associazione del Pignolo del Friuli Venezia Giulia in occasione della sesta edizione del World Pignolo Day allo Spazio Villalta ad Udine.

Graspo con Enrico Raddi

L’associazione vede oggi come Presidente Fabio d’Attimi Maniago Marchiò e come vice Nicola Ermacora impegnatissimi nel coordinare un ricchissimo programma di interventi per raccontare non solo il Pignolo ma tutto il bellissimo territorio che lo ospita.

Con loro incontriamo, grazie allo strategico supporto di Chiara Mattiello, responsabile eventi ed enoturismo delle tenute del Leone Alato, due straordinari personaggi che hanno contribuito molto alla salvaguardia ed alla tutela di questo vitigno; Ben Little e Giannola Nonino. Ben arriva dall’Irlanda e si innamora così tanto di questo vitigno da dedicargli studi e ricerche fino a farne un libro : Pignolo Cultivating the Invisible, Giannola invece ci accompagna a degustare la sua rarissima Grappa Nonino Cru monovitigno di Pignolo, esperienza emozionante.

Ben Little e Giannola Nonino

34 calici di Pignolo distribuiti in diverse annate sanno fare sintesi delle tante sensibilità delle aziende che ci credono fortemente, storie diverse e vini ricchi di sfumature per farne la giusta sintesi useremo la bellissima testimonianza di Ivano Asperti, giornalista di Milano che così lo racconterà nel nuovo libro di G.R.A.S.P.O. che presenteremo a Vinitaly: Vitigni Rari Italiani, Storie di Patriarchi Profeti ed Eroi.

Il Pignolo non è un vitigno che si lasci raccontare attraverso le categorie rassicuranti della tipicità o dell’autoctonia intesa in senso promozionale. La sua storia, frammentata e selettiva, impone piuttosto una lettura critica, nella quale la sopravvivenza genetica coincide con una progressiva riduzione delle possibilità interpretative. È un vitigno che non ha vinto per diffusione, ma per resilienza, e proprio in questa pervicacia risiede la chiave per comprenderne il ruolo attuale nel panorama vitivinicolo friulano.

Ben Little

La documentazione storica, che ne attesta la presenza almeno dal tardo Medioevo nell’area dei Colli Orientali, non restituisce l’immagine di una varietà dominante, bensì di una vite selezionata per contesti specifici, spesso marginali, ma qualitativamente esigenti. I richiami all’area di Rosazzo, ricorrenti nella letteratura agraria sette-ottocentesca (Berti; Gallesio), suggeriscono un vitigno già allora percepito come “difficile”, destinato a produzioni limitate e non seriali. In questo senso, il Pignolo sembra anticipare, per via storica, una concezione della viticoltura che oggi definiremmo di precisione territoriale, lontana tanto dalla policoltura di sussistenza quanto dalla specializzazione intensiva.

Il suo quasi totale abbandono nel Novecento va quindi interpretato non come un incidente della storia, ma come l’esito coerente di un sistema produttivo che non aveva più spazio per una varietà a bassa resa, maturazione tardiva e gestione complessa. Come osservato da Calò et al., la sopravvivenza di molti vitigni autoctoni italiani è dipesa dalla loro adattabilità a nuovi modelli agronomici; il Pignolo, al contrario, è sopravvissuto perché non si è adattato, conservando una rigidità fisiologica che ne ha limitato la diffusione, ma ne ha preservato l’identità.

Momento della manifestazione

Dal punto di vista ampelografico, questa rigidità si traduce in un assetto morfologico e funzionale orientato alla concentrazione. Foglia spessa, grappolo compatto, acino piccolo e buccia ricca di polifenoli definiscono una fisiologia che tende a produrre vini strutturalmente densi, spesso spigolosi in gioventù, e per questo poco compatibili con le aspettative di immediatezza che hanno dominato il mercato negli ultimi decenni. Gli studi sul profilo fenolico del Pignolo mostrano una complessità tannica che richiede tempi lunghi di integrazione, confermando che la qualità, in questo caso, è funzione diretta del tempo e non della tecnica.

Il rapporto con il territorio dei Colli Orientali del Friuli non è accessorio, ma fondativo. I suoli di Ponca, poveri e instabili, agiscono come fattore selettivo ulteriore, impedendo eccessi vegetativi e costringendo la vite a un equilibrio naturale. In questo contesto, il Pignolo non esprime un “carattere” riconoscibile in senso aromatico immediato, ma una struttura, una tensione interna che si manifesta nel tempo. Come sottolineato dall’illustre professor Attilio Scienza, è proprio questa dimensione strutturale, più che il profilo aromatico, a definire i vitigni realmente territoriali.

Il Pignolo non è tornato per moda né per calcolo. È tornato perché qualcuno ha avuto la testardaggine di ascoltarlo quando parlava sottovoce. Walter Filiputti fu tra i pochi a intuire che quelle poche viti superstiti attorno all’Abbazia di Rosazzo non erano un relitto del passato, ma una promessa scomoda: un vitigno severo, tannico, refrattario alle semplificazioni, che chiedeva tempo, silenzio e dedizione. Con lui il Pignolo ha smesso di essere un nome nei registri ampelografici ed è tornato a essere vino, lentamente, controcorrente.

Oggi quel gesto iniziale vive nelle mani di vignaioli che non lo hanno addomesticato, ma accompagnato. Produttori dei Colli Orientali e di Rosazzo che accettano rese basse, maturazioni lunghe, affinamenti pazienti, consapevoli che il Pignolo non concede nulla nell’immediato e restituisce solo a chi sa aspettare. Nei loro vini non c’è l’ossessione dell’eleganza facile, ma una tensione profonda, una materia scura e salda che parla di terra, di stagioni, di scelte irrevocabili.

da sx Enrico Raddi e Gianmarco Guarise

Sono loro i testimoni di oggi: non imitatori di un’idea originaria, ma continuatori di un pensiero. Grazie a questa continuità il Pignolo è rimasto fedele a sé stesso, vino di carattere e di durata, capace di attraversare il tempo senza perdere identità. E forse è proprio per questo che, finalmente, non ha più bisogno di essere salvato.

In cantina, ogni tentativo di semplificazione stilistica si traduce in una perdita di senso. Il Pignolo non tollera scorciatoie tecnologiche né interpretazioni accomodanti: estrazioni eccessive ne irrigidiscono il profilo, mentre vinificazioni troppo conservative ne svuotano la complessità. È un vino che chiede coerenza, e che restituisce valore solo a chi accetta di lavorare all’interno dei suoi limiti.

È in questo quadro che la nascita dell’Associazione del Pignolo del Friuli Venezia Giulia assume un significato che va ben oltre la promozione di un vitigno raro. L’associazione rappresenta un atto culturale necessario, un tentativo di sottrarre il Pignolo alla frammentazione interpretativa e al rischio di una valorizzazione puramente individuale. In assenza di un luogo di confronto condiviso, un vitigno come il Pignolo rischierebbe infatti di essere ridotto a curiosità enologica o a bandiera identitaria svuotata di contenuto tecnico.

Enrico Raddi

L’importanza dell’associazione risiede nella sua funzione di mediazione: tra produttori e ricercatori, tra memoria storica e pratica contemporanea, tra identità territoriale e leggibilità esterna. Eventi come il World Pignolo Day non vanno letti come semplici momenti celebrativi, ma come occasioni di verifica critica, in cui stili, scelte agronomiche e visioni enologiche vengono messi a confronto, contribuendo a definire un perimetro condiviso entro cui il vitigno può evolvere senza snaturarsi.

Il Pignolo, oggi, non ha bisogno di essere “riscoperto”, ma interpretato collettivamente. La sua forza non risiede nella versatilità, bensì nella resistenza a ogni forma di banalizzazione. In questo senso, l’associazione non è un supporto accessorio, ma uno strumento strutturale: l’unico in grado di garantire che la complessità del Pignolo resti una risorsa e non diventi, col tempo, un ostacolo. È in questa tensione tra limite e possibilità che il Pignolo continua a interrogare chi lo coltiva, lo vinifica e lo racconta, confermandosi non come vitigno del passato, ma come oggetto critico del presente.

Un vitigno del passato ma dal grande futuro.

Il viaggio continua…

Ci trovate su:

Facebook e Instagram, alla voce Associazione Graspo

Di Aldo Lorenzoni, Ivano Asperti, Luigino Bertolazzi.

Foto di Gianmarco Guarise.


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