Punti di Vista

Giù le mani dal sale, noi difendiamo il sale italiano

Il Sale, l’oro bianco della cucina, va salvaguardato come “patrimonio nazionale”.

Si vocifera, e strano non sia ancora ufficiale la notizia, che le saline di Margherita di Savoia, le più grandi delle saline d’Italia e d’Europa, con i suoi 20 km di lunghezza e 5 km di larghezza, stiano per finire in mano francese.
La società italiana titolare della concessione dell’estrazione del sale fino al 2029 si trova in difficoltà finanziarie, indebitata con le Banche, e parte del credito vantato da Mps, dopo una legalissima gara, viene ceduto alla multinazionale Salins spa di Parigi, una società francese che cura gli interessi e rappresenta la soc. Salins spa di Parigi, co-leader mondiale con stabilimenti di sale in 4-5 paesi al mondo.

La cosa andrà a finire sicuramente sul tavolo di uno o più ministri dell’attuale Governo, infatti si stanno mobilitando diverse forze politiche, partiti ed amministratori locali, perché sembra vi siano state firmate garanzie che consentirebbero alla multinazionale francese il controllo della società italiana.
Si è mosso anche il CEVES – Centro Studi Ricerca Vino&Cibo, il quale chiede «con urgenza una grande attenzione del Governo verso uno dei prodotti, oltre ad altre spezie e erbe officinali, fondamentale per i Dop e Igp italiani».

È assolutamente vero che il sale è considerato l’oro bianco, da sempre, da quando è stato scoperto ed utilizzato, ossia millenni.
Il sale è una concrezione di cloruro di sodio, ottenuto per evaporazione di acqua di mare nelle saline o estratto da cave; certi giacimenti risalgono a milioni di anni, grazie ai sommovimenti della crosta terrestre che hanno formato i deserti salati sparsi in tutti i continenti a diverse altitudini. Viene impiegato in ben 14.000 modi, anche nel settore farmaceutico e solo il 10% della produzione di sale è destinato alla dieta umana e alla ristorazione.

Al di là dell’importanza del sale e delle saline, che rappresentano pure oasi naturalistiche tutelate, e all’economia locale che può ruotare attorno, incluse le terme, a noi interessa la difesa di una produzione italiana.
E diciamo basta. Non possiamo più tollerare oltre che tanti prodotti italiani vadano in mano straniere, ad imprese multinazionali che poi chiudono i nostri stabilimenti nazionali, mandando a spasso i lavoratori.
Come è successo, per ultimo, alla Pernigotti.

Se ci fossero maggiore sensibilità e attenzione verso le nostre eccellenze, riconoscendole come “patrimonio nazionale”, probabilmente avremmo un Pil più alto. Salvo a difenderci dall’invidia degli stranieri e da quelli che siedono alla UE.

Maura Sacher


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