
In provincia di Benevento c’è un luogo dove da sempre la tradizione vitivinicole è di casa. Torrecuso ai piedi del Monte Taburno è il punto di riferimento del Sannio e della sua produzione, in cui Falanghina e Aglianico la fanno da padroni insieme alla Coda di Volpe. In questa realtà il vino è ancora molto spesso legato alle grandi famiglie del territorio e tra queste, trova di diritto il suo posto la famiglia Iannella.
L’anno 1920 fa riferimento alla data in cui tra i primi della zona e ispiratore per altri produttori della zona, il fondatore Giovanni gettò le basi dell’attività che avrebbe legato a doppio filo la vite alle future generazioni della sua famiglia.
Le prime vinificazioni di Aglianico e Coda di Volpe avvengono nel garage di casa e così sarà fino all’alba degli anni 2000. Intanto nel 1955 l’attività passa nelle mani del figlio Nicola che dà un deciso impulso all’Azienda sviluppandone la parte commerciale e la capacità produttiva, indirizzandosi decisamente sul percorso della qualità.
Dal 1992 l’Azienda è guidata dal figlio Antonio, figura storica per la viticoltura del Sannio, che avvia l’imbottigliamento delle proprie uve creando l’Azienda Cantine Iannella 1920 così come la conosciamo oggi. Un passo segnato dall’inaugurazione di un nuovo impianto tecnologicamente avanzato a cui affianca anche l’attività enoturistica. Antonio divide le fatiche con la moglie Maria Fusco, che dal 2021 è affiancata dalla figlia Mariantonietta.
Sono queste due donne a proiettare l’Azienda nel futuro senza però recidere il cordone ombelicale che la lega fortemente alla propria realtà territoriale. Alle loro mani sono affidati i 10 ettari di vigneti di proprietà situati 420 metri di altitudine, tra le colline di Torrecuso, sotto il maestoso Monte Pentime nel Parco Regionale del Taburno – Camposauro, in cui si coltivano Falanghina, Coda di Volpe, Moscato, Fiano, Greco, Piedirosso e Aglianico.
Alla produzione concorrono anche una selezione di viticoltori locali legati all’azienda da relazioni decennali che consentono il controllo minuzioso di ogni fase produttiva. Un paesaggio naturale di estrema bellezza al centro della Campania, che alterna montagne e colline attraversate da corsi d’acqua, con un clima ideale per la coltivazione della vite garantito dalle escursioni termiche. Da questo piccolo paradiso Mariantonietta Iannella che ringraziamo, ha avuto la gentilezza di rispondere alle nostre curiosità.
Erede di una delle cantine storiche più importanti del Sannio. È una predestinata oppure la sua è una vocazione tardiva da ritorno alle origini?
Un po’ entrambe, forse. Anche se, da bambina, avrei detto sicuramente: predestinata sì… e proprio per questo volevo scappare!
Sono cresciuta tra vigne, botti e racconti di vino. A casa, in famiglia, a tavola si parlava soprattutto di viticoltura; durante le vacanze con i miei genitori c’era quasi sempre una cantina da visitare e, fin da piccola, ho vissuto fiere ed eventi spesso dietro lo stand, raccontando i nostri vini.
Insomma, una vera e propria overdose di vino! E proprio perché sentivo che quello avrebbe potuto essere il mio destino, a un certo punto ho cercato di tenermene lontana. Ho studiato Economia Internazionale, ho viaggiato, vissuto fuori e lavorato nel mondo della cooperazione, una realtà che continuo ancora oggi a coltivare part-time e che rappresenta la mia passione per il mondo, per il confronto e per culture diverse.
Poi, quasi naturalmente, sono tornata alle mie radici. Da ormai cinque anni gestisco a tempo pieno la cantina insieme a mia madre, dopo esserne stata coinvolta per lungo tempo in maniera più marginale.
E proprio perché oggi questa è una scelta consapevole, sento che la competenza sia fondamentale. La formazione continua, secondo me, permette di affrontare qualsiasi tempesta mantenendo ben salde le proprie radici. E la curiosità, che mi ha sempre contraddistinta, è ciò che mi spinge a non considerare mai concluso il mio percorso. Per questo ho deciso di continuare il mio percorso formativo con la laurea in Viticoltura ed Enologia. Anche se sono cresciuta in questo mondo, credo che non si finisca mai di imparare.
Essere la quarta generazione di una cantina storica come Iannella è una grande responsabilità, ma non la considero un copione già scritto. La considero un punto di partenza.
La curiosità mi ha portato lontano, le radici mi hanno riportato a casa. Oggi cerco di unire entrambe: conoscere il mondo e, allo stesso tempo, dare un futuro alla storia della mia famiglia.
L’attenzione alle lavorazioni in vigna è stato sempre un punto di grande attenzione a partire già dal fondatore. Oggi com’è il vostro approccio alla conduzione del vigneto?
Per noi la qualità nasce prima ancora che l’uva arrivi in cantina. È una convinzione che apparteneva già a mio nonno e mio padre e che oggi cerchiamo di interpretare con strumenti e conoscenze contemporanee.
Oggi, però, credo che parlare di vigneto significhi necessariamente parlare anche di sostenibilità e cambiamento climatico. La viticoltura è una delle attività che più direttamente si confronta con gli effetti del clima che cambia: temperature sempre più alte, periodi di siccità, eventi estremi e una maggiore imprevedibilità delle stagioni ci impongono di ripensare il nostro modo di lavorare.
Per questo la sostenibilità non può essere soltanto una scelta etica o un elemento di comunicazione: è una necessità per garantire un futuro alla viticoltura stessa. Significa preservare il suolo, utilizzare in maniera più consapevole le risorse e lavorare per mantenere nel tempo l’equilibrio della pianta e del territorio.
Lavoriamo per accompagnare la vite, non per forzarla, cercando di osservare sempre di più e intervenire in maniera mirata. Ed è anche per questo che guardiamo con grande interesse alla viticoltura di precisione e ci piacerebbe partecipare a progetti che ci permettano di sperimentare nuove tecnologie e strumenti.
Credo infatti che il futuro non sarà una contrapposizione tra tradizione e innovazione, ma il loro incontro: la conoscenza che arriva da generazioni di viticoltori insieme alla tecnologia che ci permette di leggere meglio la vigna e affrontare le sfide del cambiamento climatico.
In fondo, sostenibilità significa anche questo: fare in modo che quello che abbiamo ricevuto possa essere consegnato, ancora più consapevolmente, a chi verrà dopo di noi.
La falanghina come grande amore in evoluzione continua fino a “Intus – Falanghina del Beneventano Affinamento in Anfora”. Da dove nasce l’idea di questo vino e cosa rappresenta per lei?
Siamo abituati a pensare alla Falanghina come a un vino giovane, fresco, immediato. Da qualche anno, però, il territorio sta cercando di esplorare anche un’altra direzione, mettendo in luce il grande potenziale di affinamento di questo vitigno.
INTUS nasce proprio dalla curiosità e dal desiderio di sperimentare. È il risultato di due percorsi di ricerca sulla Falanghina che abbiamo voluto far incontrare: la vinificazione e l’affinamento in anfora e la volontà di dimostrare che la Falanghina può evolvere nel tempo, acquisendo profondità e complessità senza perdere la propria identità.
Le uve provengono dai nostri vigneti di famiglia, a circa 420 metri di altitudine, su suoli calcareo-argillosi e vulcanici. La vinificazione e l’affinamento avvengono in anfora di terracotta, senza l’interferenza del legno: la naturale porosità dell’anfora accompagna una lenta micro-ossigenazione, permettendo al vino di evolvere mantenendo grande integrità aromatica.
Personalmente amo molto i bianchi quando hanno struttura, profondità e capacità di invecchiamento. E credo che uno dei compiti di una nuova generazione di produttori sia anche mettere in discussione alcuni stereotipi, chiedendosi fin dove può arrivare un vitigno che crediamo di conoscere già.
Anche il nome INTUS nasce da questa idea. È un richiamo a intuarsi, verbo raro utilizzato da Dante nel Paradiso, che esprime un’immersione profonda, un’unione senza perdita della propria identità. È un concetto che sentiamo molto vicino a questo vino: la Falanghina che entra nell’anfora, si evolve lontano da interferenze e, nel tempo, trova una voce più profonda, senza smettere di essere Falanghina.
INTUS, in fondo, rappresenta molto del modo in cui oggi interpreto il vino: rispetto della tradizione, curiosità e ricerca.
È un vino che non vuole necessariamente stupire al primo sorso. È un vino che chiede tempo, attenzione e ascolto. E forse è proprio questo che mi affascina di più: scoprire che dietro un vitigno che pensavamo di conoscere può esserci ancora un mondo da esplorare.
La Campania ha ormai raggiunto livelli qualitativi riconosciuti unanimemente. Quale sono le prospettive future per i vini di questa regione e attraverso quale direzione bisogna andare?
Credo che la Campania abbia ancora moltissimo da raccontare. Abbiamo una ricchezza ampelografica straordinaria, territori molto diversi tra loro e vitigni autoctoni che oggi il mondo sta iniziando a conoscere davvero.
Credo però che la prima sfida sia partire da noi: valorizzare maggiormente i nostri vini all’interno della regione, farli conoscere e riconoscere prima di tutto ai consumatori e agli operatori campani. Da lì possiamo costruire una strategia più forte verso il resto d’Italia e verso i mercati internazionali.
La sfida, secondo me, è smettere di raccontarci soltanto attraverso la tradizione e iniziare a raccontare la contemporaneità della tradizione. Dobbiamo investire sulla qualità, sulla comunicazione e sulla capacità di essere riconoscibili.
In questo percorso credo sia fondamentale anche un lavoro di squadra tra produttori, Regione e Consorzi. Servono tavoli di confronto, tecnici e politici, capaci di costruire azioni di valorizzazione, promozione e marketing realmente condivise e di lungo periodo. La forza dei nostri territori può diventare molto più grande se impariamo a presentarci insieme, senza perdere le singole identità.
La vostra splendida struttura di accoglienza permette all’enoturista di vivere a pieno l’esperienza del vino. Quanto è importante per lo sviluppo del territorio e come si può incentivare questa forma di conoscenza?
Per me l’enoturismo è molto più di un servizio aggiuntivo alla vendita del vino: è un modo per raccontare un territorio attraverso il vino, ma anche attraverso le persone, la cultura e le tradizioni che lo hanno costruito.
Oggi ci apriamo sempre di più a un pubblico internazionale, offrendo visite e percorsi esperienziali che permettano ai nostri ospiti di portarsi a casa non soltanto una bottiglia, ma un pezzetto della nostra storia: tradizioni, usi, costumi e piccoli scampoli della nostra vita.
Abbiamo cercato di trasformare la cantina in uno spazio aperto, dove il vino incontra la cultura e la convivialità: eventi enogastronomici, musica, mostre, laboratori di cucina e tradizioni popolari, ma anche attività dedicate alle aziende, team building e soggiorni esperienziali. E guardiamo già al futuro con l’idea di rendere queste esperienze sempre più interattive, anche attraverso strumenti digitali, contenuti immersivi, realtà aumentata e percorsi personalizzati.
C’è poi un altro aspetto per me molto importante: la responsabilità sociale dell’impresa. Da sempre sono molto sensibile alle tematiche sociali e ho avviato collaborazioni con associazioni e realtà locali. Credo che l’incontro tra profit e non-profit possa generare valore per tutta la comunità.
Il vino nasce da un territorio e, proprio per questo, credo che un’azienda vitivinicola abbia anche la responsabilità di restituire qualcosa a quel territorio. Possiamo farlo sostenendo iniziative sociali, culturali e scientifiche, creando collaborazioni e incoraggiando le persone a partecipare a progetti rivolti alla comunità.
In fondo, il nostro obiettivo non è semplicemente far conoscere una bottiglia, ma far conoscere un luogo. E perché un territorio diventi una destinazione, bisogna creare una rete tra cantine, ristorazione, ospitalità, cultura, natura e comunità.
Tra contrazioni dei consumi, dazi e nuove tendenze, come vede il futuro del vino italiano e cosa possono fare i produttori individualmente e a livello di sistema per adeguarsi ai tempi?
Credo che stiamo vivendo un cambiamento epocale, non necessariamente una crisi. E ogni cambiamento obbliga a fare delle scelte.
È innegabile che la domanda di vino si sia contratta a livello mondiale e che, soprattutto a partire dal Covid, il settore abbia attraversato una flessione dalla quale non siamo più tornati ai livelli precedenti, per ragioni e dinamiche diverse. A questo si aggiungono tensioni internazionali, dazi, cambiamenti nelle abitudini di consumo e nuove generazioni che si avvicinano al vino con modalità completamente diverse.
Il mondo è cambiato e continua a cambiare a una velocità impressionante. Non possiamo pensare di interpretarlo con modelli che hanno funzionato in passato e che oggi potrebbero non essere più sufficienti.
Il vino italiano ha una forza enorme: storia, biodiversità, territori, cultura e qualità. Ma non possiamo dare per scontato che questi elementi, da soli, siano sufficienti. Dobbiamo cambiare il modo di pensare il vino, di produrlo, di comunicarlo e di proporlo ai consumatori.
Come produttori dobbiamo essere più curiosi e forse anche più coraggiosi. Dobbiamo comprendere meglio chi abbiamo davanti e avere il coraggio di sperimentare nuovi linguaggi e nuovi modelli, senza perdere la nostra identità.
Ma serve anche una riflessione a livello di sistema. Non possiamo presentarci al mondo come migliaia di singole aziende che competono tra loro: dobbiamo essere capaci di valorizzare l’immagine complessiva del vino italiano e dei suoi territori, lavorando maggiormente insieme.
E credo che sia necessario anche ripensare, a livello centrale, il rapporto tra domanda e offerta. Quello che è accaduto in altre nazioni, con importanti interventi di estirpazione dei vigneti, è un segnale che non possiamo ignorare: significa che esiste un problema strutturale che va affrontato con strumenti adeguati e con una visione di lungo periodo.
Il futuro, a mio avviso, sarà di chi saprà mantenere fortissima la propria identità, ma avrà il coraggio di evolvere. Perché difendere la tradizione non significa rimanere fermi: significa trovare il modo di farla parlare al mondo di domani.
Protocolli e certificazioni come bio, biodinamico, vino naturale e associazioni varie, quanto pensa siano una questione di marketing e quanto di sostenibilità? E qual è il vostro personale approccio alla questione?
Credo che il rischio nasca quando una certificazione diventa un fine anziché uno strumento.
La sostenibilità, per me, non è una parola da mettere in etichetta: è una responsabilità quotidiana e riguarda l’intero modo di fare impresa. Parte certamente dal vigneto, ma coinvolge il consumo di acqua e di energia, i materiali, gli imballaggi, quello che avviene in cantina, le scelte legate alla chimica enologica e, più in generale, il rapporto con il territorio e con le persone.
Noi abbiamo scelto di lavorare in biologico sui vigneti di nostra proprietà, perché è una direzione nella quale crediamo e che riteniamo coerente con il nostro modo di intendere la viticoltura. Allo stesso tempo, acquistiamo uve da viticoltori locali con i quali collaboriamo da oltre trent’anni. Sono rapporti costruiti nel tempo, basati sulla fiducia e sulla conoscenza reciproca, ma non tutti questi vigneti sono ancora convertiti al biologico. È un percorso che richiede tempo e che cerchiamo di accompagnare e sensibilizzare progressivamente.
Proprio per questo credo sia importante non trasformare il tema in una contrapposizione tra “buoni” e “cattivi”, o tra un approccio e l’altro. Ogni azienda ha la propria storia, le proprie possibilità e il proprio percorso.
Il mondo del vino oggi è un grande calderone, nel quale convivono sistemi molto diversi: da una parte ci sono protocolli e certificazioni molto rigorosi, con requisiti e controlli ben definiti; dall’altra esistono approcci che possono avere percorsi e criteri differenti e che non sempre sono riconducibili a un sistema unico di certificazione. Questo fa sì che, agli occhi del consumatore, possano convivere sul mercato prodotti molto diversi tra loro e che non sia sempre semplice capire cosa ci sia realmente dietro una determinata definizione.
E questo, secondo me, non significa mettere in discussione un approccio piuttosto che un altro. Significa chiedere a tutti, indipendentemente dalla filosofia produttiva scelta, trasparenza, serietà e coerenza. Ci sono produttori che lavorano benissimo seguendo strade diverse, ma come in ogni settore possono esserci anche interpretazioni meno virtuose.
Il vino deve essere innanzitutto autentico, ma deve anche essere rispettoso dell’ambiente e del territorio in cui nasce. Le certificazioni hanno certamente un valore, perché possono rendere misurabile, verificabile e riconoscibile un determinato percorso. Ma poi è la coerenza dell’azienda, nelle scelte di ogni giorno, a dimostrare quanto quel percorso sia realmente sostenibile.
Secondo lei quale potrebbe essere il provvedimento amministrativo – legislativo più importante per sostenere la viticoltura italiana?
È una domanda alla quale faccio fatica a rispondere indicando un unico provvedimento, anche perché credo che oggi la viticoltura italiana stia attraversando una fase che richiede interventi su più fronti.
Non possiamo però ignorare quello che sta succedendo. Ci avviciniamo a una vendemmia che si presenta particolarmente difficile: ci sono quantitativi alti di vini invenduti, prezzi che hanno subito una forte contrazione, uve che vengono pagate sempre meno e viticoltori che fanno sempre più fatica a trovare una sostenibilità economica per il proprio lavoro. E questa difficoltà riguarda anche le cantine.
Credo quindi che la priorità debba essere quella di intervenire sul rapporto tra produzione, domanda e valore, evitando di affrontare ogni anno l’emergenza senza mai intervenire sulle cause strutturali. Servono strumenti che aiutino a riequilibrare il mercato e a garantire una maggiore redditività lungo tutta la filiera, dal viticoltore alla cantina.
Parallelamente, credo sia fondamentale una politica di programmazione di medio e lungo periodo. La viticoltura non può essere governata soltanto attraverso misure emergenziali: un vigneto ha tempi lunghi e anche le aziende hanno bisogno di poter programmare investimenti, produzioni e strategie con maggiore certezza.
E poi c’è il tema della semplificazione. Non possiamo chiedere alle aziende di essere più innovative, più sostenibili, più internazionali e più competitive e contemporaneamente appesantirle con una burocrazia sempre più complessa.
Quindi, più che una singola legge, credo serva una scelta politica precisa: mettere la viticoltura nelle condizioni di tornare a creare valore. Perché se il viticoltore non riesce più a remunerare il proprio lavoro e la cantina non riesce più a sostenere i costi di produzione, alla fine non è in difficoltà soltanto una singola azienda: è in difficoltà un intero territorio e il patrimonio vitivinicolo che rappresenta.
E credo che questo sia il momento di avere il coraggio di affrontare il problema, anche quando le soluzioni non sono semplici o popolari.
A parte il legame indissolubile con la sua terra, in un’altra vita dove le sarebbe piaciuto svolgere la sua attività? in quale territorio – nazione – doc e con quale vitigno le sarebbe piaciuto cimentarsi?
Da curiosa, appassionata di Paesi e di viaggi, appena ne ho la possibilità parto. E quindi, su questa domanda, le tentazioni sono davvero tante!
Mi affascinano i grandi bianchi da affinamento della Borgogna, ma anche la straordinaria capacità evolutiva dei Riesling della Mosella. E, sul fronte dei rossi, mi incuriosiscono realtà come Bordeaux, Rioja e Priorat, dove struttura, longevità e identità territoriale diventano parte della storia del vino.
Più che un singolo vitigno, mi affascina proprio la capacità di un luogo di trasformarlo in una vera espressione del territorio, costruendo vini riconoscibili, profondi e capaci di raccontare il tempo. È anche uno dei motivi per cui amo viaggiare: vedere come territori e culture diverse riescano a interpretare il vino in modi completamente differenti.
E forse questa curiosità, alla fine, mi riporta proprio a casa. Perché più viaggio e più mi rendo conto di quante possibilità esistano nel mondo del vino, ma anche di quanto sia interessante quello che abbiamo qui.
Ho la fortuna di vivere in un territorio che ha ancora moltissimo da raccontare. La sfida, per me, è capire fin dove possiamo arrivare con quello che abbiamo e riuscire a portarlo nel mondo.
Bruno Fulco
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