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Per esportare in Gran Bretagna, compilare 200 pagine di moduli

La battaglia navale avvenuta all’Isola Jersey è solo un segnale preoccupante delle conseguenze negative che la Brexit sta regalando.

Momentaneamente la Royal Navy e la Marina Francese hanno ritirato le fregate e i cacciatorpediniere che avevano inviato.

Resta il nodo spinoso delle licenze di pesca drasticamente ridotte come numero e rilasciate col contagocce dal governo dello scarmigliato e goffo Borios Johnson.

Ma altre incubi minacciosi si prospettano per i paesi aderenti alla UE.

La logistica post Brexit per quanto concerne le esportazioni presenta una situazione a tinte fosche.

Dopo 4 mesi le esportazioni verso la UE hanno subito una grave flessione.

L’industria della pesca sta addirittura crollando con conseguente devastanti per l’indotto.

Forti tensioni si registrano al confine tra le due Irlande.

Moltissime aziende e banche hanno trasferito e stanno trasferendo sedi, capitali e posti di lavoro in altre nazioni della UE.

Buone notizie per le nazioni che godono di questi spostamenti ma è un sistema economico destinato ad esaurirsi.

I produttori di vini che esportavano le loro bottiglie verso il Regno Unito sono sfiduciati. Trasferire colà i vini è diventato uno stress insopportabile.

Ogni spedizione richiede una montagna di documenti: nuove dichiarazioni doganali, nuovi certificati di origine preferenziale ed etichettatura dell’importatore.

Non è più sostenibile inviare piccole quantità a causa del rialzo dei costi amministrativi, è dispendioso in termini di tempo e molto complicato a causa delle nuove regole.

I trasportatori si lamentano a causa delle file e dei ritardi estenuanti provocati dai nuovi requisiti doganali.

La mancanza di carichi di ritorno per i tir significano molti meno soldi per i camionisti. Un numero crescente di cantine e marchi rinuncerà ad esportare verso il Regno Unito perché finanziariamente non è più praticabile.

I prezzi dei vini saranno più alti e la sparizione delle bottiglie di nicchia porterà ad una scelta ristretta per i consumatori britannici.

Molti intermediari si rifiutano di fare consegne perché non sono riusciti a trovare un accordo con il governo inglese.

E se verrà introdotto nel 2022 l’obbligo del certificato di importazione per i vini sarebbe il tracollo.

Le informazioni contenute in altri documenti dovranno essere duplicate compilando un modulo di ben 200 pagine per ogni spedizione.

Non ci sono davvero parole di fronte ad una tale stupidità anglosassone.

Umberto Faedi 


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