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I Colli Berici visti da G.R.A.S.P.O.

I Colli Berici visti da G.R.A.S.P.O. Presentati a Lonigo (Vi) i risultati dell’ultima annata dei vitigni bastardi.

 Colli Berici G.R.A.S.P.O.

 

Il gruppo di ricerca ideato e fondato da Aldo Lorenzoni e Luigino Bertolazzi ha presentato ad una platea di produttori e appassionati le microvinificazioni, sperimentate nell’ultima annata.

In un panorama sempre più globale, i due hanno girato l’Italia in lungo e in largo alla ricerca del vitigno perduto, di quegli autoctoni caduti nell’oblio per le più disparate cause: dalla difficoltà di allevamento alla scarsa resa o anche solo perché semplicemente dimenticati, e per questo definiti appunto «bastardi».

Un progetto che vede impegnati i due già da qualche tempo e che inizia a prendere forma solo ora, dop

Pronti per iniziare la serata, da sx Luigino Bertolazzi, al centro Aldo Lorenzoni ed a dx Giovanno Ponchia

o anni di ricerche in tutta Italia, di analisi di laboratorio per stabilirne il DNA, di micro impianti di queste viti, e microvinificazioni, finalmente è ora possibile degustare il frutto di tanta ricerca.

Una batteria, diciotto campioni tra bianchi e rossi, figli dell’ultima vendemmia (per questo in culla), con vitigni in gran parte provenienti dai Colli Berici. E ad ospitare l’evento, la sede del Consorzio dei Vini Colli Berici e Vicenza a Lonigo (Vi).

Tra i bianchi la Moschina, probabile  mutazione della famiglia dei Trebbiani. Un grappolo spargilo e di medie dimensioni che dà un vino fresco e fruttato dalla grande acidità e con chiusura amarognola.

E poi la Dorona, per definizione la regina delle uve venete. Qui il frutto è ampio, con una buona  complessità e persistenza.

Un momento della serata con Giovanni Ponchia, di spalle, al microfono.

A seguire un vitigno pre-filossera: la Vernanzina, assimilata geneticamente alla Bianchetta Trevigiana, dà un vino giallo dorato dall’ottima beva con la sua freschezza e la nota di mandorla in chiusura.

Dai Colli Euganei poi la Pedevenda. Un vitigno dall’origini incerta che regala un vino di ottima struttura dai sentori fruttati ed una piacevole mineralità.

In assoluta anteprima, la Saccola Bianca, una delle scoperte del gruppo Graspo che a Crespadoro, sui Lessini vicentini ha scovato questo clone dal genoma mai censito finora. Un colore molto acerbo, dalla grande componente acida, che lo candida a divenire un promettente metodo classico.

Un piccolo intermezzo in Romagna ci porta all’assaggio del vino da uve Longanesi, il vitigno di Bagnacavallo, molto amato da Luigi Veronelli che coniò quale nome il «Burson di Burson». Tipicamente di rosso rubino molto compatto, è stato qui vinificato in bianco, assumendo così un brillante colore rosato perfetto per una sperimentazione di Metodo Classico.

Si è poi tornati sulle colline Beriche, con un poker di vitigni affini geneticamente tra loro:

LUva Gatta dal colore rosso rubino, e note di mora e ribes al naso;

La Gambugliana, figlia dell’Uva Gatta insieme al Fuligno Rosso. Una varietà presente anche nelle vicine colline di Soave e Monteforte.

La Cenerente, che deve il suo nome all’abbondante pruina presente sui suoi acini; interessante la sua nota fruttata che avvolge il palato e la piacevole chiusura finale.

Colore e struttura caratterizzano anche la Pomella, dalla decisa trama tannica e una interessante struttura.

E ancora il Groppello che con i suoi pochissimi ettari coltivati rimasti ci regalano un vino piacevolissimo alla beva.

Un vitigno molto amato da quelli di Graspo, con uve raccolte da due vigne da muro centenarie è la Pontedara, sconosciuta al Registro Internazionale del DNA. Il vino che ci regala è importante, ben strutturato e piacevole al naso e al gusto, con delle grandi potenzailità enologiche.

Sempre dall’alta Lessinia Vicentina la Saccola alias Pavana, dal corpo snello ma nervoso, dato da una grande acidità quasi di altri tempi ed intrigante all’olfatto.

In chiusura la Cavrara e la Corbina, per le quali si è sperimentato un appassimento di circa 25 giorni con risultati sorprendenti: la Cavrara ci ha stupiti con un vino di un rosso imponente ed un gusto deciso mentre la Corbina si è diventata un vino da meditazione, con un buon residuo zuccherino, ed un grande tannino che lo rende un vino dalle grandi aspettative.

Lonigo è però il territorio di elezione di un’altra varietà quasi perduta che non poteva mancare in questa degustazione.

la Leonicena, una varietà quasi perduta presente in zona, con una buona resistenza alla Flavescenza dorata, dalla grande spalla acida e una nota ammandorlata in chiusura.

Un prezioso lavoro questo degli uomini di Graspo. Dei soci fondatori in primis Aldo Lorenzoni e Luigino Bertolazzi ed ancora Giuseppe Carcereri, Antonio Tobin, Daniele Dal Cerè, Giuseppe Casella, Antonio Tebaldi e di Gianmarco Guarire il fotografo ufficiale di Graspo.


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Sonia Biasin

Giornalista pubblicista, diploma di sommelier con didattica Ais e 2 livello WSET. Una grande passione per il territorio, il vino e le sue tradizioni.

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