Sono convinta che la civiltà dei popoli sia iniziata attorno alla tavola, davanti al desco, e basta conoscere la storia degli antichi Greci per capire come fin dalla lontana antichità, l’ospitalità in casa e di conseguenza alla mensa era regolata da una ritualità considerata sacra, perché il cibo e la tavola imbandita rappresentavano il massimo grado di rispetto tra individui, l’ospitato e l’ospitante.
Nel Libro del Siracide, testo della Bibbia cristiana, II sec. a.C., sintesi della sapienza comune, due interi capitoli sono dedicati ai buoni consigli che il padre elargisce al figlio sul comportamento in società e sulla buona creanza nei banchetti.
Insomma, per tutte le culture, nel modo di accostarsi al cibo e alla tavola è implicata una distinzione sociale e morale tra gli individui soggetti agli istinti e quelli che li sanno dominare, tra il ceto degli strati più bassi e i ceti superiori, tra le persone istruite e quelle che non lo sono.
Se le madri e i padri di oggi tenessero di più a mente gli insegnamenti dei loro genitori e nonni riguardo al comportamento a tavola, e lo trasmettessero o imponessero ai loro rampolli le minime regole, come ad esempio si viene a tavola quando chiamati (o meglio si collabora all’apparecchiamento e allo sparecchiamento), non ci si dondola sulla sedia, si mangia quello che c’è nel piatto senza disprezzarlo, si usa il tovagliolo per forbirsi la bocca prima di bere,
non ci si alza prima che tutti abbiano finito il pasto, e soprattutto imponessero alla prole che non si messaggia sul telefonino mentre si mangia, al fine di inculcare precise regole di comportamento, che dalle mura domestiche si trasferiscono nelle condotte sociali, io credo non ci sarebbero tanti bulli in giro, tanti adolescenti screanzati, tanti giovani sbandati.
I comportamenti aggressivi di tanta gioventù di oggi fanno supporre che l’educazione in casa sia stata carente, e che siano mancate le basi, quelle del rispetto delle regole.
Regole che, a mio parere, cominciano a tavola.
Maura Sacher
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