I Viaggi di Graspo

Marino e di Dario Anselmi possiamo proprio dire sia un vero “archeo” vigneto     

Marino e di Dario Anselmi possiamo proprio dire sia un vero “archeo” vigneto      Sprea

Quello di Marino e di Dario Anselmi possiamo proprio dire sia un vero “archeo” vigneto      Sprea

Particolare dell’Archeovigneto di Sprea

Nel panorama vitivinicolo veronese è sicuramente un unicum sia per il suo posizionamento ad oltre 700 m sul livello del mare,

in località Sprea di Badia in alta Lessinia sia per la ricchezza della sua biodiversità viticola.

 Parliamo di circa 5000 m² di vigna con una pendenza che raggiunge il 35% ,

allevato a pergola trentina tradizionale ma senza l’utilizzo dei fili di ferro con sesto di impianto di 3,5 × 1 .

 I suoli sono sostanzialmente calcarei, sicuramente il vigneto ha più di 100 anni, molte delle viti sono a piede franco e la varietà più diffusa è un vitigno che sul territorio viene chiamato Saccola ma che l’analisi del DNA ha rivelato essere la Pavana. 

Si tratta di un vitigno a bacca rossa di buona vigoria con portamento della vegetazione semirette e con una buona produzione. 

Particolare del vigneto prima della vendemmia

La sua caratteristica è di avere un’acidità sicuramente elevata con una buona evidenza dell’acido malico e ciò

la rende assolutamente interessante in un momento di forte cambiamento climatico per i suoi molteplici utilizzi enologici. 

I vini sono quindi caratterizzati da un colore molto intenso, da una forza acida evidente,

da gradazioni zuccherine nella media, il vino deve affinare per alcuni anni prima di esprimere il suo migliore potenziale .

Da sx Aldo Lorenzoni con Luigino Bertolazzi a Sprea

 Il gruppo di lavoro guidato da Aldo Lorenzoni con Giuseppe Carcereri e Luigino Bertolazzi ha però individuato nello stesso vigneto altre varietà sicuramente molto interessanti per il loro profilo enologico in primis il Gouais Blanc o  Liseiret.  

Un grappolo di Saccola

Si tratta di una varietà a bacca bianca ritenuta rarissima, e praticamente scomparsa nel nostro areale dato che oggi è relegata ai margini dal punto di vista colturale,

ma che nel passato ha avuto un ruolo genetico fondamentale nello sviluppo dell’assortimento varietale centro europeo. 

Il Liseiret o Gouais Blanc è infatti il genitore di una ottantina di vitigni attualmente coltivati tra cui insieme con il Pinot,

di alcuni internazionali noti a tutti quali lo Chardonnay e il Gamay, è quindi un vitigno molto antico con caratteristiche ben definite forse risalente al medioevo ed oltre.

Il Gouais Blanc è caratterizzato da una elevata fertilità, una buona resistenza alle basse temperature,

un discreto accumulo di zuccheri nelle uve ed un’acidità elevata con una componente malica molto evidente, ciò lo predispone per un suo ottimale uso per la spumantizazione. 

Il vino ha quindi una spina acida consistente e strutturata, il riferimento è alla mela verde, il retro olfatto e il gusto si liberano e a differenza dello chardonnay non impongono una linea certa e definita ma lasciano spazio all’evolversi di una fine asprezza e di una personalità tutta da definire. 

Nello scrigno di questo vigneto ancestrale abbiamo poi trovato un’altra varietà, questa a bacca rossa, localmente chiamata Pontedara. 

Alcuni splendidi grappoli di Gouais Blanc o Liseiret

La ricerca del DNA non ha però rilevato nessuna corrispondenza con vitigni conosciuti quindi è una scoperta importante,

perché riteniamo che questo vino abbia tutte le caratteristiche, pur nella sua originalità, per ottenere prodotti da lungo affinamento. 

Il contenuto zuccherino risulta quello tipico dei vitigni di montagna così come il patrimonio acidico ben definito,

il vino ha un’ottima intensità colorante che va dal porpora al violetto con note olfattive ben definite di mora marasca e melograno. 

Si tratta ora di verificare l’evoluzione di queste caratteristiche nel tempo, e dalle prime osservazioni i dati sembrano essere positivi. 

D’altronde l’età del vigneto e la lunga coltivazione e commercio di vino in località Parisi sono di per se stessi una garanzia a riguardo. 

Un momento di curiosità riguarda la vinificazione  di tutte le uve di Marino e Dario Anselmi. 

Il metodo è ancestrale, affonda la sua origine nella notte dei tempi, ed è uno splendido esempio di economia circolare. 

L’uva veniva rotta con i piedi e messa a fermentare con i raspi per otto dieci giorni, l’affondamento delle vinacce veniva fatto solo al primo giorno. 

Al termine della fermentazione, la parte superiore della vinaccia veniva distillata per produrre grappa, il vino veniva spillato da sotto senza spremitura delle vinacce e posto in affinamento. 

Quello che rimaneva nel recipiente, vinaccia umida imbibita di vino, era  riempito di acqua per produrre la Graspia o vinello,(il prodotto per la sete) utilizzato nei primi mesi dell’anno fino al caldo estivo. 

Il vino prodotto si beveva uno o due anni dopo la sua produzione, aveva cosi il tempo di affinarsi e perdere parte della sua naturale asprezza. 

La famiglia di Marino Anselmi produceva vino anche per la vendita, cosi come in contrada Cunico, e ci riferisce Marino che la Pontedara era un prodotto molto ricercato per la sua qualità, il nonno Gioacchino faceva un importante commercio di vino. 

In un tempo dove tutto era auto prodotto la Lessinia aveva la sua autosufficienza in vino tramite queste varietà, prodotto essenziale per l’uso sacro e per i momenti di festa e comunità che in contrada erano molti. 

Il viaggio continua…

Aldo Lorenzoni e Luigino Bertolazzi

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