Il vitivinicolo in digitale

Il vitivinicolo in digitale

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Il mondo dell’enogastronomia si adegua velocemente alle esigenze della modernità in fatto di comunicazione digitale, anzi, si potrebbe dire che i consumatori anticipano i bisogni e il settore aziendale ha capito che deve adeguarsi in fretta, piazzandosi su più piattaforme web possibili.

La quarta ricerca su “Il gusto digitale del vino italiano” realizzata da FleishmanHillard Italia, network italiano della società internazionale di consulenza strategica in comunicazione con uffici in oltre 30 Paesi, ha preso in considerazione la presenza e le attività on-line delle 32 aziende vinicole italiane prime per fatturato secondo l’indagine Mediobanca di aprile 2017.

La ricerca mostra uno scenario social in costante evoluzione, con un trend di digitalizzazione nel settore vitivinicolo sulle principali piattaforme ma con una frequenza di aggiornamento in lenta seppure constante crescita.
Da un lato Facebook si conferma come il più utilizzato dalle aziende (25 su 32), seguito da YouTube (20 su 32), Instagram (17 su 32) e Twitter (16 su 32).
Instagram è la vera rivelazione, in progresso del 23% rispetto allo scorso anno. L’utilizzo d’immagini e video supera quello di contenuti puramente testuali, meno d’impatto.

Riguardo ai contenuti esaminati dalla ricerca, sulle piattaforme web le aziende – oltre ad inserire nei loro siti le sezioni sulla propria storia – raccontano del territorio e dei loro specifici prodotti, con una particolare attenzione su vitigni autoctoni (53% delle aziende) e sostenibilità (12 aziende su 32, il 37,5%), argomenti sempre più rilevanti per comunicare il vino italiano nel mercato domestico e nel mondo, come afferma Massimo Moriconi General Manager & Partner di FleishmanHillard Italia, commentando i dati.

Le cantine che legano la comunicazione dei propri prodotti alle specificità del luogo d’appartenenza salgono quest’anno al 75%, +22% rispetto a 2016.
L’e-commerce, invece, viene scarsamente utilizzato direttamente dalle aziende (3 su 32), ma preferibilmente “esternalizzato” e affidato a intermediari, a portali dedicati oppure ad ‘on-line-shop’ specializzati.

I siti aziendali italiani che offrono versioni in lingua straniera per raggiungere i mercati internazionali lo scorso anno erano 24 su 26 presi in considerazione, e, nonostante l’inglese e il tedesco siano i veicoli linguistici del commercio europeo, ancora c’è da investire su questo versante.

La ricerca, inoltre, mette in luce che peggiorano numero di “link-in” (siti esterni che rimandano al website aziendale) e Page-Rank, che possono raffiungere ancora ampi margini per il miglioramento dei siti in ottica SEO (Search Engine Optimization).

Tutto è migliorabile, a vantaggio del mercato e dei fruitori, in un’oculata ottica di valutazione tra costi e benefici.

Maura Sacher

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