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Partono dal 2017 le quote per il pesce spada

Il mondo ittico nazionale se l’aspettava questa imposizione delle quote per il pesce spada, dopo quelle sul tonno rosso, troppe erano le pressioni degli ambientalisti portate all’UE, facendo leva sulla lotta all’illegalità di certi pescatori ed allo sfruttamento intensivo.

Le organizzazioni italiane dei pescatori, attraverso l’Alleanza delle cooperative della pesca, il coordinamento nazionale costituito dalle associazioni più rappresentative, ritengono uno vero e proprio Tsunami la decisione sulle quote del pesce spada presa dall’ICCAT, la Commissione internazionale per la conservazione dei tunnidi e delle specie affini come spada e squali nell’oceano Atlantico e nel mar Mediterraneo, l’autorità europea in materia di pesca.

Viene fatto presente che l’Italia è al primo posto tra i paesi produttori europei con la flotta più grande di tutta l’Unione Europea, 849 i pescherecci autorizzati, il 50% del pesce spada pescato in Europa, 5 mila pesce-spada-pescatotonnellate ogni anno. La riduzione delle quote pesca rappresenta un danno enorme sul piano economico e occupazionale, specialmente per la Sicilia, una nicchia di produzione che in quanto tale dovrebbe essere tutelata e difesa e dove invece i pescatori si sentono abbandonati dalla politica regionale per il settore.

In sostanza, i regolamenti in materia passano attraverso l’Unione europea, che si è dimostrata troppo spesso distante dalle esigenze territoriali, e questa appare come un’ennesima invasione di campo comunitaria nel diritto di impresa. Tale decisione rischia di cambiare l’offerta sui nostri mercati: meno prodotto made in Italy contro un +30% proveniente dal nord Africa, dall’Atlantico e dal Pacifico, dove si pesca liberamente senza limitazioni. E la UE non pone alcun paletto nell’importazione.

Gli stessi operatori della pesca ricordano che già da anni l’Italia si è attivata per la tutela del pesce spada con l’introduzione di un periodo di fermo pesca e con una limitazione sulla taglia minima da pescare, 140 centimetri spada inclusa. “Sarebbe stato più corretto intervenire, come avevamo chiesto, con misure di gestione più puntuali come le chiusure spazio-temporali, la ridefinizione degli attrezzi da pesca (lunghezza e numero degli ami), i sistemi di tracciabilità e di identificazione, per evitare che si consumi prodotto di provenienza illecita, la regolamentazione della pesca non professionale”, lamenta l’Alleanza delle cooperative pescatori.
In definitiva, vengono auspicati interventi di miglioramento sugli strumenti di tutela già esistenti e non la restrizione di un mercato, che significherebbe l’indebolimento di un settore economico.
“Toccherà ora vigilare – conclude l’Alleanza – affinché l’Europa non mortifichi ulteriormente gli interessi nazionali”.

Maura Sacher


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