
La Tintilia del Molise, autoctono a bacca nera, da ex oggetto sconosciuto piano piano si è fatto strada nella considerazione degli appassionati del vino. Il merito va da una parte all’attenzione che le principali guide di settore gli dedicano ormai ogni anno vista la qualità raggiunta, ma certamente il vitigno deve il suo successo ad un manipolo di uomini che ci hanno creduto in tempi non sospetti, permettendogli di esprimersi ai massimi livelli del suo potenziale.
Uno di questi è senza dubbio Vincenzo Catabbo fondatore dell’Azienda omonima, oggi sicuro punto di riferimento per la viticoltura molisana. La genesi di tutto è una sliding doors apparentemente casuale, che però la visione e l’intuizione di Vincenzo hanno spalancato dandole un senso profondo nel 1990 dopo l’acquisto di un terreno a San Martino in Pensilis, provincia di Campobasso inizialmente per altri scopi.
Vista la sua esperienza di grossista di cereali l’intenzione era quella di destinarlo a colture più vicine alle sue conoscenze, ma la natura del terreno tutto pietre e pendii non si rivelò favorevole. Fatale fu allora l’incontro con un anziano contadino, da cui recuperò le barbatelle del vitigno in via di estinzione con cui, nel 1992, riuscì a piantare mezzo ettaro di Tintilia in Contrada Petriera, presso Colle Cervino.
Vincenzo non lasciò nulla al caso recandosi in Francia per imparare dai più bravi perché in tempi non sospetti, fu tra i primi a credere veramente nella potenzialità della Tintilia. Acquisì così le basi di quel know-how che traccerà le linee guida della sua futura esperienza di viticoltore.
Progressivamente investendo tutte le energie sul recupero del vitigno, la famiglia Catabbo si è legata a doppio filo all’impegno di recuperare tutti i valori culturali ad esso legati e alla sua contestualizzazione nel territorio.
Concetti come la consapevolezza delle diverse espressioni del vitigno in relazione alla parcella territoriale, saranno alla base del passo decisivo datato 2004, quando decide di imbottigliare in proprio i frutti delle sue vigne fondando Cantina Catabbo.
Attraverso le nuove acquisizioni di Tenuta al Calvario e Tenuta al Convento l’Azienda si espande con il pieno coinvolgimento dei figli Sara, Carla e Pasquale, che oggi dopo la recente scomparsa portano avanti il grande lavoro di Vincenzo Catabbo.
Tre ragazzi che proseguono sulla strada tracciata, solidamente coinvolti con il loro territorio e la sua identità nonché riferimento per il mondo vitivinicolo molisano, che ringraziamo per aver gentilmente risposto alle nostre domande
Dall’acquisto di un terreno per coltivare il grano ma rivelatosi poco adatto, all’impianto quasi casuale di mezzo ettaro di Tintilia. Una sliding door che poi si è rivelata la circostanza che ha cambiato le sorti di tutta la famiglia. Ripensandoci qual è il senso che avete dato a questo percorso apparentemente casuale?
Sara: “Ripensandoci oggi, credo che la cosa più bella sia proprio pensare che tutto sia cominciato quasi per caso. Mio padre aveva acquistato quel terreno con un’altra idea e probabilmente, in quel momento, non avrebbe mai immaginato dove ci avrebbe portati quella scelta.
Quel primo mezzo ettaro di Tintilia piantato nel 1992 a Colle Cervino è diventato l’inizio di un percorso che ha finito per coinvolgere tutta la nostra famiglia e, in qualche modo, per segnare anche le nostre vite.
Con il tempo, però, la casualità ha lasciato spazio alla visione e alla determinazione di nostro padre. Ha creduto in quel vitigno quando ancora se ne parlava pochissimo, ha continuato a investirci e ci ha trasmesso quella stessa convinzione.
Oggi, soprattutto dopo la sua scomparsa, sentiamo ancora di più il significato di quel percorso: portare avanti ciò che lui ha iniziato, ma facendolo evolvere con le nostre idee e con le nostre diverse competenze. È curioso pensare che da una scelta quasi casuale sia nata quella che oggi è diventata la nostra storia”.
In una regione ancora troppo poco valorizzata per la sua viticoltura come il Molise, cosa ha convinto vostro padre a puntare con decisione in questa direzione?
Pasquale: “Credo che nostro padre abbia avuto soprattutto la capacità di vedere una possibilità dove, in quel momento, era difficile vederla. Il Molise non aveva certamente la reputazione vitivinicola di altre regioni italiane e la Tintilia era un vitigno quasi dimenticato, ma lui si rese conto abbastanza presto che quella terra e quell’uva potevano esprimere qualcosa di particolare.
La cosa che lo convinse definitivamente furono proprio i risultati di quel primo piccolo impianto a Colle Cervino. Cominciò a conoscere sempre meglio il comportamento della Tintilia, la sua capacità di adattarsi ai nostri terreni e soprattutto la qualità delle uve che riusciva a ottenere.
Da lì quella che era iniziata quasi come una prova diventò un progetto vero. Mio padre era una persona molto concreta: quando capiva che qualcosa aveva un potenziale, ci investiva tempo, lavoro e risorse. E credo che abbia avuto anche una grande intuizione: invece di considerare il fatto di essere in Molise un limite, ha scelto di puntare proprio su ciò che rendeva questa terra diversa dalle altre.
Oggi continuiamo a lavorare con la stessa convinzione: il nostro territorio non deve cercare di assomigliare a territori più conosciuti, ma deve riuscire a esprimere al meglio la propria identità”.
Casualità o meno, sin da subito Vincenzo è andato in Francia ad imparare dai più bravi. Tecnica e vocazione alla qualità sono stati per lui da subito gli obiettivi da perseguire?
Risponde Pasquale: “Assolutamente sì, anche se tutto nacque, ancora una volta, quasi per caso. Durante un primo viaggio in Francia nostro padre vide per la prima volta quei vigneti ordinati a filari, così diversi dalla viticoltura che era abituato a vedere in Molise. Quell’immagine lo colpì profondamente e credo che proprio lì abbia cominciato a immaginare, per la prima volta, quello che sarebbe potuto diventare il suo futuro nel vino.
Il secondo viaggio, invece, fu tutt’altro che casuale. Tornò in Francia con uno scopo preciso: imparare. Voleva confrontarsi con chi aveva alle spalle una cultura vitivinicola molto più consolidata, capire le tecniche, osservare il modo in cui venivano gestiti i vigneti e comprendere cosa ci fosse alla base della produzione di grandi vini.
Nostro padre aveva una caratteristica che credo sia stata fondamentale in tutto il suo percorso: era molto curioso e non aveva paura di imparare da chi ne sapeva più di lui.
Da quelle esperienze tornò con una convinzione molto forte: la qualità di un vino nasce prima di tutto in vigna. Se vuoi ottenere un grande vino devi partire da uve di grande qualità e, per farlo, non puoi lasciare nulla al caso.
È un principio che ci ha trasmesso e che ancora oggi guida il nostro lavoro: conoscere profondamente ogni vigneto, rispettarne le caratteristiche e cercare di ottenere il massimo da quella specifica terra e da quella specifica annata. La tecnica è fondamentale, ma deve essere sempre al servizio del territorio, mai il contrario”.
Il know-how dell’Azienda è radicato negli insegnamenti appresi da Vincenzo agli inizi della sua avventura di viticoltore. Qual è l’insegnamento e la cosa più importante che vi ha trasmesso dall’esperienza francese?
Pasquale: “Probabilmente l’insegnamento più importante è stato capire che la qualità nasce dalla conoscenza profonda del vigneto. Dall’esperienza francese nostro padre aveva portato con sé soprattutto questo: non considerare mai la vigna come qualcosa di uniforme, ma imparare a leggere ogni terreno, ogni esposizione, ogni parcella e a lavorarle in funzione di ciò che possono realmente esprimere.
Ci ha insegnato a osservare molto, a non forzare la produzione e a privilegiare sempre la qualità rispetto alla quantità. Anche per questo, nel tempo, abbiamo scelto di vinificare separatamente le uve provenienti dai diversi vigneti, perché ci siamo resi conto che la stessa Tintilia cambia profondamente a seconda del luogo in cui viene coltivata.
Forse è proprio questa l’eredità più importante che ci ha lasciato: non accontentarsi mai di produrre semplicemente un buon vino, ma cercare di capire fino in fondo cosa quella specifica terra può raccontare attraverso quel vino.
Ed è un lavoro che, in realtà, non finisce mai. Ogni vendemmia aggiunge qualcosa alla conoscenza che abbiamo dei nostri vigneti”.
È stata la potenzialità della Tintilia o il vostro totale coinvolgimento a spingere Vincenzo ad intraprendere la via dell’imbottigliamento in proprio delle proprie uve, creando nel 2004 l’Azienda Catabbo?
Carla: “Credo siano state entrambe le cose, ma avendolo vissuto da vicino fin dall’inizio posso dire che è stato soprattutto un processo molto graduale.
Sono stata la prima di noi tre a scegliere di lavorare con papà e quindi ho avuto la fortuna di vedere quel progetto crescere quando era ancora tutto da costruire. All’inizio c’era soprattutto la sua convinzione nelle potenzialità della Tintilia e il desiderio di capire fin dove potesse arrivare. Poi, man mano che aumentavano gli investimenti nei vigneti e cresceva la qualità delle uve, diventava sempre più evidente che vendere semplicemente quella materia prima significava fermarsi a metà del percorso.
A un certo punto imbottigliare direttamente i nostri vini è diventata quasi una conseguenza naturale: voleva dire dare un’identità a ciò che stavamo facendo e poter finalmente raccontare con il nostro nome il lavoro iniziato anni prima in vigna.
Credo però che anche il nostro coinvolgimento abbia avuto un peso importante nella sua decisione. Papà cominciò a capire che quel progetto non sarebbe rimasto soltanto suo, ma poteva diventare un progetto familiare, con una prospettiva futura.
La nascita delle Cantine Catabbo nel 2004, quindi, non la vedo come un punto di partenza, ma come il momento in cui un percorso iniziato molti anni prima ha finalmente preso una forma e un’identità precise”.
Quali sono stati i passi più significativi, i momenti decisivi lungo il vostro percorso ventennale nel mondo del vino?
Sara: “Sicuramente il primo è stato prendere consapevolezza che non stavamo soltanto producendo vino, ma che iniziavamo a costruire un’identità: Catabbo e Tintilia. Due nomi che, nel tempo, sono cresciuti insieme.
Poi sicuramente l’apertura verso l’estero. Confrontarci con mercati, importatori, degustatori e giornalisti internazionali ci ha fatto capire che la particolarità della Tintilia e della nostra storia poteva avere un valore anche molto lontano dal Molise. In un certo senso, uscire dai nostri confini ci ha aiutato a guardare con occhi diversi quello che avevamo in casa e ad acquisire ancora maggiore consapevolezza del suo potenziale.
Un altro passaggio fondamentale è stato comprendere fino in fondo quanto la Tintilia potesse cambiare a seconda del luogo in cui veniva coltivata. Da lì è iniziato un lavoro sempre più preciso sui singoli vigneti e sulle diverse espressioni di questo vitigno, fino ad arrivare alle vinificazioni separate e alla costruzione dei nostri cru.
E naturalmente ci sono stati alcuni riconoscimenti che hanno segnato momenti importanti. L’ingresso della Tintilia Colle Cervino 2019 nella Top 100 di Wine Spectator nel 2023 è stato sicuramente uno spartiacque: per la prima volta una Tintilia raggiungeva un risultato del genere e improvvisamente un vitigno del Molise entrava sotto i riflettori internazionali. Così come le selezioni a OperaWine, anno dopo anno, ci hanno dato la sensazione che il percorso intrapreso avesse ormai una continuità.
Ma forse il passaggio più importante è quello che stiamo vivendo adesso. Dopo la scomparsa di nostro padre abbiamo dovuto prendere pienamente in mano ciò che aveva costruito. Oggi io, Carla e Pasquale abbiamo responsabilità e competenze diverse, ma condividiamo la stessa idea: non limitarci a conservare quello che abbiamo ricevuto, ma continuare a farlo crescere. Perché credo che il modo migliore per rispettare la storia che nostro padre ha iniziato sia continuare a scriverla”.
Qual è il vostro approccio alla cura del vigneto e alla sua gestione?
Pasquale: “Il nostro approccio parte da un principio molto semplice: prima di intervenire bisogna conoscere e osservare. Ogni vigneto ha un proprio equilibrio, un terreno, un’esposizione e caratteristiche diverse, quindi non crediamo in una gestione standardizzata.
Lavoriamo in biologico e cerchiamo di intervenire il meno possibile, ma nel momento giusto. Questo significa seguire costantemente il vigneto durante tutto il ciclo vegetativo, lavorare molto sulla prevenzione e adattare le scelte alle condizioni dell’annata e alle esigenze di ogni singola parcella.
Un altro aspetto fondamentale per noi è non spingere mai la pianta verso produzioni eccessive. Preferiamo rese contenute e uve sane, mature ed equilibrate, perché siamo convinti, come ci ha insegnato nostro padre, che la qualità del vino si costruisca prima di tutto in vigna.
Negli anni abbiamo imparato anche a conoscere sempre meglio le differenze tra le nostre tenute. La stessa Tintilia, coltivata in terreni e condizioni differenti, può dare risultati sorprendentemente diversi. Il nostro compito non è uniformarli, ma accompagnarli e preservare queste differenze.
In fondo la nostra filosofia è questa: cercare di interpretare il vigneto più che imporre al vigneto ciò che vogliamo noi”.
I premi ricevuti dalle maggiori guide anche internazionali testimoniano il livello che la Tintilia può dare. Quali sono le prospettive future per i vini di questa regione e attraverso quale direzione bisogna andare per promuoverli?
Sara: “Io credo che le prospettive siano molto interessanti, a condizione che il Molise smetta di considerare la propria dimensione come un limite e cominci a trasformarla in un valore. Siamo una piccola regione, produciamo numeri relativamente contenuti e abbiamo un vitigno identitario come la Tintilia: in un mercato che cerca sempre più autenticità, territori riconoscibili e storie vere, tutto questo può diventare un punto di forza.
I riconoscimenti arrivati negli ultimi anni dimostrano che la Tintilia può confrontarsi con vini importanti anche a livello internazionale. Adesso, però, dobbiamo fare un passo ulteriore: non basta produrre bene, dobbiamo riuscire a costruire intorno ai nostri vini una percezione altrettanto forte.
E credo che questo sia possibile soltanto lavorando insieme. Come singole aziende possiamo raccontare i nostri vini, viaggiare, partecipare alle fiere e costruire relazioni con importatori, sommelier e giornalisti. Ma per far conoscere davvero il Molise vitivinicolo serve un progetto condiviso, capace di portare fuori non soltanto un vino o un produttore, ma un territorio.
La Tintilia è il nostro grande biglietto da visita. Non dobbiamo cercare di renderla simile a qualcosa che il mercato conosce già: dobbiamo fare esattamente il contrario, valorizzarne l’unicità, raccontare i luoghi in cui nasce, le differenze tra i vigneti e il lavoro dei produttori.
Il Molise non ha bisogno di diventare una grande regione del vino in termini di numeri. Ha bisogno di diventare una regione piccola ma fortemente riconoscibile, capace di occupare un proprio spazio nel panorama del vino italiano e internazionale”.
Contrazioni dei consumi, dazi, nuovi modelli culturali: come vedete il futuro del vino italiano e cosa possono fare i produttori individualmente e a livello di sistema per adeguarsi ai tempi?
Carla: “È sicuramente una fase complessa, perché stanno cambiando contemporaneamente molte cose: i consumi diminuiscono, soprattutto in alcuni mercati tradizionali, le nuove generazioni hanno un rapporto diverso con il vino e, a livello internazionale, fattori come dazi, costi e instabilità rendono più difficile programmare.
Credo però che la risposta non possa essere semplicemente produrre di più o abbassare i prezzi. Al contrario, soprattutto per realtà come la nostra, diventa ancora più importante dare valore a ciò che si produce, avere un’identità precisa e gestire l’azienda con grande attenzione, perché oggi sostenibilità significa anche sostenibilità economica.
Come singoli produttori dobbiamo essere più flessibili, conoscere meglio i mercati, diversificare e cercare nuovi canali e nuovi consumatori, senza però perdere la nostra identità per inseguire ogni nuova tendenza.
Il vino continuerà ad avere un futuro, ma probabilmente sarà un futuro diverso da quello a cui eravamo abituati prima del Covid. Dovremo imparare a vendere meno quantità e più valore e, soprattutto, a spiegare meglio perché una bottiglia, un territorio e il lavoro che c’è dietro meritano quel valore”.
Certificazioni come bio, biodinamico, vino naturale e associazioni varie: quanto c’è di marketing e quanto di effettiva ricerca della sostenibilità? E come vi regolate sulla questione?
Pasquale: “Credo che una certificazione abbia valore quando rappresenta realmente un modo di lavorare e non diventa semplicemente un’etichetta da utilizzare per vendere meglio il vino.
Noi siamo certificati biologici dal 2019, ma per noi il biologico non è mai stato un punto di arrivo. È piuttosto una conseguenza del modo in cui abbiamo scelto di gestire i nostri vigneti: osservare molto, intervenire solo quando è necessario, preservare l’equilibrio del terreno e cercare di lasciare alle generazioni successive una terra nelle stesse condizioni, possibilmente migliori, di come l’abbiamo ricevuta.
Non rincorriamo necessariamente definizioni come “naturale” o “biodinamico”, perché preferiamo concentrarci su quello che facciamo concretamente ogni giorno.
Poi è evidente che oggi la sostenibilità sia anche un elemento di comunicazione e di marketing, e non c’è nulla di sbagliato. Il problema nasce quando la comunicazione diventa più importante della sostanza.
Per noi vale il contrario: prima viene quello che facciamo in vigna, poi eventualmente quello che raccontiamo”.
Trovandovi per un giorno alla guida del Ministero dell’Agricoltura, quale legge o provvedimento fareste per promuovere la viticoltura italiana?
Sara: “Se fossi Ministro per un giorno, punterei molto di più sui territori. L’Italia del vino ha ancora tantissimo da far scoprire e credo che oggi dovremmo avere il coraggio di spostare l’attenzione anche verso quelle aree che non sono state ancora viste e raccontate abbastanza.
Abbiamo territori, vitigni autoctoni e storie straordinarie che spesso rimangono nell’ombra semplicemente perché provengono da regioni meno conosciute. Io cercherei di creare strumenti e progetti capaci di far emergere proprio queste diversità, perché credo che rappresentino una delle più grandi ricchezze del vino italiano.
Non cercherei quindi di promuovere soltanto il “vino italiano” in senso generale, ma le tante identità che lo compongono, dando più spazio a chi ha qualcosa di autentico e ancora nuovo da raccontare.
Perché credo che oggi una delle sfide più importanti non sia produrre più vino italiano, ma riuscire a portare nel mondo, e soprattutto a raccontare meglio, quella parte dell’Italia del vino che ancora non conoscono”.
Bruno Fulco
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