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Mancia sì mancia no

Fino a non molto tempo fa la mancia era considerato quasi un obbligo a cui sottostare, in aggiunta al “grazie”, velata da una frase di circostanza. Per certi versi era un modo per dimostrare la gratitudine ogni volta che si riceveva un prestazione onerosa o un favore. Il vocabolario Treccani la definisce: «Piccolo regalo in denaro che si usa dare a chi ha reso un servizio o una cortesia, in aggiunta al compenso dovuto».

Il termine deriva dal francese antico «manche» e risale al tempo dei tornei trecenteschi, quando le dame presero la consuetudine di donare una manica (che era “aggiunta”, non cucita come oggi) del proprio abito al cavaliere preferito come augurio di vittoria, e si collega al concetto di «favorire qualcuno» ma anche «essere nella manica di qualcuno» ossia «godere dei suoi favori».

Da più parti si ritiene malcostume elargire compensi per la prestazione di servizi forniti da persone regolarmente stipendiate, tuttavia ci sono alcune categorie di lavoratori a cui la mancia è utile come arrotondamento della retribuzione che percepiscono, senza che vi sia nulla di illecito.

Poiché la mancia non è un’elemosina, ma un gesto di riconoscenza per le attenzioni ricevute, il nostro galateo considera doveroso offrire una adeguata «ricompensa a chiunque abbia fatto per noi qualcosa che non era tenuto» ma chi la concede non la deve sentire come segno di superiorità verso un subalterno. Questo “premio” va solitamente donato allorché otteniamo un servizio con particolare solerzia e gentilezza, pertanto se non siamo soddisfatti non ci dobbiamo sentire obbligati.
Michael Lynn, esperto di comportamenti del consumatore e autore del volume «Psicologia delle mance», sottolinea che la mancia è più che altro un modo per avere la coscienza a posto, riducendo l’imbarazzo di “essere serviti”.

Caduta in disuso, o quasi, la mancia al bar, rimane un punto fermo la mancia in ristorante.
Non occorre calcolare una rigorosa percentuale sul conto finale e nemmeno ci si sbarazza degli spiccioli svuotando le tasche dalle monetine. La parola ‘mancia’ non va pronunciata. Non si avverte il cameriere “Guardi, le ho lasciato la mancia sul tavolo” né si lancia la proposta ad alta voce tra i commensali “Lasciamo una mancia?”, discutendo se 50 cent a testa o un euro.
Se in tavola viene effettuato il pagamento, non è bon ton iniziare la colletta in presenza del cameriere. E tantomeno abbandonare le monete sparse sulla tovaglia, meglio trasformarle in una banconota, mettendola sul piattino del conto.
Ogni gesto deve risultare, spontaneo, discreto e signorile.

All’estero, in uno qualunque dei Paesi Europei o negli Usa o in Asia o nei Paesi Arabi, le regole italiane non valgono più. Dobbiamo informarci bene sulle abitudini locali prima di partire e, quando siamo ormai sul posto, leggere attentamente lo scontrino del  conto e i vari cartelli affissi nei locali. Si può correre il rischio concreto di essere insultati, e anche peggio, se non diamo una mancia o se la moneta che lasciamo è inadeguata e persino se offriamo denaro a chi e dove ciò non è gradito.

Infatti, se lasciare la mancia in alcuni paesi è consuetudine sociale, in altri è un dovere ed in altri ancora risulta un’offesa e un’umiliazione. Viaggiatori avvisati: paese che vai usanze che trovi.

donna Maura

m.sacher@egnews.it


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