Vini e Ristorazione

La Georgia del vino di nuovo a Roma per una grande degustazione

Presso l’Ambasciata Georgiana presentata una selezione della viticoltura più antica del mondo

La Georgia del vino è sbarcata di nuovo a Roma presentando 15 vini di 12 cantine, per la gioia del ristretto numero di appassionati che hanno avuto la fortuna di poter presenziare alla degustazione. Un doppio turno presso l’ambasciata Georgiana di Palazzo Grazioli svolto alla presenza dell’Ambasciatore Constantine Sugurladze.

Ancora una volta l’appuntamento è stato organizzato da “Riserva Grande” ormai punto di riferimento per questa viticoltura, con Marco Cum che ha presentato i vini insieme a Tamar Tchitchiboshvili che segue il percorso di questi produttori nel nostro paese. Un piacere che fortunatamente sembra potrà essere esteso anche al grande pubblico prossimamente.

Infatti per quello che si è potuto captare, la grande voglia di farsi conoscere dei viticoltori Georgiani dovrebbe incontrare presto l’interesse di un pubblico sempre più attratto da questi vini e dal bagaglio culturale che attraversa il tempo con loro da 8000 anni.

Della viticoltura Georgiana si era già scritto qui ricordando le sue caratteristiche principali, prima tre le quali l’utilizzo dell’anfora interrata (qvevri), alla base di una tecnica di vinificazione arrivata intatta dalla notte dei tempi fino a noi.  Un grande fattore di fascino soprattutto per chi ha approfondito sul territorio o sul web, constatando che il vino che veniva prodotto nell’antichità dai monaci ortodossi è sostanzialmente lo stesso che viene prodotto oggi.

Un fossile enologico vivente capace di suscitare grandi emozioni, sviluppatosi nei millenni in oltre cinquecento varietà anche se per il momento sono una trentina circa quelle ad essere vinificate. Altro elemento caratterizzante di questa vinificazione è l’uso dei raspi, in percentuali variabili da zona a zona, cosa che rende questi vini una cosa a se.

Su uno sfondo di caratteristiche comuni in cui ritroviamo note ferrose, sentori macerativi, richiami a sfumature ossidative ma di grande eleganza, questi vini sviluppano ognuno una propria grande personalità. Colorazioni sempre cariche da quelle tipiche di vini bianchi intensi fino all’Ambra (da cui Amber Wine), per profili gustativi che vista la presenza tannica si discostano generalmente dal concetto di “vino bianco” così come lo conosciamo.

Ciò appare subito evidente con il Krakuna di Andreas Wine, che introduce da subito nella degustazione gli elementi macerativi e si richiama alle radici e alle erbe medicinali, con bocca di frutto quasi candito, accenni di miele, freschezza e grande persistenza.

Alcuni di questi elementi come ad esempio il miele saranno ricorrenti, anche se di intensità e declinazione diversa, così come la persistenza di bocca raramente assente per questi vini. Nel Mitsvane  di Vellino alle erbe essiccate e alla frutta secca si affianca la nota smaltata, mentre in bocca si segnala per l’estrema e piacevole freschezza.

La stessa sfumatura eterea arricchisce anche il profilo olfattivo del Chinuri di Napheri che si completa di albicocca disidratata, erbe di campo essiccate e miele, presentando il sorso amaricante e la sfumatura ferrosa.

Il primo dei Rkatsiteli in degustazione è in blend con il Mtsvane e prodotto da Lases Marani. Profilo di grande intensità con naso di frutto surmaturo e miele, poi in bocca sorso pulito e di spessore, dove il minerale ferroso gioca con la percezione amaricante.

Il Chinebuli di Kapistoni è forse uno di quelli più vicini alle nostre concezioni, con il suo naso fruttato, lievissimo accenno floreale e miele chiaro. Bocca di grande equilibrio, sapido e con piacevole allungo amaricante.

Di nuovo Rkatsiteli, il vitigno a bacca bianca più vinificato della Georgia capace di indossare profili sempre diversi grazie alla mano dei diversi produttori. Quello di  Kizikuri un “Amber” per eccellenza, di grande complessità giocata su un profilo di nota ossidativa e scura. Presenza salmastra, dattero caramellato, nota smaltata e poi balsamica. Bocca tannica e caramella d’orzo. Grande vino nel suo genere.

Di altra interpretazione il Rkatsiteli di Batsashvili’s Marani, elegante e profumato di erbe aromatiche essiccate, rabarbaro, frutta disidratata e sfumatura balsamica. Di bocca equilibrata e gradevolmente amaricante.

Ancora Rkatsiteli con Matiashvili’s, ed ancora un profilo diverso per questo vitigno che alle note di rabarbaro e di erbe essiccate del precedente, aggiunge una nota ferrosa più evidente ed uno spessore di bocca più importante anche grazie alla maggiore presenza tannica.

Levani’s Marani Akhmeta  presenta un taglio di Kakhuri Mtsvane dal naso profondo ed intenso di spezie, note balsamiche e ossidative, che in bocca si rivela essere inadatto per palati che non gradiscono le grandi durezze, forse il vino più difficile da comprendere per un palato ancora non educato a questa viticoltura.

Ockhanuri di  Gi-Di è il primo della batteria di rossi, naso ricco di ciliegia carnosa, note di pepe e cioccolato, sorso snello anche se di presenza tannica un po’ amarognola.

Poi tocca all’Alexandrouli di Libe Wine, naso dal profilo olfattivo in cui prevalgono la ciliegia matura e le spezie dolci. Di grande struttura e robusto nella gradazione alcolica che comunque risulta ben gestita.

Si passa ai Saperavi il vitigno a bacca rossa più vinificato ed il primo in degustazione è quello di 8 Millenium, naso di piccola frutta rossa, spezie e nota balsamica verde, sorso robusto ma che rimane equilibrato.

Poi il Saperavi di Bio Marani che si distingue per la sua complessità pervasa dalla nota fumè, in cui il fruttato si appoggia su note di cioccolato e  smalto. Sorso gustoso, gradevolmente tannico anche in persistenza.

Segue il Saperavi di Kapistoni o più precisamente il suo clone Budeshuri, dal profilo caratterizzato dalla piccola frutta rossa sotto spirito, naso elegante di cioccolato e spezie dolci, sorso gustoso con tannino presente ma gestito alla perfezione. Insieme al precedente forse il più pronto per il palato “europeo”.

Chiude il Saperavi di Abdushelishvili’s Marani che fa del suo rigore composto la sua forza, frutto fragrante, note speziate e mineralità lo contraddistinguono, così come il sorso robusto e tannico.

Una degustazione che ha regalato quindici vini e altrettanti profili di estrema personalità. Praticamente una dichiarazione di rinuncia al concetto di stereotipo ed un invito ad approfondire una viticoltura che probabilmente potremo raccogliere presto grazie ai  nuovi eventi all’orizzonte.

Bruno Fulco

 

 

 

 

 

 

 


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