Stile e Società

Le enoteche possono riaprire ma i bar no

È stato presentato ieri il nuovo Dpcm, il primo dell’era Draghi, in vigore dal 6 marzo al 6 aprile 2021. Tra le solite chiusure e restrizioni nelle Regioni colorate, compaiono alcune aperture.

Gli esercizi commerciali al dettaglio di bevande per asporto, come enoteche e bottiglierie, potranno rimanere aperti per la vendita anche dopo le ore 18 e fino alle ore 22, nelle zone gialle ed arancione del Paese.
Invece, i bar come i pub e i ristoranti, ove si consumano bevande sul posto, devono continuare a chiudere le serrande alle ore 18.

Esprimono piena soddisfazione le organizzazioni di Confagricoltura, Cia-Agricoltori Italiani, Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, Copagri, Unione Italiana Vini, Federvini, Federdoc e Assoenologi, che nei giorni scorsi avevano inviato una richiesta in tale direzione al Premier Mario Draghi e al Ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli.

È stato, dunque, accolto, almeno in parte, l’appello a difesa del settore vitivinicolo e di tutta la filiera, che già ha perso miliardi di euro a causa del Covid ed ha penalizzato centinaia di migliaia di addetti che ruotano attorno a tutto il comparto Ho.Re.Ca.
Per la filiera del vino “era incomprensibile il blocco delle vendite imposto alle enoteche come misura restrittiva per contrastare il Covid, che appariva più una discriminazione del comparto rispetto a negozi alimentari e supermercati, non soggetti a chiusura anticipata”, hanno fatto notare.

Ma, se l’intento del nuovo Dpcm era quello di mettere un freno alla movida selvaggia e di ridurre gli assembramenti incontrollati del fine settimana, la decisione di chiudere i bar per gli aperitivi e lasciare libera vendita di bottiglie di alcolici sembra più che una contraddizione, proprio un controsenso.

Tanto è vero che Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici Esercizi, piegato da un anno di sacrifici, si sente ancora danneggiato. Ed esprime l’opinione che “Il ministro Speranza continua ad identificare il problema nei pubblici esercizi e nei bar, senza rendersi conto che i problemi si creano dove c’è libero accesso all’alcol da asporto”. Sia pure che non ne venga concesso il consumo “nei pressi” dei locali.

La Fipe, infatti, aveva chiesto che “le aperture possano essere regolate anche su base locale, di modo che le misure restrittive siano efficaci e selettive”.
Proprio per un efficace contrasto alla spensieratezza incosciente dei giovani, sarebbe stato più ragionevole consentire ai Sindaci di emettere ordinanze che prevedano limitazioni di colore rosso almeno nelle zone della movida dei fine settimana. Reintroducendo il divieto di bere per la strada, come era in vigore lo scorso anno, stante che è comunque vietato il consumo di bevande alcoliche nelle aree pubbliche, aperte al pubblico e soggette ad uso pubblico.

È opinione troppo futile ritenere che la movida selvaggia si combatta solo evitando che i ragazzi si assembrino nelle piazze e nelle strade e non piuttosto impedendo la vendita dopo le 18 in tutti gli esercizi commerciali, specie nei minimarket.

Maura Sacher


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