Un occhio sul mondo

Salviamo le viti centenarie a piede franco

Salviamo le viti centenarie a piede franco Presenti in numerosi paesi (Italia, Francia, Svizzera, Portogallo, Spagna, Turchia, Russia, Cile

Salviamo le viti centenarie a piede franco

Gianpaolo Girardi, autore del volume “L’importanza di essere franco» (foto Renato Vettorato)

Presenti in numerosi paesi (Italia, Francia, Svizzera, Portogallo, Spagna, Turchia, Russia, Cile, Argentina, Australia) meritano di essere tutelate dall’Unesco come patrimonio culturale dell’umanità. Queste “reliquie” si salvarono grazie ai terreni sabbiosi, vulcanici o in alta quota, nei luoghi dove il parassita presente nelle viti americane non riesce a riprodursi.

Nei nostri servizi dedicati alla storia del vino abbiamo parlato più volte delle viti a piede franco, non “maritate” con i portinnesti provenienti dal Nuovo Mondo e sopravvissute al flagello della fillossera che nella seconda metà dell’Ottocento decimò la viticoltura del Vecchio Continente. 

Viti che si salvarono grazie ai terreni sabbiosi, vulcanici o in alta quota, insomma nei luoghi dove il parassita presente nelle viti americane non riesce a riprodursi.

Oggi queste pluricentenarie viti prefillossera sono presenti in numerosi paesi: Italia, Francia, Svizzera, Portogallo, Spagna, Turchia, Russia, Cile, Argentina, Australia, solo per fare qualche esempio.

Il monumentale volume di Gianpaolo Girardi e Marta De Toni

Le viti a piede franco- molte si sono salvate grazie al terreno sabbioso

Alle viti franche di piede Gianpaolo Girardi e Marta De Toni hanno dedicato un bellissimo volume dal titolo suggestivo: «L’importanza di essere franco», edito con il patrocinio della Biblioteca internazionale La Vigna del mitico Demetrio Zaccaria.

Nel monumentale volume, che si avvale dei preziosi contributi del prof. Mario Fregoni, titolare della cattedra di viticoltura all’Università di Piacenza, del ricercatore Diego Tomasi e del giornalista Domenico Liggeri, il prof. Fregoni ha lanciato la proposta di iscrivere le viti a piede franco nel registro dei siti Unesco come patrimonio culturale dell’umanità.

Anche Mariano Murru, presidente di Assoenologi Sardegna e delegato del Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco, ha dichiarato che “le viti a piede franco costituiscono un patrimonio inestimabile, sia dal punto di vista storico, sociale e paesaggistico che per la ricchezza di biodiversità.

Biodiversità che può avere anche un risvolto pratico nella soluzione dei problemi legati ai cambiamenti climatici e alla variazione del gusto del consumatore. I paesaggi del piede franco  – ha aggiunto – con la loro straordinaria bellezza e unicità possono essere il volano di interesse per i nuovi consumatori sempre più esigenti e attenti al legame stretto tra vino territorio e tradizioni”. 

Quelle viti ultracentenarie che hanno resistito al flagello della fillossera

Un vigneto a piede franco nella veste invernale- resiste anche ai rigori dell’inverno

La fillossera, arrivata da Oltreoceano in Europa nel 1863, è stata responsabile della distruzione della viticoltura del Vecchio Continente, che si è “ricostituita” con l’uso di portinnesti di viti americane resistenti al parassita. 

Le viti a piede franco, in vigneti anche più che centenari, hanno resistito alla fillossera potendo mantenere indenni le proprie radici di vite europea (Vitis vinifera) grazie a terreni sabbiosi, vulcanici e ad alte quote che caratterizzano le aree dove insistono tuttora che impediscono all’insetto di sopravvivere o di completare il suo ciclo vitale. 

In Italia è la Sardegna ad avere la superficie maggiore di vigneti a piede franco con oltre 430 ettari, mentre gli ettari totali italiani non sono noti, anche perché molti di questi vigneti non sono censiti, ma sono presenti laddove le condizioni sono adatte e la viticoltura “moderna” non li ha sostituiti.

Silvano Ceolin: “Salviamo questi storici vigneti a rischio di estinzione”

José Vouillamoz del Comitato Scientifico Le Franc de Pied, è una delle massime autorità mondiali in materia

Nel gennaio 2025 a Napoli è stato lanciato il progetto internazionale per ottenere il riconoscimento Unesco per l’unicità di questo patrimonio in occasione dell’evento organizzato dal Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco in collaborazione con l’associazione francese Franc de Pied. 

Un progetto importante, anche perché è sostenuto da una rete internazionale di produttori, ricercatori, enologi e sommelier di molti Paesi, tra cui Francia, Spagna, Svizzera, Grecia, Turchia, Argentina, e di diverse regioni italiane: dal Trentino alla Sardegna, dalla Valle d’Aosta alla campania. dal Lazio alla Basilicata.

Al Vinitaly 2025 in un convegno organizzato dal Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari è stata illustrata l’attività di monitoraggio e caratterizzazione dei vigneti sardi a piede franco. 

Mariano Murru, presidente di Assoenologi Sardegna, convinto sostenitore delle viti a piede franco

In ottobre se ne è parlato anche alla Casa del Vino di Isera. Il presidente del Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco, Silvano Ceolin, ha richiamato l’attenzione su questi vigneti, a rischio di estinzione.

“Stiamo portando avanti questa “crociata” con altri altri amici, ma anche con tanti produttori, enologi, agronomi in tutta Italia che stanno sposando la causa perché si rendono conto che si sta perdendo un patrimonio importantissimo per tutti –

ha spiegato ai media – ci battiamo perché la tradizione delle vigne prefillosera venga mantenuta nei Paesi dove si trova storicamente e viene portata avanti da secoli perché ci sono le condizioni ideali per poterlo fare.

Silvano Ceolin, presidente del Comitato Italiano per la Tutela del Piede Franco.

Sarebbe veramente un peccato perdere la biodiversità di queste vecchie vigne perché ci sono tantissimi biotipi e vitigni anche minori, meno conosciuti, che potrebbero rispondere agli eventi estremi indotti dal cambiamento climatico e produrre vini con tenore alcolico più contenuto e anche “nuovi” per andare incontro alle esigenze di mercato.

Preservarli è fondamentale a tutela del legame forte di un territorio con la sua storia anche viticola: una volta scomparsi più nulla si può fare se non adeguarsi alle varietà e ai materiali genetici esistenti.

Questi vigneti stanno venendo a mancare perché poco redditizi e, dunque, vengono abbandonati”.

 

 

Viti abbandonate per la scarsa produttività e gli elevati costi di gestione

Un vigneto di Carignano a piede franco sull’isola di Sant’Antioco, in Sardegna

Molto diffuso  – ha ribadito Mariano Murru, presidente di Assoenologi Sardegna – è l’abbandono di queste viti come conseguenza della scarsa produttività e degli elevati costi di gestione. Nell’Isola di Sant’Antioco, ad esempio, dove si concentra la maggior parte di vigneti franchi di piede in Sardegna è rimasto solo il 10% di quelli che esistevano 30-40 anni fa. Lo stesso Murru ha “adottato” alcuni vigneti abbandonati di circa 90 anni dove ha fatto la vendemmia con un gruppo di giovani rimasti affascinati dalla possibilità di assaggiare tantissime tipologie di uva diverse. 

Le viti centenarie di Enantio della Cantina Roeno (famiglia Fugatti) a Brentino Belluno

“Per questi ragazzi – ha raccontato in un recente convegno – è stata una scoperta incredibile poichè hanno avuto l’opportunità di conoscere il mondo dell’enologia e di assaggiare il gusto dell’uva matura che col tempo diventerà vino. Un’esperienza formativa che può diventare anche una formidabile forma di enoturismo.”

Inserire i vigneti centenari franchi di piede in circuiti enoturistici potrebbe essere un aiuto per non perderli definitivamente. Tuttavia altri strumenti sarebbero efficaci subito. “Oltre alla valorizzazione dei loro vini – ha spiegato Mariano Murru – un passo importante sarebbe farli rientrare in modo chiaro nella categoria dei vigneti storici e/o eroici prevista dal Testo Unico del Vino e tra quelle attività riconosciute e finanziate, quali i servizi ecosistemici per la conservazione della biodiversità e del paesaggio.”

Gli ostacoli normativi, burocratici e tecnici di molte varietà-reliquie

Diversi gli ostacoli normativi, burocratici e tecnici che i vigneti franchi di piede incontrano per soddisfare le condizioni poste dall’articolo 7 del Testo Unico del vino (Legge n. 238/2016). Circa la “storicità” molti vigneti a piede franco sopravvissuti mancano di registri catastali o foto aeree storiche che ne attestino con precisione l’età provandone l’impianto prima del 1960, data fissata dalla legge. A volte questi vigneti non rientrano nelle produzioni Dop e Igp, magari perché costituiti con varietà reliquia o autoctone non sempre incluse nei disciplinari di produzione e inoltre può essere difficile dimostrarne il “particolare pregio storico e ambientale” richiesto dalla legge. Le regioni, competenti per l’istituzione e la gestione degli elenchi dei vigneti storici, adottano criteri differenti, oltre al rispetto del vincolo di conservazione integrale della struttura storica che ne impedisce l’ammodernamento. Circa l’“eroicità”, trovandosi molti vigneti a piede franco su terreni sabbiosi in pianura non soddisfano i criteri di pendenza o altitudine richiesti. A questi si aggiunge l’esigua superficie delle parcelle frequentemente sotto il minimo previsto per l’accesso ai finanziamenti.

Le deroghe nelle isole per gli impianti di nuove viti franche di piede

Dal passato al futuro: l’impianto di nuove viti franche di piede è vietato nell’Unione Europea per proteggere i vigneti esistenti dal rischio di attacchi di fillossera. Tuttavia sono previste deroghe per aree specifiche con terreni sabbiosi, vulcanici e di alta quota. In deroga, per esempio, sono alcune isole del Mediterraneo come Santorini, dove piantare viti senza portinnesto è pratica tradizionale e prevalente, Pantelleria, dove tuttavia la tradizione non è più diffusa. In Italia la Sardegna è l’unica regione che, sotto la pressione dei viticoltori, in particolare dell’Isola di Sant’Antioco, ha legiferato sul tema, prevedendo deroghe all’obbligo di innesto per nuovi impianti a piede franco in terreni sabbiosi (con 60% sabbia), richiedendo un’analisi granulometrica del terreno e l’uso di materiale viticolo certificato esente da virus. Con il progetto “Caratterizzazione e Valorizzazione della Viticoltura di Montagna e delle Isole minori”, di Laore Sardegna con l’Università di Sassari, sono stati localizzati circa 350 ettari di vigneti a piede franco nelle due isole minori di Sant’Antioco e San Pietro. “Gli obiettivi futuri – ha concluso Mariano Murru – sono la realizzazione di un archivio geografico regionale della viticoltura franca di piede e un piano di selezione massale e clonale per Cannonau, Carignano e Vermentino sui materiali di queste viti, la definizione di linee guida per l’“attestazione” delle viti a piede franco e la caratterizzazione dei vini da esse prodotto.”

In alto i calici. Prosit! (GIUSEPPE CASAGRANDE)


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