Notizie Italiane

Bassano del Grappa incoronata “caput mundi” dello stoccafisso

Bassano del Grappa incoronata "caput mundi" dello stoccafisso La cerimonia sul mitico Ponte degli Alpini ribattezzato "Stockbridge".

Bassano del Grappa incoronata “caput mundi” dello stoccafisso

Andrea Vergari, presidente dell’Interrnational Stockfisf Society, con l’accademico vicentino Otello Fabris

La cerimonia sul mitico Ponte degli Alpini ribattezzato “Stockbridge”. Sua Maestà il pesce-bastone consacrato dal Consiglio d’Europa patrimonio culturale europeo in attesa del riconoscimento più prestigioso da parte dell’Unesco. La spettacolare sfilata delle Confraternite enogastronomiche e gli incontri con la folta delegazione Sami, l’antica popolazione indigena che vive nei mari del Nord lungo le coste artiche della Norvegia, della Svezia, della Finlandia e della Russia.

Con la spettacolare sfilata delle Confraternite enogastronomiche, di una folta delegazione dell’antica popolazione Sami e di pescatori norvegesi del Fimark sul mitico Ponte degli Alpini ribattezzato “Stockbridge” si sono  concluse in pompa magna le settimane che hanno incoronato Bassano caput mundi dello stoccafisso e consacrato ufficialmente il “pesce-bastone” patrimonio culturale europeo in attesa del riconoscimento più prestigioso da parte dell’Unesco. 

Parlavamo del popolo Sami. La presenza di questa comunità lappone ha avuto un significato importantissimo per Bassano del Grappa, una vera e propria incoronazione per la città che storicamente rappresenta uno dei punti di riferimento italiani dello stoccafisso. Una città crocevia di tradizioni, di commerci e scambi culturali legati al pesce-bastone dei Mari del Nord e alla mitica “Via Querinissima”, il percorso storico compiuto dal mercante veneziano Pietro Querini nel Quattrocento e riconosciuto dal Consiglio d’Europa con il sigillo di intinerario culturale europeo.

  

L’incontro con la folta delegazione Sami, popolazione indigena del Grande Nord Artico

Aasa Marget Anti e Linn Moerch Lyder mostrano le tavole di Franco Fortunato che raccontano l’odissea di Pietro Querini

L’incontro con la delegazione Sami – ha sottolineato l’enogastronoma Desi Pianalto DeliziosaMente Gourmet – ha creato un ponte non solo simbolico tra le popolazioni del Grande Nord Artico e il Nord-Est italiano: due realtà diverse, ma unite dalla capacità di trasformare un alimento nato dalla necessità in patrimonio culturale, memoria condivisa e identità collettiva.

La delegazione Sami a Bassano ha portato con sé molto più di una testimonianza culturale. L’incontro ha messo in relazione due mondi lontani geograficamente, ma legati da una storia comune fatta di mare, conservazione del cibo, commercio, sopravvivenza e memoria alimentare.

I Sami sono il popolo indigeno dell’Artico europeo. Vivono nella regione chiamata Sápmi, un territorio immenso che attraversa il Nord della Norvegia, della Svezia, della Finlandia e parte della Russia. Una terra estrema, modellata dal ghiaccio, dal vento e da stagioni che obbligano da sempre l’uomo a sviluppare un rapporto profondissimo con la natura. 

Una civiltà antichissima che vive in un ambiente estremo, fragile e severo

Gli intermezzi canori canti della delegazione Sami nei costumi tradizionali

Troppo spesso i Sami vengono raccontati in modo superficiale, quasi folkloristico, ridotti all’immagine stereotipata degli allevatori di renne. In realtà la cultura Sami è molto più complessa: è una civiltà antichissima costruita sulla conoscenza del territorio, delle migrazioni degli animali, della pesca, dei cicli climatici e della capacità di vivere in equilibrio con un ambiente fragile e severo.

Ed è qui che il loro cammino si intreccia con quello dello stoccafisso. Per le comunità costiere Sami del Nord della Norvegia, il merluzzo non è mai stato semplicemente un alimento. Era riserva per affrontare l’inverno, possibilità di commercio, sostentamento familiare, continuità culturale. Lo stoccafisso nasce infatti in quelle regioni artiche grazie a condizioni naturali particolari: il freddo, il vento e la bassa umidità permettono al pesce di essiccarsi lentamente all’aria aperta senza deteriorarsi.

Prima di diventare uno dei grandi simboli gastronomici europei, lo stoccafisso era una necessità vitale. Le popolazioni Sami hanno custodito per secoli una conoscenza sofisticata del mare: correnti, migrazioni del merluzzo, fondali, stagioni della pesca, tecniche di essiccazione e conservazione. Un sapere tramandato oralmente, nato dall’osservazione continua della natura e dalla necessità di sopravvivere in un ambiente estremo.

Una cultura che resiste nella lingua, nei canti, nella pesca dello stoccafisso

Il baccalà in umido alla Remondini realizzato seguendo una ricetta dei primi anni dell’Ottocento

Per questo parlare dei Sami significa parlare di cultura vivente. Una cultura – ricorda Desi Pianalto – che sta attraversando un momento cruciale. Il cambiamento climatico nell’Artico procede, infatti, ad una velocità superiore rispetto a molte altre aree del Pianeta. Gli inverni diventano instabili, il ghiaccio cambia struttura, gli ecosistemi marini si trasformano e le migrazioni dei pesci si modificano. Tutto questo ha conseguenze dirette sia sulla pesca sia sull’equilibrio delle comunità tradizionali.

Accanto alla crisi climatica esiste poi quella territoriale. Le terre ancestrali Sami sono sempre più interessate da miniere, infrastrutture energetiche, impianti industriali e sfruttamento delle risorse naturali. Per i Sami il territorio non rappresenta soltanto uno spazio fisico, ma un elemento identitario e spirituale inseparabile dalla loro cultura.

A questo si aggiunge una lunga storia di assimilazione forzata. Per decenni, nei paesi nordici, la lingua Sami è stata ostacolata, le tradizioni marginalizzate e l’identità culturale spesso repressa. Ancora oggi alcune lingue Sami rischiano di scomparire. Eppure questa cultura continua a resistere nella lingua, nei canti tradizionali, nella pesca e nella relazione con il paesaggio artico. Resiste nella memoria dello stoccafisso, che ancora oggi racconta un modo di vivere il mare fondato sul rispetto del tempo, della natura e della sopravvivenza collettiva.

La Via Querinissima riconosciuta dal Consiglio d’Europa come Itinerario Culturale Europeo

Il tamburo sciamanico delle popolazioni della Lapponia

Quando si spengono le luci, quando finiscono incontri ufficiali, conferenze, degustazioni, fotografie e brindisi – ha commentato Otello Fabris, deus ex machina con Andrea Vergari dell’evento Stockbridge – rimane sempre una domanda: quale ricordo ci portiamo a casa da questi giorni vissuti insieme a Bassano del Grappa?

Stockbridge non è stata soltanto una manifestazione gastronomica. Sarebbe riduttivo persino definirla così.

In questi giorni abbiamo visto intrecciarsi culture, lingue, territori e visioni diverse d’Europa attorno a qualcosa che, all’apparenza, potrebbe sembrare semplice: lo stoccafisso.

E invece, dentro quel merluzzo essiccato dai venti del Nord, esistono secoli di viaggi, commerci, sopravvivenza, fede, identità e relazioni umane. Abbiamo parlato della Via Querinissima, oggi riconosciuta dal Consiglio d’Europa come Itinerario Culturale Europeo. Abbiamo parlato della Via Italiana del Baccalà, della rete Stockfish Heritage, dell’International Stockfish Society e di tutto il lavoro che continua a essere portato avanti da Associazioni, Confraternite, studiosi, istituzioni, comunità locali e volontari per custodire una memoria che appartiene a più Paesi e a più popoli.

Stockbridge 2026 ha acceso uno sguardo nuovo verso le popolazioni del Nord

Uno dei piatti proposti durante le giornate bassanesi dedicate a Sua Maestà lo stoccafisso

Ma la sensazione più forte è che Stockbridge 2026 abbia lasciato qualcosa che va molto oltre la gastronomia.

Ha lasciato attenzione. Ascolto. Curiosità. Ha acceso uno sguardo nuovo verso le popolazioni del Nord, verso la cultura Sami, verso territori che oggi affrontano problemi reali legati all’ambiente, all’identità culturale, alla modernità che avanza e al rischio concreto che certe tradizioni vengano lentamente svuotate del loro significato più profondo.

E questo riguarda anche noi perché ogni volta che un territorio perde memoria, perde una parte della propria anima. Ogni volta che una cultura viene trasformata soltanto in immagine, folklore o attrazione turistica, qualcosa inevitabilmente si spezza.

Bassano, un punto d’incontro dove il cibo diventa cultura e conoscenza reciproca

Bassano del Grappa, in questi giorni, è stata molto più di una città ospitante: è diventata un punto d’incontro tra mondi lontani, un luogo in cui il cibo è tornato a essere racconto, scambio umano, conoscenza reciproca.

Abbiamo degustato vini, cibi. Abbiamo assaggiato ricette antiche e ricette moderne. Abbiamo parlato di tradizioni, di storia, di futuro. Abbiamo ascoltato accenti diversi e storie diversissime tra loro.

Eppure, per qualche giorno, tutto è sembrato appartenere a un’unica grande rotta culturale che dal Nord Europa arriva fino al Veneto. La Via Querinissima continuerà il suo percorso. La Via Italiana del Baccalà continuerà a crescere. Stockfish Heritage continuerà a creare connessioni culturali internazionali. L’International Stockfish Society continuerà a lavorare perché questa storia non venga ridotta soltanto alla gastronomia, ma venga riconosciuta come patrimonio culturale universale dell’Umanità.

Continueranno i progetti, gli studi, gli scambi culturali e le battaglie per la valorizzazione di questo straordinario patrimonio europeo. Ma ciò che resta davvero non si misura nei protocolli, nei riconoscimenti o nei comunicati ufficiali. Resta negli sguardi. Nelle conversazioni nate quasi per caso. Nelle persone incontrate.

Nella consapevolezza di aver condiviso qualcosa di autentico.

Ed è straordinario pensare che tutto questo continui ancora oggi a partire da quel merluzzo essiccato dal vento artico che, secoli fa, attraversò il mare insieme a Pietro Querini e che continua ancora adesso a unire popoli, storie e visioni d’Europa. E comunque, quello che resta davvero, alla fine, è l’amicizia.

Stockbridge 2026 si è chiuso con la nomina di Teofilo Folengo, alias Merlin Cocai, a nume tutelare della gastronomia italiana. Il monaco benedettino (1491-1544), poeta mantovano famoso per aver elevato a dignità letteraria il latino maccheronico, è stato ricordato dall’Associazone “Amici di Merlin Cocai”, fondata da Otello Fabris, con una cerimonia davanti al sacello della Chiesa di Santa Croce, alla periferia di Bassano, lungo il fiume Brenta, dove è sepolto.

In alto i calici. Prosit! (GIUSEPPE CASAGRANDE)


Grazie per aver letto questo articolo...

Da 20 anni offriamo una informazione libera a difesa della filiera agricola e dei piccoli produttori e non ha mai avuto fondi pubblici. Il lavoro che svolgiamo ha un costo economico non indifferente e la pubblicità dei privati, in questo periodo, è semplicemente ridotta e non più in grado di sostenere le spese.
Per questo chiediamo ai lettori, speriamo, ci apprezzino, di darci un contributo in base alle proprie possibilità. Anche un piccolo sostegno, moltiplicato per le migliaia di lettori, può diventare Importante.
Per tali liberalità ricevute non si ravvisa l'esistenza di un rapporto sinallagmatico tra le parti e pertanto non dev'essere emessa fattura (né autofattura).
Puoi dare il tuo contributo con PayPal che trovi qui a fianco.
Pulsante per tornare all'inizio