I Custodi di G.R.A.S.P.O. protagonisti a VitignoItalia

La ventesima edizione di VitignoItalia fa il pienone e si regala una delle più seguite degustazioni impossibili di GRASPO

Alla Stazione marittima di Napoli un ventesimo compleanno in grande stile per VitignoItalia coordinata da Maurizio Teti con oltre 200 cantine presenti.
Un viaggio nel Pianeta Vino con un percorso enologico che ha visto protagonista più di 2000 etichette, tra produzioni territoriali e le denominazioni più rappresentative dello Stivale, offrendo uno spaccato completo della biodiversità dell’enologia tricolore.

E se il focus è la Biodiversità non poteva mancare la presentazione dell’ultimo libro di Graspo dedicato ai Vitigni Rari Italiani con le loro Storie di Patriarchi, Profeti ed Eroi.
Una presentazione da tutto esaurito completata da una sorprendente e spiazzante degustazione di alcuni iconici vitigni voluta e guidata da Pasquale Carlo responsabile per la Campania della Guida Vini Buoni d’Italia, da Luciano Pignataro del Mattino di Napoli e dal responsabile Ais e storico enotecaro partenopeo Franco Continisio.
Protagoniste alcune delle storie più suggestive dei Custodi e dei loro incredibili vitigni contenute nel libro.

Partendo dalla varietà Coda di Pecora che vede la sua storia intrecciata con la passione di Cesare Avenia quando inizia l’avventura in campo enologico.

Cesare Avenia, ingegnere elettronico nel 2003 decide di dare vita all’azienda Il Verro, acquistando 14 ettari di terreno in tenimento di Formicola, piccolo centro ai piedi del Monte Sant’Erasmo, una delle punte della catena dei Monti Trebulani.
In questi terreni – racconta – attirava la curiosità un vigneto con una varietà che inizialmente si credeva Coda di volpe.

Curiosità tale da far avviare un percorso di approfondimento e di studi da cui è emerso che in effetti si trattava di Coda di pecora.

Un vitigno a bacca bianca raro e insolito. Il Coda di Pecora è a maturazione tardiva, con la raccolta che avviene in ritardo rispetto ad altri vitigni bianchi, consentendo agli acini (che hanno una buccia consistente e pruinosa) di accumulare complessità aromatica.

Intense le note agrumate (dall’arancio alle foglie di limone, passando per il mandarino), fruttate (mela, albicocca e nespola) e un variegato ventaglio di erbe aromatiche (camomilla, menta, salvia), regalando con il passare degli anni note intense di idrocarburi.

Varietà dalle grandissime potenzialità, come dimostra il lavoro portato avanti da Il Verro, dove il vitigno viene interpretato sia nella versione ferma che in quella delle bollicine (Metodo Classico).

Etichette che dimostrano la versatilità del vitigno e la sua attitudine non solo alla freschezza e alla bevibilità, ma anche alla longevità e alla spumantizzazione di qualità.
Il recupero della Coda di pecora si inserisce nel più ampio percorso di riscoperta e valorizzazione dei vitigni autoctoni di Terra di Lavoro, avviato ormai da tempo con il ritorno alla luce del Pallagrello, nelle sue espressioni bianca e nera, e del Casavecchia.
Per continuare con la Brepona

scoperta a Soave nel veronese dal suo custode Antonio Tebaldi che ha sempre avuto una particolare costanza e una lungimirante sensibilità per la conservazione ed il recupero del patrimonio viticolo originario del territorio.
Nei suoi vigneti troviamo infatti numerosi vitigni oggi del tutto dimenticati se non praticamente estinti, come Marcobona, Rabiosa, Cavrara, Rossa Burgan.
Ricorda che nel secondo dopoguerra la prestigiosa azienda Bolla richiedeva tra i vitigni preferenziali per il Bianco Soave, oltre che la tradizionale Garganega, la sapida Turbiana (oggi Trebbiano di Soave) e la speziata Brepona.
Per arrivare alla Saccola ritrovata nell’archeo-vigneto di Marino Anselmi a Sprea di Badia (in alta Lessinia), ad oltre 700 m sul livello del mare. Circa 5000 m² di vigna con una pendenza che raggiunge il 35%, allevato a pergola trentina tradizionale ma senza l’utilizzo dei fili di ferro.
Molte delle viti sono a piede franco, la varietà più diffusa è il vitigno Saccola, ma il gruppo Graspo ha individuato nello stesso vigneto altre varietà sicuramente molto interessanti per il loro profilo enologico. Tra cui una bacca bianca come il Liseiret e una a bacca rossa, localmente chiamata Pontedara.
Oggi la Saccola è valorizzata in bottiglia da Michelangelo Alberti dell’azienda Monte Moro.
Il quarto vino già diventa un’esperienza veramente esclusiva, parliamo dell’Hörtreoete o Roter Hörtling che arriva da Magrè in Alto Adige dove si trova l’unico esemplare storico certificato al mondo: una pianta monumentale piantata nel 1601 dal fittavolo Domenig di Valentini di Sulzberg (tutelata come monumento dalla Provincia di Bolzano)ed pggi custodita da Robert Cassar.
Le uve sono state vinificate la prima volta nel 1989 e dal 2023 GRASPO le vinifica restituendo il vino a tutta la comunità di Margreid la prima domenica di ottobre in occasione della festa organizzata proprio sotto la vecchia vigna.
Per passare ad un’altra bellissima storia di recupero e conservazione con la Slarina (Cellerina)attivata da My Wine, un’associazione fondata nel 2010 oggi coordinata da Giuseppe Gianiolo. Da allora My Wine si dedica al recupero e alla valorizzazione di vigneti autoctoni.
Oggi è diventata un’esperienza di vita e di condivisione molto esclusiva che si occupa di fatto della salvaguardia e valorizzazione della Slarina su indicazione di Anna Schneider e Stefano Raimondi del CNR e condividendo i frutti di questo prezioso lavoro con una settantina di soci dispersi in tutto il mondo.
In una occasione così esclusiva non poteva mancare dal Friuli Venezia Giulia la bellissima storia della famiglia Bulfon. Con il Cjanorie vitigno individuato da Emilio Bulfon a Costabeorchia di Pinzano al Tagliamento e che in quella località è noto con il sinonimo Pinzanàt.
Bulfon (2024) nella sua cantina di Valeriano ha segnato un capitolo fondamentale nella storia della viticoltura del Friuli occidentale, operando instancabilmente per preservare e valorizzare varietà autoctone in via d’estinzione, contribuendo a riscrivere la storia del settore, dimostrando che la valorizzazione delle radici è fondamentale per il futuro della viticoltura.
Per ritornare poi ancora in Campania a Castelvenere con uno straordinario passito da uve della varietà Agostina.
Il custode in questo caso è Giuseppe Lavorgna, uomo con forti radici venneresi, che in quel di San Lorenzello produce da uve Agostina coltivate nella piana telesina nelle annate fresche un Metodo Classico, in quelle calde (che sono sempre più frequenti) un Vino Passito insolito, con una vena maderizzata.
Un vino che nasce come atto di amore verso le varietà, come un gesto di continuità consapevole dove il passato diventa radice viva, capace di orientare l’innovazione senza perdere identità, memoria e tipicità di un territorio.
Per poi chiudere alla grande con una straordinaria versione spumantizzata di Gouais Blanc o Liseiret ritrovato da GRASPO in Alta Lessinia a Sprea da Marino Anselmi,vitigno che ha avuto un ruolo genetico fondamentale nello sviluppo dell’assortimento varietale centro europeo.
Un vero patriarca, genitore di una ottantina di vitigni attualmente coltivati, tra cui, in partnership con il Pinot, di alcuni internazionali noti a tutti quali lo Chardonnay, l’Aligotè e il Gamay .
Un vitigno che per la sua freschezza e la sia resilienza potrebbe tornare protagonista in tanti territori italiani oggi fortemente provati dagli effetti del cambiamento climatico.
Vitigni dal passato per i vini del futuro.
Di Pasquale Carlo, Aldo Lorenzoni e Luigino Bertolazzi
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