Il Trentino riscopre i vini dell’Impero Austro-ungarico

Il Trentino riscopre i vini dell’Impero Austro-ungarico

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Un angelo stilizzato che vola spensierato e sorridente nei cieli del Trentino.
E’ il simbolo scelto da Gianpaolo Girardi, patron di Proposta Vini, Cirè di Pergine Valsugana. Per promuovere in collaborazione con la Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige il progetto “Vini dell’Angelo”.

Il progetto, di grande valore non solo ampelografico ed enologico, ma anche storico e culturale, nasce negli anni Ottanta del secolo scorso. Per rispondere all’esigenza di strappare all’oblìo e all’estinzione una parte importante del patrimonio viticolo trentino.

La ricerca, dapprima svolta su testi storici e poi direttamente sul campo, ha portato alla riscoperta, al recupero e reimpianto delle antiche varietà d’uva. Queste, coltivate nell’Ottocento e inizi Novecento fino alla caduta dell’impero austro-ungarico. Il Trentino era una delle province che godeva di meritata fama alla corte di Vienna per i suoi vini.

Al progetto hanno aderito con entusiasmo, reimpiantando e vinificando le vecchie varietà coltivate fino alla Grande Guerra 18 cantine.
Fondazione Mach (San Michele).
Angelica (Civezzano).
Baldessari (Casa del Picchio Verde, Povo).
Battistotti (Nomi).
Casata Monfort (Lavis).
Endrizzi (San Michele).
Fedrizzi (Mezzolombardo).
Ferrai (Telve).
Furlani (Vigolo Vattaro).
La Cadalora (Santa Margherita d’Ala).
Nicolodi (Cembra).
Pelz (Cembra).
Poli Francesco (Santa Massenza).
Pravis (Lasino).
Salizzoni (Calliano).
Vallarom (Avio).
Zadra El Zeremia (Revò).
Zeni (Grumo).

Con questo progetto sono state recuperate alcune varietà storiche: la cinese (coltivata nella Bassa Valsugana).
La Paolina (coltivata nei dintorni di Pergine, in particolare lungo le sponde del lago di Canzolino) e nelle valli del Sarca.
La Peverella (coltivata a Lavis, nel Banale e nelle valli del Sarca).
Il Lagarino Bianco (coltivato in Valle di Cembra e nel Perginese).
Il Maor (coltivato in Val di Non e Sole), la Valderbara (coltivata a Serso, Viarago, Madrano e Canzolino).

Il Veltriner rosso (coltivato in Val di Cembra e ad Aldeno).
La Casetta (vitigno selvatico coltivato assieme al Lambrusco a foglia frastagliata nei dintorni di Mori e Ala).
Il Groppello di Revò, il Negron de Orzan (Civezzano), la Pavana  (coltivata in Valsugana).
La Portoghese (coltivata in Valsugana e nei dintorni di Rovereto), la Rossara (Piana Rotaliana).
Il San Lorenzo (coltivato in Valle di Cembra e nel Perginese), la Turca (coltivata in Valsugana).
Riscoprendo questi vitigni “reliquia” Gianpaolo Girardi ha salvato dal processo di omologazione la viticoltura trentina, ma ha restituito dignità a queste uve valorizzandone la biodiversità.

“Salvare un vitigno autoctono – sostiene – equivale a salvare un monumento antico, una reliquia del passato. Dovrebbe farlo un ministero dei Beni culturali perché un vitigno che cresce da sempre in un determinato territorio racconta la storia di un luogo. Con la stessa importanza di una vestigia romana o di un’opera di Leonardo. Deve avere la stessa dignità”.

Grazie al progetto “Vini dell’Angelo” e alla lungimiranza di alcune piccole aziende agricole trentine oggi è possibile riscoprire aromi e gusti del passato. Lo abbiamo verificato personalmente in occasione di una serata organizzata al Ristorante Compet di Vetriolo Terme dalla Confraternita della Vite e del Vino. Emozionanti i vini proposti: il Cimbrus di Alfio Nicolodi (Cembra), uno spumante brut da uve Lagarino bianco 70 e più mesi sui lieviti.

Un rosso aromatico da uve Turca della Fondazione Mach, un rosso autoctono Casetta Majere La Cadalora di Santa Margherita d’Ala. Il Moscato Giallo Castel Beseno Superiore dell’azienda Salizzoni di Calliano.
Piacevolissimi.
Un tuffo nel passato. Prosit. (GIUSEPPE CASAGRANDE)

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