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Quanto è mancato il rito del caffè al banco

È praticamente da un anno che tutte le nostre abitudini di vita più normali, banali, semplici, sono state stravolte.

Tra queste il rito quotidiano del caffè al bar, accompagnato da fragranti brioche o cornetto o altro di similare che si voglia a seconda delle latitudini.

Era la fine di marzo di quest’anno, quando è uscita la notizia che il Ministero delle Politiche Agricole appoggiava la candidatura del «rito del caffè espresso italiano tradizionale» al riconoscimento UNESCO di Bene immateriale dell’umanità.
È sembrata una beffa a molti italiani che non potevano ancora gustarsi il solito espresso in tazzina, ma colato dentro un insulso contenitore di carta o cartone da portare il più lontano possibile e magari berselo nascosti dietro l’angolo.

Caffè per asporto! Pena salate, insensibili, multe!
In sottovuoto, a tenuta stagna, espresso o cappuccino da ricevere sull’uscio del bar e trasportare ancora caldo a casa, snobbando la tradizionale caffettiera che soffia e borbotta e sparge l’aroma per tutte le stanze.
Ci hanno imposto un cambiamento di gusti. Oltre che di abitudini sociali.

Eravamo abituati anche al contatto umano con coloro che stanno dietro al bancone, ed anche a loro è mancato, e forse di più, la relazione con noi utenti, spesso conosciuti per nome. Come prodigarsi in sorrisi o fare una simpatica battutina dietro la maschera sulla faccia?

Per loro è cambiato tutto di colpo, e si sono dovuti adattare presto, modificando le modalità di somministrazione e gli orari, per chiudere alle ore 18. Senza parlare del maggior carico di spese per i nuovi contenitori a perdere, e pure ecosostenibili.

Caffè in piedi, ma all’aperto, in solitaria, niente amici per una conversazione confidenziale, niente colleghi a cui offrire la propria compagnia in pausa di lavoro, niente tavolini a cui sedersi per leggere i quotidiani prolungando le sorsate dalla tazzina.

Si è congelato per troppo tempo il concetto di “bar”, si è perso il piacere di un’atmosfera pregna di tutti i più semplici buoni profumi che davano la carica per iniziare bene la giornata o per dare una stimolante energia al proprio pomeriggio.

In tutte le regioni diventate “zona bianca”, finalmente sui banconi risuona il tintinnio di piattini e tazzine. E il vociare della clientela.

Un caffè al banco, specie quando vedremo il sorriso sulle labbra del personale, sarà la nostra iniezione per confidare nella prossima normalità.

Basta poco per sentire che la vita può ricominciare.

Maura Sacher

 


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