Curiosità

Quei vitigni rari e antichi strappati all’estinzione

Quei vitigni rari e antichi strappati all'estinzione

Quei vitigni rari e antichi strappati all’estinzione

Quei vitigni rari e antichi strappati all’estinzione

Dal Trentino Alto Adige a Pantelleria, dalla Valtellina alle Cinque Terre, il nostro Paese vanta uno straordinario patrimonio vitivinicolo, unico al mondo. L’opera di due benemeriti ricercatori: Emilio Bulfon (Friuli) e Gianpaolo Girardi (Trentino).

Enotria. Con questo termine, dal greco antico Oinotria (terra del vino) era conosciuta in passato la nostra Penisola. Il caso, meglio la fortuna, ha voluto che le nostre coste meridionali confinassero con la  Grecia che si trova geograficamente a ridosso di quella che è considerata la culla della civiltà enoica dove la vite domestica (Vitis vinifera) è nata, ossia la regione tra il Caucaso, il Mar Nero, il Caspio e l’Anatolia.

Regione che può essere identificata con la Georgia di oggidì, in particolare dopo la scoperta proprio nella patria dei vini in anfora, della più antica (gli studiosi parlano di 8 mila anni fa) cantina del mondo. 

Il vino vanta, quindi, una storia millenaria che, grazie ai sumeri prima, agli egizi, ai greci, agli etruschi e ai romani poi, nel corso dei secoli si è arricchita di sperimentazioni e innovazioni tecnologiche per arrivare fino ai giorni nostri.  

Alla storia enoica del BelPaese ed in particolare ai vini rari e antichi della nostra Penisola Ivano Asperti ha dedicato un bellissimo volume ricco di riferimenti ampelografici e schede tecniche, frutto di un lungo e paziente lavoro di ricerca. 

Un’opera imponente (400 pagine) assemblata come si fa in cantina con i grandi vini da un wine wreiter di razza, entusiasta e documentato. Il volume, suddiviso per regioni, descrive la storia di ogni vitigno, indica i vari sinonimi, le caratteristiche morfologiche e colturali della pianta, la provenienza, la diffusione e l’attuale areale con riferimento all’ultimo censimento Istat. 

Quegli antichi vitigni friulani riscoperti da Emilio Bulfon

Emilio Bulfon l’archeologo-vignaiolo friulano con la moglie e i figli

I primi a parlare di viticoltura “eroica”, viticoltura “estrema”, viticoltura “di frontiera” furono agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso due benemeriti ricercatori cui va il merito di aver strappato all’oblìo decine e decine di antichi vitigni altrimenti destinati all’estinzione: Emilio Bulfon, friulano, e Gianpaolo Girardi, trentino. 

Emilio Bulfon, benemerito della viticoltura friulana, con la proverbiale caparbietà dei “furlani”, ha strappato a morte certa delle vere e proprie “reliquie”, di cui si era persa addirittura la memoria. Vitigni antichissimi, fagocitati dai rovi e dall’incuria degli uomini in un territorio storicamente vocato alla viticoltura: le colline dell’area pedemontana della provincia di Pordenone.

storiche etichette dei vini-reliquia di Emilio Bulfon

La località dove ha trovato un miracoloso approdo questa mitica “Arca di Noè” è Valeriano, paesino di poche anime nel comune di Pinzano al Tagliamento (siamo nelle vicinanze di Spilimbergo), località diventata assieme a Costabeorchia, Campeis e Castelnuovo del Friuli il simbolo stesso della rinascita enoica del Friuli più autentico. 

E’ qui che l’archeologo-vignaiolo Emilio Bulfon, dopo aver scoperto alcune vigne secolari che erano state abbandonate al loro destino, con l’incoraggiamento del prof. Antonio Calò, direttore dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano, ha strappato a morte certa alcune storiche varietà riproducendone i cloni.

 

storiche etichette dei vini-reliquia di Emilio Bulfon

E così dopo ripetute sperimentazioni ha riportato in auge il Cividin, il Forgiarin, il Cjanòrie, lo Sciaglìn, il Piculit Neri, il Pignul, il Cordenòs, l’Ucelut.

Tutti vitigni autoctoni che ora fanno parte della gamma dei “vini-reliquia” riscoperti e valorizzati da Bulfon, vini dal cuore antico che oggi esporta in tutto il mondo. Vini semplici, schietti e genuini, che già nel Settecento avevano ricevuto un giudizio oltremodo lusinghiero dall’agronomo Antonio Zanon che scriveva: “Quanto si glorierebbe l’Inghilterra se avesse le nostre vigne, i nostri Refoschi, i nostri Picoliti, i nostri Cividini, le nostre Ribuole. Vini son questi che possono competere co’ i più famosi di Francia. Anzi posson anche superarli”. 

Gianpaolo Girardi, l’Indiana Jones del Trentino enoico

L’altro “Indiana Jones” dei vitigni destinati all’oblìo perenne e riportati a nuova vita è il trentino Gianpaolo Girardi, patron di Proposta Vini che, dopo una meticolosa ricerca nell’Alta Valsugana e in altre vallate del Trentino, ha recuperato una serie di vitigni sopravvissuti alle guerre, alle pestilenze, al flagello della fillossera.

 

Gianpaolo Girardi, patron di Proposta Vini (foto Renato Vettorato)

Vitigni che sembravano destinati all’estinzione e che, grazie anche alla collaborazione con l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige Fondazione Edmund Mach (Tiziano Tomasi e Marco Stefanini in primis) e alla passione di una pattuglia di piccoli, benemeriti vignaioli, oggi regalano ai wine lover dei vini carichi di storia e di suggestioni.

Vini rari (a volte la produzione è di poche migliaia di bottiglie) che si fanno apprezzare da quanti amano i vini sinceri, autentici, in contrapposizione ai vini-fotocopia che oggi imperversano in ogni angolo del pianeta.

Qualche esempio: la Pavana, la Rossara, la Negrara, la Peverella, la Paolina, la Valderbara, la Foja tonda, il Groppello, il Maor, il Lagarino bianco, il Veltriner rosso. Rarità che arricchiscono il catalogo dei “Vini dell’Angelo”.

Un immenso patrimonio vitivinicolo poco valorizzato

Dal Trentino Alto Adige alle Cinque Terre, dalla Valtellina a Pantelleria, l’antica Enotria vanta ad ogni latitudine e ad ogni longitudine della Penisola un immenso patrimonio vitivinicolo, ancora poco conosciuto e valorizzato.

Un vero e proprio tesoro che una nicchia di coltivatori “di frontiera” sta coraggiosamente tentando di salvaguardare e di proporre all’attenzione di una nuova economia sempre più attenta alla tutela dei prodotti identitari, figli del “genius loci”. 

Vini estremi, vini eroici, figli della fatica, del sudore, della tenacia dell’uomo, prodotti in zone spesso sconosciute, geograficamente impervie, con uve coltivate in minuscoli fazzoletti di terra strappati alla montagna, alle rocce, al mare. 

L’opera divulgativa di Mario Soldati e Luigi Veronelli
Luigi Gino Veronelli, figura storica del giornalismo enogastronomico

Quello dei vini eroici è un mondo affascinante. Lo racconta Ivano Asperti nel volume “Vitigni, vini rari e antichi: le unicità dell’Italia enoica” (Cinquesensi Editore, pagine 400, prezzo di copertina 25 euro).

Un’opera fondamentale che andrà ad integrare la già nutrita biblioteca che parla di viticoltura e di civiltà del vino. Il volume porta all’attenzione di appassionati e operatori del settore oltre 290 vitigni del ricco e ancora poco conosciuto giacimento vitivinicolo del BelPaese.

Lo scrittore Mario Soldati

Ivano Asperti, da molti anni assaggiatore per le guide enogastronomiche nazionali ed internazionali nonchè commissario in numerosi concorsi enologici, nell’introduzione ricorda quello che fu nel 1957 il primo vero reportage enogastronomico dedicato al BelPaese: il “Viaggio nella Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini” di Mario Soldati.

 

Un pioniere che contribuì anche con la rubrica “Vino al Vino” a far conoscere l’Italia agli italiani definendo i contorni della nostra terra, l’Enotria, patria del vino. Un paese in bilico tra campagna e industria, tradizione e progresso.

Ma assieme a Soldati non possiamo dimenticare lo straordinario contributo di un altro grande e appassionato divulgatore: Luigi “Gino” Veronelli. In televisione prima e sulla carta stampata poi, egli ha contribuito a colmare il divario allora esistente tra la cucina francese e quella di casa nostra con riferimento anche alla corrispondenza d’amorosi sensi che sancisce il matrimonio tra il cibo e il vino.

L’Italia vanta una ricchezza di vitigni unica al mondo

Presentando i vitigni rari e antichi di ogni singola regione Ivano Asperti sottolinea che l’Italia vanta una ricchezza genetica unica al mondo. Lo dimostrano le ricerche sul Dna che confermano come solo il nostro Paese e il Portogallo abbiano un numero così vasto di vitigni antichi, autoctoni e originali. Un patrimonio di inestimabile valore che esalta la storia della Penisola italica. Una storia millenaria che ritroviamo nella presenza delle prime colonie greche, nei commerci con i Fenici e i Micenei, nella cultura enoica degli antichi Romani.

L’importanza di questi antichi vitigni è oggi fondamentale di fronte alla concorrenza sempre più aggressiva non solo dei Paesi del Nuovo Mondo (Cile, Argentina, Stati Uniti), molto omologati e con poche storie da raccontare, ma anche del Vecchio Continente, i paesi dell’Europa dell’Est ad esempio,  che sono entrati o stanno per entrare nella Comunità Europea con prodotti che costano meno dei nostri e hanno in molti casi l’appeal di una tradizione antica quanto la nostra.

vigneti storici

Ecco perchè la riscoperta dei nostri secolari vitigni, magari non tutti particolarmente prestigiosi, ma comunque ricchi di fascino, di storia e di cultura, può diventare una carta importante da giocare sui mercati internazionali. Possono diventare non solo una curiosità, ma anche un’opportunità di business soprattutto per le aziende più piccole e, perchè no, anche per il mondo dell’alta ristorazione.  Non dobbiamo mai dimenticare – conclude Ivano Asperti – che in Italia le varietà di uva riconosciute sono 589, mentre in Francia la quasi totalità dei loro vini è realizzata con una ventina di vitigni, non di più.

Trentino, nuova frontiera dei vitigni resistenti Piwi

Entrando nella descrizione delle singole regioni, per limitare lo sguardo al Trentino Alto Adige, al Veneto e al Friuli Venezia Giulia, quanto mai interessante è notare la presenza di molti vitigni

in aree di confine. Per quanto riguarda il Trentino (superficie coltivata a vigneto 14.900 ettari, 68% vini bianchi) ampio spazio Asperti dedica agli incroci creati da Rebo Rigotti: il più famoso è il Rebo anche nella versione leggermente appassita del Reboro (da incrocio Merlot e Teroldego), il Gosen (da incrocio Carmenere e Teroldego), il Sennen (da incrocio Merlot e Marzemino Gentile), il Goldtraminer (da incrocio Trebbiano Toscano e Traminer aromatico). Quanto mai dettagliate le descrizioni di alcuni vitigni dal cuore antico: la Nosiola della Valle dei Laghi, il Foja tonda e la Casetta presenti al confine tra le province di Trento e Verona, il Groppello di Revò, il Maor della Val di Non, il Lagarino bianco, la Paolina, la Rossara, il Saint Laurent, la Verdealbara, il Meunier da base spumante. Sono citati anche alcuni vitigni “in osservazione” creati dai ricercatori della Fondazione Edmund Mach di San Michele e, ultima frontiera enologica, i cosiddetti Piwi resistenti alle malattie fungine: il Solaris, il Bronner, lo Johanniter, il Regent, il Muscaris, il Souvignier Gris, il rosso Sevar, il Cabernet Carbon, ne abbiamo citati solo alcuni, che stanno avendo un incremento esponenziale.

Gli autoctoni dell’Alto Adige, del Veneto e del Friuli

In Alto Adige (15 mila ettari, 68% bianchi) ampio spazio è dedicato al Kerner (da incrocio Schiava Grossa-Riesling), al Veltriner, al Sylvaner Verde, al Portoghese, alla Schiava Grigia, al Moscato Rosa, allo Zweigelt (da incrocio Saint Laurent-Blaufränkisch) e al rarissimo Diolinoir creato a Pully nel cantone svizzero di Losanna da André Jaquinet incrociando il Robin Noir con il Pinot Nero.

In Veneto (80.250 ettari coltivati, 78% bianchi) ben 62 sono le varietà di uve “raccomandate”, 42 quelle “autorizzate” e 42 quelle “in osservazione”. Tra le più rare Asperti cita, oltre a molti “Incroci Manzoni”,  la Bianchetta Trevigiana, la Boschera, la Cavrara, la Corbina, la Pavana, la Perera, la Pinella, la Pedevenda, la Recantina, la Rossignola, la Turchetta, il Grapariol, lo Spigamonti, il Verduzzo Trevigiano, la Vespaiola, il Verdiso, la Marzemina Bianca, la Dindarella, la Forsellina, la Dorona della laguna veneziana, il Wildbacher della Stiria vinificato in purezza dai Conti di Collalto a Susegana e da Martino Zanetti, patron di Col Sandago, sulle colline che fanno da corona a Conegliano.

In Friuli Venezia Giulia (23 mila ettari, 77% bianchi) Asperti rende merito a Emilio Bulfon, nume tutelare degli antichi vitigni autoctoni friulani e dedica ampio spazio ad alcune sue “creature”: il Forgiarin, lo Sciaglin, il Cividin, il Cjanorie, il Cordenòs, il Piculit Neri, l’Ucelut. Altre rarità presenti in regione: il Pignolo, il Tazzelenghre, il Franconia, il Terrano, la Cordenossa, la Vitouska del Carso e la Palava, vitigno quest’ultimo di nuova generazione a bacca bianca, aromatico, ottenuto in Moravia dall’incrocio Rot Traminer e Müller Thurgau. Per gli studiosi della materia il volume riporta, oltre al glossario dei vitigni citati, un’ampia e dettagliata bibliografica cronologica. Chapeau e in alto i calici. Prosit. (GIUSEPPE CASAGRANDE)


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