Stile e Società

La Georgia presenta a Roma la sua viticultura millenaria

Quella organizzata presso la sede di Riserva Grande non è stata una degustazione qualunque. Protagonista della serata l’enologia Georgiana, cioè di quella terra che secondo sempre più accreditate testimonianze archeologiche ha dato i natali al Vino e che vede il qvevri, anfora in terracotta interrata di cui si parla anche qui, come elemento centrale nei suoi diversi metodi di vinificazione figli delle singole tradizioni regionali.

L’attività umana intorno alla vite ed ai suoi frutti, ha segnato la nostra civiltà sin dalla sua domesticazione. Di testimonianze del vino e del suo ruolo liturgico, sacro, conviviale, medico, sociale, politico e chi più ne ha ne metta, sono pieni i testi sacri di culti e religioni che hanno accompagnato l’uomo ed il suo sviluppo culturale fino ai giorni nostri e, sarebbero bastati solo questi motivi per rendere eccezionale una  degustazione tematica sulla Georgia.

L’evento fortemente voluto dal Giovane Ambasciatore, la Georgiana Neno Gabela, ha trovato una pronta sponda in Marco Cum di Riserva Grande Academy che insieme ad Andrea Petrini e, alla presenza dell’Ambasciatore Georgiano a Roma, hanno organizzato e condotto una serata che probabilmente rappresenta la più grande degustazione di vini Georgiani che si sia mai svolta sul territorio nazionale.

La curiosità per questa viticultura inesplorata dai palati italiani era tantissima, ed in parte hanno provato a soddisfarla i quattro produttori volati a Roma direttamente da Tbilisi per presentare personalmente i propri vini, presenti tra i 18 degustati.

A parte che per pochi, la quasi totalità degli intervenuti era in assoluta mancanza di riferimenti riguardo questa viticultura millenaria, ragion per cui il valore immenso di questo evento è stato quello di gettare le basi per comprenderla.

Anche lo scopo della presente testimonianza non è assolutamente quello di indagare a fondo il profilo organolettico dei vini, ma tentare per sommi capi di delimitare un perimetro all’interno del quale in seguito poter indagare, sperando nel contempo di non essere incappati in troppe inesattezze.

Natenadze's Wine Cellar
Natenadze’s Wine Cellar

Fornire riferimenti e indicazioni su cantine, produttori e vini, che possono essere una base di partenza per chi abbia poi voglia di approfondire la tematica e perché no, recarsi in loco approfittando delle nuove tariffe low cost che con partenza da Orio al Serio (BG) avvicinano di molto l’Italia a Tblisi.

Il grande valore del movimento vitivinicolo Georgiano sta nell’aver saputo traghettare attraverso la storia e le sue vicissitudini, valori, metodi e tradizioni del vino e dell’uva, che sono parte integrante dell’identità nazionale georgiana e patrimonio universale dell’umanità.

Questi argomenti sono apparsi immediatamente chiari già con la Cantina Natenadze della zona di Meskheti. Per i suoi vini le uve vengono raccolte da piante spontanee e ultra centenarie sparse tra campi e boschi. Nessun trattamento, nessuna pratica, solo quello che dona la natura in un territorio vulcanico che si estende s.l.m. tra i 1000 e i 1650 metri.

Suo il Meskhuri Tetri 2018, bianco prodotto in qvevri a contatto per sei mesi con le bucce e successivamente in acciaio. Non filtrato e prodotto da uve dal nome per noi impossibile da pronunciare, come Akhaltsikhuri Tetri, MeskhuriMtsvane, Chitiskvertskha, Chitistvala Tetri. Delicato e sottile, naso di erbe aromatiche di campo ed essiccate, finale fresco e molto gradevole.

Il suo “gemello” rosso è il Meskhuritsiteli 2018, ottenuto con la stessa tecnica e anch’esso non filtrato, da uve Meskhuri Sapere, Meskhurikharistvala, Tskhenisdzudzu tetri provenienti da vigneti addirittura di 400 anni, dalla resa bassissima e che non è detto producano tutti gli anni. Gusto di frutti selvatici e di bosco, erbe aromatiche e lievi spezie dolci.

Di Natenadze anche il Tamaris Vazi 2018, prodotto da uva omonima e con lo stesso processo dei precedenti. Ciliegia e piccola frutta rossa di accesso non impegnativo e che deve il nome del vitigno alla Regina (che i georgiani chiamano Re) Tamara che pare ne fosse un’estimatrice.

Tchotiashvili Family Vineyards

I vini degustati sono stati serviti ovviamente nel consueto ordine che prevede prima l’assaggio dei bianchi, qui invece per una questione di praticità vengono riportati suddivisi per cantine. In questo senso il secondo produttore è la Cantina Tchotiashvili del Kakheti, regione dove si trova il 70% del vigneto georgiano. La zona senza dubbio più vocata del paese, racchiusa tra la regione montana del Tusheti, il Caucaso e il confine Azerbaigiano.

L’Azienda di antica tradizione, coltiva i suoi vigneti a Talavi, tra i 6-700 metri s.l.m. dedicandosi agli autoctoni più diffusi quali khikhvi, rkatsiteli e saperavi vinificati in qvevri. I vini di Tchotiashvili sono stati tra quelli che più hanno sorpreso i presenti. Il Kisi è teoricamente un bianco ma nella realtà definisce perfettamente la tipologia che in Georgia viene definita Amber Wine, vini di grande estrazione che del bianco hanno solamente il colore delle uve di provenienza.

Per tutti i presenti a digiuno di questa tipologia e di questa viticultura definisce un po’ il modello di riferimento per questi vini, sia come colore che come profilo olfattivo. Grande ampiezza in cui spesso si ritrovano l’albicocca essiccata, la frutta secca in genere, il miele e le spezie anche in coerenza di bocca, segnata dalla caratteristica presenza tannica e da una lieve nota affine all’ossidazione, che nelle espressioni di maggiore finezza si accompagna a sentori di smalto in coda al bouquet dei profumi. Non filtrati eppure non eccessivamente torbidi, grazie alla decantazione che ne assicura una sorta di filtrazione naturale.

Con Tavkveri l’azienda presenta un rosso da vitigno omonimo, sempre fermentato in qvevri per 5 o 6 mesi insieme alle bucce e di produzione limitata. Per la 2017 solo 900 bottiglie marcate “SB” cioè imbottigliate sotto stretto controllo dell’enologo e da lui autenticate. Tannini ruvidi e di sicura presenza così come per gli altri rossi assaggiati e forse per il nostro palato bisognosi di maggior affinamento. Vini che in alcuni casi ricordano quei rossi italiani del sud di grande struttura, ma con una complessità che si sviluppa sullo sfondo di una nota scura e profonda, quasi terragna che probabilmente è l’impronta che deriva dal vaso vinario utilizzato.

Per Vartsikhe Marani (cantina) era presente il Tsolikouri, altro Amber da vitigno omonimo raccolto presso il villaggio di Dimi nella regione di Bagdati. Rispetto agli altri si presenta di un colore meno intenso, anche se ottenuto con lo stesso processo e non filtrato. Aspetto che probabilmente è da attribuire alle proprietà polifenoliche del vitigno. Di gusto pieno, con frutto più fresco e fragrante rispetto agli altri e dotato di buona persistenza.

Tra i produttori presenti anche superando la barriera della lingua e delle traduzioni, Misha Tsirdava è stato quello che per entusiasmo ha colpito più di tutti. Proveniente dal villaggio di Mukhuri, ha raccontato del suo progetto di recupero di antiche e rare varietà di uve e dell’applicazione di tecniche arcaiche riscoperte dai ricercatori georgiani, che prevedono la fermentazione in qvevri per sei mesi dopo aver passato sei giorni sulle bucce.

Obene Wine Cellar

Da questa ricerca nasce l’Azienda Obene di cui era presente il Tsolikouri. Qui il vitigno viene spremuto con un terzo delle bucce (metodo della zona di Imereti) e lasciato fermentare in qvevri per due settimane, separandolo poi da queste per essere posto ad affinare sei mesi in un altro qvevri. Per il rosso Otskhanuri Sapere invece, Obene prevede una pressatura con tutte le bucce con fermentazione in kvevri di tre settimane, poi separazione da queste e affinamento di sei mesi in altro qvevri.

I profili di questi vini così come quelli delle altre aziende, ricordano in alcuni aspetti i vini naturali di qualità presenti anche sul nostro territorio, non a caso i produttori georgiani si definiscono in primis produttori di Vini Naturali.

Altra Azienda presente quella di Nepheri Marani giovane realtà familiare nata dal 2018 ma che in così poco tempo ha già riscosso successo con il suo Chinuri, premiato con la medaglia d’argento al concorso internazionale dei vini in Qvevri e che fa della divulgazione di questo metodo di vinificazione la sua mission. Il vino presenta un profilo tipico da Amber Wine, in cui la presenza tannica risulta distinta ma gentile per un vino di struttura.

Georgian Wine Cellar

Dal Kakheti e precisamente dalla località di Kvareli, Georgian Wine giovane azienda nata nel 2005 ha proposto il suo Rare Rkatsiteli, di sorso pieno e gustoso in cui l’albicocca disidratata è il sentore più rappresentativo. Per questo vino l’uva viene pigiata direttamente in qvevri insieme a bucce e raspi, la fermentazione dura dagli otto ai dieci giorni seguita da una macerazione di sei mesi, per poi essere trasferito in un altro qvevri dove affina sei mesi.

Molti consensi ha strappato anche Abdushelishvili wine Cellar nata nel 2015 a Mtskheta, antica capitale della Georgia e nicchia di produzioni molto interessanti. I vini proposti sono stati le sue versioni di Rkatsiteli, Chinuri e Saperavi, estremamente gradevoli e privi di eccessi, risultati tra quelli  più comprensibili e di semplice accesso per il nostro palato “tradizionale”.

Tornando ai vini del Kakheti, Gugoshvilis marani ha presentato il vino forse più “rustico” di tutti, dove il termine va ad individuare una specifica tipologia amatissima qui da noi da una certa parte di cultori dei vini naturali. Solo qvevri, lieviti indigeni e nessuna filtrazione per il suo Rkatsiteli di gusto pieno e robusto.

Più spazio all’eleganza invece per il Kisi di Shato Akura, dal profilo estremamente ricco e che richiama i sentori di un passito del mediterraneo prima di iniziare la sua evoluzione. Si prosegue sulla via dell’eleganza anche con Rkatsiteli 2015 di Archil’s Wine, Cantina di Tsinandali, territorio all’interno del Kahheti.

Questo vino ottenuto dalle basse rese di un vigneto del 1970 in sole 5000 bottiglie, non è purtroppo arrivato alla serata in splendida forma. Una punta di amaro sul finale ne ha minato il profilo gustativo. Il piacere di ritrovarmelo nel bicchiere comunque, ha riesumato il ricordo di una bottiglia bevuta in una serata estiva a Kutaisi in cui si liberava nella finezza degli aromi di frutta disidratata, erbe di campo essiccate, spezie dolci e smalto, confermando nel servizio di aver bisogno, così come  gli altri di categoria, di qualche grado in più rispetto ai bianchi tradizionali per esprimersi al meglio.

Gugoshvilis marani

La tecnica georgiana si unisce all’uso della botte nel Saperavi di Tavankari, ottenuto tramite pigiatura direttamente in qvevri insieme a bucce e raspi per una fermentazione di 10 – 12 giorni a cui fa seguito una macerazione di un mese, che permette al vino di decantare in maniera naturale senza aiuto di filtri o altro. Il processo si conclude poi con un passaggio di tre mesi in barrique di rovere prima dell’imbottigliamento.

L’ultimo vino della serata è un semi dolce che esce dai canoni di tutti gli altri assaggiati. L’Uva impiegata è il  Usakhelouri, letteralmente “Uva senza nome”, raccolta da viti selvatiche della zona di Lechkhumi. Profumo di viola, erbe aromatiche e spezie, in bocca un bel contrasto tra dolcezza e freschezza per chiudere una bellissima serata.

L’appuntamento è stato un ottimo punto di inizio per esplorare questa viticultura dai contenuti straordinari. L’esigenza di concentrare tutto in una serata ha però impedito di organizzare al meglio le informazioni per un maggiore approfondimento.

I bianchi georgiani che quando aumentano di estratto diventano Amber Wine sono un mondo a parte, così come il Saperavi in qvevri. Ambedue avrebbero meritato il ruolo di protagonisti unici della serata magari lasciando più spazio alle notizie su territori, clima e ambiente pedoclimatico in generale.

Archil’s Wine Old Cellar

Al Kakheti in testa per produzione, si aggiungono Samegrelo, Guria, Adjara, Lechkhumi, Racha, Imereti, Meshketi, Kartli, più l’Abkhazia territorio Georgiano occupato dai Russi. Tante produzioni anche molto piccole, ma di propria personalità e meritevoli si singole trattazioni.

Poco male però, perché l’interesse registrato ha confermato che l’intuizione degli organizzatori per questa serata era giusta e che altre ne seguiranno sicuramente ancora. I vini più apprezzati sono stati gli Amber Wine, probabilmente perché i macerati e i naturali che si possono trovare qui da noi negli ultimi anni sono in qualche modo “parenti” di questi. Al momento, forse sono quelli più indicati ad incontrare il nostro gusto e con la possibilità di comportarsi meglio sul mercato. Senza nulla togliere ai rossi però, per i quali c’è bisogno di un approccio dedicato e focalizzato per apprezzarne più da vicino le prerogative.

Bruno Fulco


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