Omina Romana, il volto internazionale della viticultura Laziale

Omina Romana, il volto internazionale della viticultura Laziale

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Il primo tedesco a rendere omaggio alla campagna Laziale fu senza dubbio Johann Wolfgang von Goethe, che all’età di 37 anni all’apice della carriera intraprese il suo Gran Tour. Un viaggio nell’Europa continentale in uso al tempo tra gli aristocratici europei allo scopo di completare il proprio bagaglio culturale e in cui il letterato si innamoro del nostro paese.

Di Velletri ammirò i paesaggi e “la bellissima posizione sopra una collina vulcanica…” che a distanza di oltre due secoli è stata ancora fonte di ispirazione per una famiglia di suoi connazionali. La famiglia Börner proveniente dal mondo dell’imprenditoria, che credendo fortemente in questo territorio decide nel 2004 di intraprendere il Progetto Omina Romana.

I buoni presagi (dal latino omina) che attraverso il simbolo della fenice nel suo logo, vuole rappresentare la rinascita dei vini di qualità del Lazio. La scelta dell’uccello di fuoco che rinasce dalle sue ceneri non è casuale, ma ispirata da una rappresentazione rinvenuta su un manufatto durante il lavori di scasso della vigna. Su un corpo originale di 20 ettari l’Azienda ha annesso tutti i territori disponibili attorno, per arrivare ad un impianto che oggi conta 70 ettari di vigneto a corpo unico posizionato sui 250 metri di altitudine.

Sul terreno è stata eseguita la creazione ex novo di tutti i vigneti, un grande investimento motivato dalla consapevolezza delle potenzialità di questo territorio che dista 22 km dal mare ed è riparato dai monti Lepini. Brezze marine ed escursione termica, condizioni ottimali per sviluppare una grande viticultura. Sul suolo vulcanico è stata anche eseguita una mappatura che ha restituito 27 differenti parcelle.

Questo studio approfondito ha permesso di mettere a dimora una grande varietà di vitigni a maggioranza internazionali, sei a bacca bianca e dodici rossa. La scelta non è un rifiuto delle varietà autoctone, ma un’ulteriore ricerca intrapresa da Omina Romana attraverso i vitigni di cui più si conoscono le dinamiche produttive. Si è così avuto modo di interpretare le capacità del terreno per selezionare le varietà che rispondono meglio da affiancare a quelle locali.

Un’indagine necessaria per esprimere al meglio un vigneto impiantato su un terreno in cui sono visibili ben quattro evoluzioni vulcaniche differenti e che, al di la delle molte banalizzazioni più volte sentite su questa tipologia di suolo, assicurano più che aromi direttamente riferibili agli elementi nel terreno, una ricchezza del suolo che non richiede grandi aiuti dall’esterno.

I risultati ottenuti dall’approccio scientifico nello studio del territorio giustificano la realizzazione di un progetto in grande stile, che invece di svilupparsi in regioni ben più blasonate della viticultura italiana rende omaggio ad un territorio dal potenziale ancora parzialmente inespresso, ma che ha tutte le carte in regola per ottenere risultati di livello assoluto. Per gestire al meglio tutte le operazioni in azienda, Maria Teresa Börner ha accantonato la propria attività di storica dedicandosi agli studi di enologia presso il Forschungs­anstalt di Geisenheim nella regione del Reno.

Ad accompagnarla in questo percorso l’enologo Claudio Gori e l’agronoma Paula Pacheco, che seguono le operazioni in vigna eseguite da ben 33 contadini. Una forza lavoro che, se riferita agli ettari vitati ed alla misurata produzione di 130.000 bottiglie, rende bene l’idea di come il progetto abbia come obiettivo imprescindibile quello della qualità assoluta.

La degustazione organizzata dall’ONAV di Roma presso l’Hotel Colombo e guidata dal delegato locale Alessandro Brizi, ha permesso di approfondire la conoscenza di questa realtà rappresentata in sala da Edoardo Campisi. La filosofia produttiva e i livelli qualitativi raggiunti sono apparsi evidenti attraverso l’assaggio dei diversi vini presentati.

Pulizia, grande equilibrio, assenza di sbavature e linearità si sono rivelati i tratti salienti di una produzione che punta in primis al mercato internazionale. Le operazioni di cantina prevedono l’affinamento sulle fecce fini per un minimo di sei mesi e l’utilizzo del legno. Per i bianchi viene utilizzata con ottimi risultati la barrique, che non caratterizza i vini limitandosi ad accompagnarne i tratti più decisi verso una consistenza più rotonda, mentre al naso contribuisce gentilmente ad arricchire il profilo aromatico.

Nello Chardonnay 2016 prevalgono le note di frutta tropicale e di pesca ma sempre in gentilezza, morbido in bocca e di piacevole sapidità. Il Viogner “Ars Magna” 2016 ha invece naso più intenso, complessità floreale e accento balsamico, mentre in bocca piacevole acidità e contenuta sapidità. L’intenzione dell’azienda è stata però fin da subito quella di duettare con i grandi rossi internazionali, per i quali oltre alla barrique utilizza fusti tronco conici di rovere francese che restituiscono vini di struttura e carattere ma sempre di grande bevibilità.

Tra quelli assaggiati nell’ampia selezione proposta, il Merlot 2013 va ben oltre quel minimo sindacale che quasi sempre il vitigno riesce a raggiungere in ogni territorio. Qui si esprime con frutto corposo intenso e di gusto immediato. Ottenuto come gli altri vini da rese bassissime, rivela aromi di liquerizia, tabacco e spezie dolci mentre in bocca è equilibrato e piacevolmente morbido.

Il Ceres Anesidora I 2013 è invece un blend di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, che si caratterizza per la grande eleganza di legni profumati, spezie dolci, cannella, caffe. In bocca è di grande gusto, guizzante, dinamico e persistente, con tannino presente ma estremamente piacevole.

La chiusura è nel segno del Cabernet Franc 2013, frutti rossi grandi e piccoli e una piacevole sfumatura verde e balsamica. Un vino di forza e intensità ma di grande gusto, che in bocca rivela in persistenza note di caffè e liquerizia incorniciate da una lieve ed estremamente piacevole presenza tannica. Nel loro complesso i vini centrano esattamente la loro ragion d’essere.

Pensati per essere internazionali, dimostrano di avere le spalle grandi abbastanza da reggere il confronto in quei mercati, rivelando nel contempo per primi questa nuova e possibile ambizione per la viticultura di Velletri e dei Castelli Romani.

Bruno Fulco

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