
Non è solo una conquista istituzionale, ma il riconoscimento di un modo di vivere. A Gela, l’evento promosso dall’Accademia Italiana della Cucina, delegazione locale, ha trasformato il recente riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’UNESCO in un momento di riflessione profonda sul valore culturale del cibo, magistralmente condotta da Gualtiero Cataldo, delegato dell’Accademia della sezione di Gela.

Al centro del dibattito, la cucina italiana come sistema vivo: non una somma di ricette, ma un linguaggio condiviso che attraversa generazioni, territori e culture. Un patrimonio costruito nel tempo, capace di integrare influenze diverse – anche arabe, come ricordato nel corso degli interventi – e di trasformarle in identità. È emersa con forza una visione chiara: la cucina italiana è un modello culturale fondato sulla biodiversità, sulla qualità delle materie prime e su un equilibrio nutrizionale che oggi viene riconosciuto anche per il suo impatto sulla salute. Ma è anche, e soprattutto, racconto.

Racconto di comunità, di tradizioni popolari, di gesti quotidiani che diventano patrimonio condiviso. In questo scenario, il ruolo dell’Accademia Italiana della Cucina si conferma centrale: non solo custode della tradizione, ma interprete contemporaneo di un patrimonio in continua evoluzione, capace di dialogare con il turismo, l’economia e le nuove forme di comunicazione. La serata ha trovato la sua espressione più concreta nella cena finale, nella magnifica cornice di Palazzo Mattina, concepita come una narrazione gastronomica a più voci.

Tre interpretazioni, tre visioni della cucina italiana: quella creativa dello chef stellato Pino Cuttaia, del ristorante La Madia di Licata, quella contemporanea del giovane Davide Barone del ristorante Barone cucina di coulture di Gela e quella autentica e conviviale dell’oste Renato Collodoro, della Trattoria del Buon Mangiare di Torino.

Dalla delicatezza della Seppia con Carciofo, abbinato con il Sereole, un Soave classico di Bertani, presentato dal sommelier Ais Danilo Amato, che ha messo in risalto la bella combinazione di acidità e freschezza; alla sorprendente intensità del Crème Brûlé di Polpo, abbinato con il Masaccio un Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore, di Tenute San Sisto, presentato dal sommelier Ais Flavia Catalano, che ha sottolineato l’eleganza nella lunga persistenza.
A seguire il Risotto ubriaco al Frappato e salsiccia, servito con il Victoria 1607, Cerasuolo di Vittoria di Casa Grazia, presentato dal Sommelier Martina Casciana Brunetti, nonché Ospitality manager di Casa Grazia, uno dei partner dell’evento, che ha parlato di un vino che coniuga l’eleganza del Frappato alla piena forza del Nero D’Avola; ogni piatto ha rappresentato un diverso modo di interpretare la tradizione.

Un percorso chiuso da una piccola pasticceria capace di raccontare, in tre assaggi, un’unica storia: quella della cucina italiana. A Gela, il riconoscimento UNESCO ha assunto così un significato concreto: non un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova consapevolezza. Quella di un patrimonio che appartiene al mondo, ma che continua a vivere nei territori, nelle persone e nelle loro storie.
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