La parola ai produttori

L’Avventura nel Cesanese dei Produttori di felicità

Il sogno di Stefano e Gabriella che diventa realtà passeggiando tra le campagne della Ciociaria

Il sogno di Stefano Matturro e Gabriella Grassi inizia a prendere forma quando acquistano i primi 3,5 ettari nella zona del Piglio, area benedetta per la produzione del Cesanese, vitigno capace di sviluppare grande qualità e che grazie alle nuove leve di produttori già da tempo non è più una sorpresa per gli appassionati.

A guidarli nel 2015 è la passione per il vino ed il ritorno alle origini di Stefano nato nei dintorni del Piglio, che nel 2016 porta già ad integrare la superficie vitata con nuovi terreni nei Comuni di La Forma e Gavignano in cui oltre ad esplorare le potenzialità del Cesanese, viene dato spazio anche alla Passerina per interpretare in bianco la ricchezza dei suoli. Ai due produttori il nome L’Avventura sembra proprio la scelta appropriata a cui affiancare il claim “Produttori di Felicità”, e il loro entusiasmo è tanto coinvolgente da trascinare da subito amici e familiari a prendere parte alle attività dell’Azienda.

La prima vinificazione è del 2017 con il Picchiatello primo Cesanese affiancato da Saxa Passerina Igt, a questi seguiranno Campanino, Amor e Camere Pinte, nuove declinazioni espressive del Cesanese nel proprio territorio.  I vini conquistano da subito gli appassionati e il favore delle guide, spingendo l’Avventura nella sperimentazione con vini come Arringo Cesanese vinificato col metodo del Governo all’uso Toscano, o Gabinius la scommessa del Pinot Nero, oppure Sciamante Rosé metodo classico 24 mesi a base di Cesanese d’Affile che coniuga l’eleganza al carattere del vitigno.

La qualità dei vini passa anche dalla sostenibilità mediate agricoltura rigenerativa, elemento fondamentale della filosofia aziendale così come l’impegno sociale che l’Avventura porta avanti favorendo l’inclusione sociale nei suoi progetti. L’obiettivo di Stefano e Gabriella non è solo un elevato livello qualitativo, ma creare un prodotto che susciti emozioni, e per fare questo è necessario rendersi un tutt’uno con il territorio per saper cogliere nei vini le sfumature pedoclimatiche arrivando ad esprimerlo a pieno.

Una realtà apprezzabile anche attraverso Casale Verdeluna, Wine Resort che integra Il progetto dei “Produttori di Felicità” completando un sogno realizzato in pochi anni e di cui abbiamo avuto il piacere di parlare con Stefano:

Provenendo da tutt’altro ambiente lavorativo, la vite e l’uva sono state una folgorazione improvvisa o un sogno nel cassetto che a un certo punto ha deciso di aprire?

Più che una folgorazione è stata una chiamata… con una buona dose di follia. La campagna mi attirava da anni, ma la mia vita professionale era – ed è tuttora – nel mondo dell’informatica, con un’azienda che continuo a portare avanti. Non ho abbandonato il mio mondo storico: l’ho integrato. Iniziare a fare vino quasi a cinquant’anni è stata una scelta che molti definirebbero irrazionale, ma è proprio quella vena di sana incoscienza che ti fa ascoltare un desiderio rimasto in silenzio troppo a lungo. Entrare in vigna è stato un atto di verità: nessuna scorciatoia, nessun alibi. Solo il dialogo quotidiano con la terra. Ed è diventato la parte più autentica del mio percorso. Ho trasformato una passione in un progetto di produzione reale.

La prima bottiglia è del 2017, ma etichette come Campanino, Picchiatello e Amor hanno impiegato pochissimo tempo a entrare nelle grazie degli appassionati di Cesanese, seguite poi dalle altre etichette. Come si riesce in così poco tempo a fare vini così apprezzati?

Non si fa in fretta: si fa bene. Ogni etichetta è un progetto: nasce da un’idea precisa di vino — un’energia, un’emozione, una traiettoria — e poi si costruisce passo dopo passo il percorso per raggiungerla. Significa scegliere la particella giusta, capire il suolo, trovare i tempi, definire i dettagli, scegliere le tecniche di cantina più adatte a quella voce. Non è il vino che si deve adattare a me: sono io che devo costruire la strada per far emergere ciò che quel vino vuole essere. La mia appartenenza alla FIVI rafforza questa responsabilità: un vignaiolo indipendente segue tutto, dalla pianta alla bottiglia. L’idea non si delega: si accompagna fino in fondo. Forse è proprio questa coerenza ad aver permesso ad alcune etichette di trovare rapidamente il loro pubblico.

Gli ultimi 10–15 anni hanno visto il Cesanese innalzare esponenzialmente la sua qualità rimanendo fedele a sé stesso. Quali sono stati gli elementi chiave di questa ascesa?

Identità, cura e un nuovo sguardo del mercato. Il Cesanese è cresciuto quando ha smesso di inseguire modelli esterni e ha iniziato a credere nella propria unicità. L’investimento agronomico — suoli, rese, maturazioni — è stato decisivo. Negli ultimi anni i consumatori sono molto più curiosi, meno attratti dai soliti internazionali prodotti in larga scala, e più interessati all’autenticità. E il Cesanese, autoctono rosso del Lazio e di Roma, era lì, pronto. Roma, con il suo enorme mercato interno, sta riscoprendo “il suo” rosso, e questo ha creato una nuova attenzione e una nuova energia attorno al vitigno.

Qual è il vostro modello di conduzione del vigneto e come interpretate il concetto di sostenibilità?

Il nostro modello è fondato sull’agricoltura organico-rigenerativa: restituire fertilità, non consumarla. Un vino buono nasce da un’uva sana, che viene da una pianta sana che cresce su un terreno sano. Sin dalla nascita dell’azienda abbiamo intrapreso il percorso della certificazione biologica, e dal 2020 siamo ufficialmente un’azienda Bio certificata. Per me la sostenibilità è un triangolo di: visione agronomica, visione economica, sensibilità umana. Un vigneto è sostenibile solo se può essere tramandato.

Cosa pensa di una eventuale Doc unica tra i due territori del Piglio e di Olevano? Sarebbe un’opportunità oppure una limitazione all’espressione territoriale di questi vini?

Credo che la Doc unica possa essere un’opportunità e al tempo stesso una strada obbligata, che avrà la difficoltà di essere governata in una strategia unica pur mantenendo le giuste ed opportune differenziazioni. In realtà penso che si debba guardare ancora più lontano: a una grande Doc regionale. Non per semplificare a scapito dei territori, ma per tre motivi fondamentali: 1. dare al Lazio una vera forza sui mercati 2. contrastare la contraffazione, sempre più diffusa 3. affermare un brand territoriale chiaro e riconoscibile. Ma questo può funzionare solo se si costruiscono zone e sottozone capaci di salvaguardare identità, diversità e stili. Unire non significa appiattire: significa dare al mondo una struttura leggibile e forte, in cui ogni territorio ha voce propria.

Nella sua visione, come si fa a sviluppare ancora le potenzialità del Cesanese? Quali traguardi futuri intravede e quali strade deve percorrere per raggiungerli?

Il futuro del Cesanese si decide in vigna: suoli vivi, vecchie parcelle recuperate, precisione agronomica, coerenza stilistica. E poi si decide nella narrazione: dobbiamo offrirlo al mondo come un grande vino italiano, non come una curiosità regionale. Il traguardo è semplice e rivoluzionario: che il Cesanese sia presente nelle carte dei vini di Roma e Milano, ma anche di Londra, New York e Tokyo. Quando un sommelier di Manhattan o di Shibuya inserirà un Cesanese perché lo ritiene necessario — non perché è una tipicità esotica — allora avremo compiuto il salto.

Il vino italiano tra diminuzione dei consumi, dazi e nuove tendenze. Come vede il suo futuro e quali sono le azioni più importanti che sia a livello complessivo sia individuale i singoli vignaioli devono fare?

Il futuro sarà selettivo. Il vino italiano deve recuperare profondità culturale e coerenza. Non possiamo inseguire ogni moda o lasciarci guidare dai mercati volatili. Faccio mia un’affermazione della nostra Presidente FIVI, Rita Babini: «Finché ci saranno i vignaioli, il vino sarà un prodotto agricolo; senza i vignaioli sarà un prodotto industriale.» E io aggiungo: senza vignaioli, a comandare saranno i mercati — o peggio, i mercanti — con le mode che loro stessi avranno la forza di creare. Il rischio è perdere il legame tra terra, cultura e bottiglia. Abbassare le rese, rivalutare gli autoctoni esaltando la biodiversità italiana ed investire in ricerca, le cui scoperte dovranno essere messe a disposizione di tutti, è la strada che va percorsa.

Se potesse attuare un provvedimento per sostenere la viticoltura italiana, quale sarebbe e perché?

Se dovessi scegliere un unico provvedimento, partirei dalla cosa più semplice e allo stesso tempo più rivoluzionaria: liberare tempo ai vignaioli per fare i vignaioli. Oggi la burocrazia sottrae energie, competenze e risorse che dovrebbero essere dedicate alla vigna e alla terra. Poi proteggere e valorizzare le aree marginali, i luoghi più identitari. Infine incentivare l’agricoltura rigenerativa: il futuro della viticoltura sarà rigenerativo o non sarà.

Il Pinot Nero: vezzo personale o dimostrazione dell’enorme valore ancora poco sviluppato dei territori del Lazio?

Per me il Pinot Nero non è un vezzo: è un linguaggio. Uno dei più difficili e sottili da interpretare. Coltivarlo nel Lazio significa accettare una prova di umiltà quotidiana: osservare, ascoltare, togliere, attendere. È una scuola di precisione e sensibilità che rivela quanto potenziale espressivo ci sia ancora nel Lazio. Una ricerca continua che arricchisce anche il mio modo di fare Cesanese.

Puramente a livello di fantasia, se non avesse fatto il viticoltore nel suo territorio, dove le sarebbe piaciuto farlo e perché?

Mi attirano i luoghi dove il rapporto tra uomo e natura è netto, vero, essenziale. E mi affascinano i territori dove si impara davvero l’arte del Pinot Nero. La Borgogna, più che un luogo, è una scuola di pensiero: ti insegna a togliere, a cercare l’essenziale, a mettere il territorio al centro. Forse avrei scelto un territorio così: uno che ti costringe a crescere come vignaiolo ogni giorno. Ma alla fine sono qui perché questo territorio mi assomiglia: complesso, autentico, ancora tutto da esplorare. Ed è da qui che nasce la mia convinzione più profonda; Per anni si è parlato dei vini del Lazio come se fossero un’eccezione da spiegare. Oggi sentiamo che è tempo di un cambio di passo: non vogliamo più parlare dei vini del Lazio, vogliamo che il mondo parli del Lazio del vino. Un territorio che non cerca paragoni, ma ascolto. Un mosaico di suoli, di storie contadine, di biodiversità, di vignaioli che non sfruttano la terra ma la custodiscono. Un territorio che non vuole essere difeso: vuole essere riconosciuto. Con la nascita del Consorzio dei Vignaioli del Lazio, abbiamo scelto di prenderci cura di questa identità collettiva. Non un organismo formale, ma una comunità che crede nella forza dei suoi luoghi, nella qualità agricola e nella responsabilità culturale del vignaiolo. Il nostro impegno è questo: raccontare un Lazio agricolo, rigenerativo, indipendente. Un Lazio che non rincorre le mode, ma la propria voce.

Un Lazio che non è periferia del vino: è uno dei suoi confini più vitali.

Bruno Fulco

 

 

 

 

 

 

 

 


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