La parola ai produttori

La genesi di un grande Frascati a Villa Simone per Vigneto Falconieri Docg

Cronaca di una giornata a Villa Simone  per conoscere il territorio di Frascati e un vino destinato a rappresentarne l’eccellenza. La grande rinascita enologica del Lazio non è più un mistero per nessuno e ora sono in molti a vedere quello che da sempre è sotto gli occhi di tutti. Parliamo del grande terroir in cui nascono questi vini, in particolare in questo caso dell’areale di Frascati.

Lorenzo Costantini nella sua Azienda Villa Simone ha messo a disposizione la sua grande conoscenza dell’area,  in occasione di una degustazione per conoscere il suo ultimo nato Vigneto Falconieri, un cru che si pone già come rappresentante d’eccellenza per la storica Docg.

Il vulcano Laziale

In un’assolata mattina di primavera si è parlato di quali sono i motivi che fanno di questo posto uno dei più vocati al mondo, a partire dalle origini del vulcano Laziale. Una formazione di 600 mila anni fa, originata nel mare da una collisione di due blocchi che si innalzarono fino a 1800 metri di altitudine, per poi collassare nel corso dei millenni.

Oggi rimangono  i 68 km di diametro dell’area vulcanica odierna, con una camera magmatica tuttora  in importante attività, come dimostra la solfatara di Pomezia che fa parte di questo complesso. Nella fase di formazione, esplosioni ed eruzioni generarono grandi colate laviche che si distribuirono a strisce lungo le sue pendici. Masse di tufo stratificate in 3 fasi principali, di differente densità e presenza da un punto all’altro del territorio.

Con la fine delle attività eruttive, 100 mila anni fa e la formazioni dei laghi di Albano e Nemi, oltre che di caldere minori poco visibili,  si completò il paesaggio dell’area dei Castelli Romani. Un territorio di composizione eterogenea anche all’interno di ogni singola vigna, a causa del susseguirsi delle esplosioni vulcaniche che attraverso il tempo hanno rimescolato i diversi strati tufacei.

Con Lorenzo si parla di vari aspetti e di come Frascati nasca e viva di vino da sempre, favorita dalla  varietà delle uve presenti e dall’abbondanza di vigne, tale da permette alla popolazione locale in passato, di utilizzare l’uva in una sorta di economia di scambio per l’approvvigionamento di carne e grano.

Il Terroir

Si parla anche di vendemmie e dell’ampiezza del loro arco temporale legato alle altitudini che variano dai 100 ai 550 metri slm, e di come ad esempio per la Malvasia del Lazio,  vadano dalla prima settimana di settembre fino alla fine di ottobre. Del regime dei venti,  di come la disposizione del vulcano protegga da quelli del sud evitando il caldo eccessivo, e di come da Nord arrivi invece la tramontana incanalandosi nella valle del Tevere. Dell’influenza dei venti del mare così vicino in linea d’aria, e di come il “ponentino” completi il quadro di una ventilazione ideale per i vini bianchi, anche grazie alla discreta escursione termica.

Relativamente ai suoli Lorenzo sottolinea come: il tufo oltre che alla ricchezza e varietà degli elementi  offra una grande capacità di ritenzione idrica assorbendo acqua, per poi fungere da riserva assicurando alle radici della vite che vi penetrano all’interno, un buon apporto idrico durante i periodi caldi.

Tira poi le somme del quadro pedoclimatico: Una zona di vocazione secolare dove la vite è in un ambiente favorevole, mediamente senza troppe minacce come eccessivo freddo, umidità e siccità. L’adattabilità della vite al territorio qui è divenuta un fattore culturale, non è infatti un caso se gli antichi Romani l’abbiano scelta come zona idonea alla sua coltivazione. Una zona vocata da secoli che –  Lorenzo tiene a sottolineare – sarà tra quelle che meglio risponderanno al cambiamento climatico, perché non necessita di nessuna forzatura dalla mano dell’uomo.

La sostenibilità

Su questo aspetto il suo pensiero è che: in  altre zone del mondo la vite e il vino hanno una storia recente, resa possibile solo grazie allo sviluppo tecnologico dell’enologia di irrigazione e forse, per esigenze planetarie di sostenibilità, in futuro potrebbero non essere ancora praticabili alla viticoltura anche in virtù dei protocolli Biologici, che prima o poi per essere tali nella sostanza, con molta probabilità, riguarderanno anche l’idoneità della tipologia dei suoli e del clima, in funzione del consumo idrico necessario a renderli produttivi.

E a proposito di Biologico e sostenibilità tiene a spiegare anche quella che è la sua posizione: La visione Aziendale di Villa Simone è improntata sulla sostenibilità nel senso pieno del termine, pur non scegliendo il sistema Biologico nato giustamente per tutelare il consumatore dal punto di vista dei prodotti impiegati.

Ne riconosciamo la validità ma non ci rappresenta in pieno perché ad oggi non tiene conto di aspetti come la sostenibilità ambientale, del vigneto e della fertilità dei suoli, dell’aria, del consumo idrico e delle emissioni. Non tiene conto inoltre di fattori come la redditività dell’azienda relativamente all’economia del territorio e al benessere di chi ci lavora, della comunità e del contesto sociale in cui incide.

Abbiamo invece aderito quasi immediatamente al protocollo per la prima certificazione di sostenibilità che invece tiene conto di tutti questi aspetti, e come Azienda di piccole dimensioni stiamo via via mettendoli in atto per poi poter essere certificati. Un percorso che parte dalla gestione dei vigneti, dal recupero delle acque piovane, dalla gestione delle acque reflue, dalla ridefinizione dell’impatto energetico per la riduzione dei consumi e di conseguenza delle emissioni in atmosfera.

Abbiamo anche adottato un codice etico aziendale, particolarmente attento al rispetto individuale di tutti quelli che operano in Azienda. L’intento – precisa – è un approccio ragionato che porti agli stessi risultati del biologico, ma lavorando il vigneto per preservarne la sua fertilità riducendo all’osso i trattamenti fisiologicamente necessari come il rame, ed utilizzando per il resto solo prodotti biodegradabili e che non presentino controindicazioni per chi opera in vigna. Una strada che fino adesso ci ha portato a rimanere al di sotto delle limitazioni previste dal protocollo  Biologico.

Un accenno alle propria famiglia introduce e contestualizza anche le motivazioni per cui l’ultimo nato Vigneto Falconieri Docg  è emotivamente così importante per Villa Simone. Originari di Macerata e già dediti alla produzione del Rosso Piceno, il padre e lo zio di Lorenzo, Piero Costantini, si trasferirono a Roma per cercare miglior fortuna nel periodo tra le due guerre, lascando Azienda e famiglia nelle Marche.

A Roma danno vita alla celebre Enoteca Costantini le cui stupende cantine sotto Piazza Cavour sono il sogno di ogni wine lovers. Negli anni ’60 riprendono l’Azienda nelle Marche, che però per i sopravvenuti impegni romani  verrà in seguito data in gestione. L’amore mai sopito per la viticoltura li spinge nell’82 nel territorio di Frascati per acquistare i primi 3 ettari, oggi diventati 22 e sparsi tra i comuni limitrofi di Roma, Monteporzio, Frascati e Montecompatri.

Con la cantina costruita 1986 e all’avanguardia per i tempi, da rossisti intraprendono la strada del bianco, convertendo gli impianti a tendone tipici del Lazio di quei tempi e dando spazio alla Malvasia del Lazio, al Bombino e al Bellone rispetto a Malvasia di Candia e Trebbiano Toscano, più produttivi ma di minore capacità per la vinificazione di qualità.

La storia di Villa Falconieri

In nuovo cru Aziendale nasce nei terreni di Villa Falconieri ex Villa Rufina,  un luogo ricco di storia sin dall’antica Roma, che fa parte del gruppo delle Ville Tuscolane, eleganti residenze rinascimentali costruite per la nobiltà  vaticana tra ‘500 e ‘600. Fu acquistata da Orazio Falconieri per farne una villa agricola con frantoio, mulino e cantina di vinificazione propri.

In seguito fu di un banchiere tedesco, che la regalò al Kaiser Guglielmo II. Dopo fu Istituto Tedesco di Studi Classici in Italia e successivamente, fu requisita dallo stato italiano come risarcimento per i danni della guerra. Vide l’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale ad opera di Kesserling, per farne il comando delle truppe di occupazione in Italia, e per questo fu bombardata dagli alleati. Dopo la guerra è stata utilizzata come deposito dal Ministero delle Pubblica Istruzione  fino al 2016 quando diventa sede dell’Accademia Vivarium Novum dedita all’insegnamento delle lingue classiche.

Delle campagne intorno alla villa si interessò Piero Costantini lo zio di Lorenzo, che nell’intento di trovare ettari coltivabili si innamorò del posto partecipando all’asta del 2008 per i 16 ettari di bosco, di cui poi 4,5 diventeranno vigneto. Una strada non facile, perché da qui inizierà un calvario che finirà solamente nel 2015 con l’inizio dei lavori per l’impianto della vigna.

Secondo le mappe risalenti all’800 ed anche dai rilievi degli anni ‘50 una parte del terreno era precedentemente registrata come uliveto, di cui oggi rimane solo qualche pianta a margine e non più in produzione.  Questo scatenò una diatriba tra enti che andò avanti sette lunghi anni, prima di ottenere il permesso di espiantare in territori precedentemente adibiti a bosco e uliveto.

Nel frattempo il terreno diventa rifugio di sbandati e cade nell’incuria più totale, fino al 2015 quando finalmente arriva l’autorizzazione per fare il vigneto. Passerà però ancora un altro anno tra lungaggini burocratiche e inconvenienti di ogni tipo, come la possibile presenza di ordigni bellici da bonificare.

Un vigneto fortemente voluto

Nel 2016 iniziano i lavori di scasso, ma essendo territorio sottoposto a vincolo archeologico viene fatto subito oggetto di indagini archeologiche per la presenza dei resti di una delle Ville di Nerone. Viene infatti portato alla luce un tratto di strada romana integro, che attraversa il vigneto e che dopo i rilievi viene di nuovo  interrato, ma sul quale viene fatto divieto di piantare e che quindi oggi attraversa il vigneto dividendolo  in due parti.

Finalmente la vigna viene piantata nel 2017, 5000 ceppi per ettaro, 97% Malvasia del Lazio, più una collezione a scopo didattico di tutti i cloni e i portainnesti delle varietà utilizzate nel disciplinare del Frascati, insieme ai sistemi di allevamento storici tipici della zona ma oramai in disuso, come la conocchia, la vite maritata, l’alberello, la capretta.

Come dice Lorenzo Costantini: Più che una nascita si può parlare di rinascita, perché Villa Falconieri nasce come villa agricola con l’intenzione di fare tra le altre cose vino. Ricostruendo la storia non si sa come venisse fatto, si sa solo che bastava per il fabbisogno familiare e per le attività diplomatiche dei Falconieri al servizio della Francia, per l’accoglienza negli eventi e poi inviato come dono.

Si trovano tracce dei documenti per dazi a Roma datati 1868, di sicuro si sa solamente che c’era la volontà di fare il vino all’interno della villa. Ripiantare la vigna qui è stata la rinascita di un piccolo tesoro molto rappresentativo del territorio, e la scelta di utilizzare la Malvasia del Lazio va vista anche in questo senso.

Nella vigna si individuano 3 zone di diversa altezza e composizione del terreno, la produzione del Vigneto Falconieri sarà all’incirca di 10000 bottiglie, Malvasia del Lazio 99% e 1% Greco.

La genesi di Vigneto Falconieri Docg e la sua importanza per Villa Simone

Ma tiene a precisare: L’attenzione e la cura che diamo a questo vigneto è dovuta anche al fatto che è stato l’ultimo progetto fatto insieme allo zio Piero con tutte le vicissitudini per avviarlo, e che ha visto il suo completamento quando lui non poteva più deambulare. La vendemmia del 2019 dopo solo 2 anni dall’impianto è stata fatta più che altro per renderlo partecipe e toccare con mano il frutto degli sforzi enormi per realizzare il Vigneto Falconieri.

Nella degustazione che è seguita Lorenzo ha condiviso l’evoluzione delle scelte produttive, gli aggiustamenti tecnici e quella che è stata la risposta delle uve alle prime vendemmie nel percorso di Sviluppo di Vigneto Falconieri Docg.  La  2019 rappresenta una fase di sperimentazione, in cui si è pensato alla fermentazioni in 3 tipi di legno diversi (castagno, rovere, acacia) scelti all’ultimo secondo perché inizialmente si era deciso di non vendemmiare quelle uve.

Il castagno è stato provato  per rendere il vino il più possibile rappresentativo del territorio, ma anche essendo un legno di grande valenza tecnica per le sua capacità antiossidanti, non ha dato i risultati sperati risultando troppo aggressivo (forse più adatto per i rossi come a volte utilizzato in altre zone del Lazio),  quindi è stato utilizzato il rovere e l’acacia sia per la fermentazione che per l’affinamento durato 16 mesi.

Un vino che rimarrà didattico, non in vendita e utilizzato per degustazioni verticali in cui esplorare l’evoluzione nel tempo.  Alla fine come racconta Lorenzo: È stato comunque un bene per inquadrare se il vino avesse potuto nelle successive produzioni seguire la strada tecnica che si era pensata per lui.

Per la 2020 ancora fermentazione in rovere e acacia, ma abbandonando la barrique  in virtù del tonneau per ridurre la cessione del legno, e riducendo a 14 mesi il tempo di affinamento in botte, seguito da affinamento lungo in bottiglia.

La 2021: stavolta fermentazione in acciaio 8-10 giorni, scelta operata per ridurre ulteriormente la marcatura del legno ed aiutare il vino rendendolo più fine ed elegante favorendo l’aumento della freschezza rispetto ai due precedenti. Affinamento ancora in legno 14 mesi prima di incontrare la bottiglia. Questa per ora sembra essere la strada che permette al vino di esprimersi al meglio.

La definizione tra il primo e il terzo è abissale, mentre la 2019 è servita ad inquadrare il vino e a verificare le scelte da intraprendere,  la 2020 sembra quella più pronta il mercato già da adesso, concentrando rispetto agli altri due, profumi, struttura e ricchezza del sorso ma sacrificando parzialmente l’eleganza. Il vero campione è il 2021 in cui Vigneto Falconieri Docg trova la sua dimensione riducendo l’esuberanza dei toni fruttati e floreali, sistemando l’equilibrio di tutte le sue componenti mettendo il legno al servizio dell’eleganza per liberare piacevoli accenni minerali e dichiarare la sua vocazione alla longevità.

Si chiude così un’interessante esperienza di condivisione per la genesi di un vigneto e di un vino, con la sua importanza emotiva e la sua storia, e che già dai primi passi si candida ai vertici qualitativi della Docg per gli anni futuri.

Bruno Fulco

 

 

 

 

 

 


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