Punti di Vista

Domini web, contraffazioni e illusioni

“Internet è per tutti” recita il manifesto di ISOC e oggi si potrebbe affermare che “è di tutti”, in quanto costituisce un bene comune a cui tutti partecipano, tuttavia esso è impostato secondo livelli gerarchici di gestione che assegnano dei privilegi riguardo ai criteri di funzionamento.

Rientrano tra questi la registrazione dei domini, ossia l’assegnazione del nome che identifica a livello univoco un’azienda, associazione o privato, in quella fetta di spazio web poi gestito in modo del tutto autonomo, e che si eleva a dimensione planetaria non appena immesso nella rete.


È in piedi un nutrito dibattito sulla ampie facoltà dell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), ente internazionale istituito nel 1998, sotto controllo del governo USA, con l’incarico di assegnare gli indirizzi IP e gestire il sistema dei nomi a dominio di primo livello.
Lo scorso anno la società statunitense ha avviato la commercializzazione, al miglior offerente, di ben 700 nuove categorie di domini internet, tra cui «.cheese», «.food», «.pizza», «.vin».
Fino ad ora, è bene ricordare, le estensioni non danno molte scelta, i TLD aperti, con libera iscrizione o con accreditamento, rimandano ad istituzioni, enti, attività, organizzazioni commerciali e di categoria, come i generici «.com», «.org», «.net», e alle sigle delle nazioni.

Dopo la notizia dell’ampliamento dei suffissi, si sono mobilitati molti organismi sia a livelli nazionali sia a livello di UE, per chiedere all’Icann cautela nell’assegnazione di nuovi suffissi internet.

Per l’Italia l’allarme è sollevato dall’Aicig (l’associazione dei prodotti alimentari Dop e Igp) e dalla Federdoc (la federazione dei vini a denominazione d’origine) in distinte lettere indirizzate al Presidente del Consiglio e Ministri degli Esteri, dello Sviluppo economico e delle Politiche agricole. Le due associazioni denunciavano come dall’iniziativa Icann si sarebbero potuti registrare indirizzi come «prosciuttodiparma.food», «prosecco.wine» o ancora «parmigiano.cheese» senza alcun legame con i prodotti originali. Indirizzi in grado di sovrapporsi a quelli dei prodotti tutelati aprendo un nuovo fronte di confusione nel consumatore internazionale che avrebbe difficoltà nel distinguere i veri prodotti made in Italy dalle loro imitazioni.

Il Presidente di Federdoc, Riccardo Ricci Curbastro, in un recente esposto, invita a non considerare il problema solo dal punto di vista prettamente tecnico, legato a interessi del settore vitivinicolo, perché in realtà esso «è una partita che vede in gioco interessi enormi e non solo dal punto di vista economico ma anche politico, culturale, storico e, non ultimo, quello essenziale della salvaguardia della salute dei consumatori di tutto il mondo».


Ma, a nostro avviso, c’è qualcosa d’altro che sta sfuggendo: la “sigla” del paese. 

Chiunque, cittadino o organizzazione, appartenente all’Europa può utilizzare la “targa” «.it», tra le sigle che indicano un’area geografica, consentito ed utilizzato da privati e da aziende che vogliano marcare l’identità italiana o il collegamento con l’Italia.
Ciò significa che una qualunque azienda stanziata in Europa potrebbe pubblicizzare il suo prodotto aggiungendo la targa italiana.
Questo sì è un rischio per il consumatore e il Made in Italy autentico.

 

Maura Sacher


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