Vini e Ristorazione

Vitovska, vino autoctono mai uguale a sé stesso

A Trieste, nei giorni 21 e 22 giugno 2013, organizzato dall’Associazione dei Viticoltori del Carso, si è svolta la Settima Rassegna, l’hanno chiamata “Festa”,

 

di questo vino col nome prettamente slavo giacché è del tutto autoctono dell’altipiano, dove la stirpe slavofona si è stanziata, anticamente restando lontana dalle città ma dopo la fine della seconda guerra integrata nei tessuti cittadini, tanto che è nelle zone vige una tutela del bilinguismo.

La Vitovska, come il Terrano e la Malvasia, è vino caratteristico di questo territorio idrogeologico e climatico particolare, ma mentre gli ultimi due sono rivendicati anche dall’Istria (della parte ora croata), la prima, radicata in una fascia della Slovenia, oltre il confine prende il nome di Vitovska (accento sulla “i”) Garganja.
Il vitigno a bacca bianca, forma piramidale, acino sferico, qui ha il suo habitat naturale, geograficamente esteso dopo il Collio goriziano e lungo tutta la linea del confine di Stato verso ESE, resistente alla gelida bora invernale, alla scarsa escursione termica estiva e alla variabilità delle precipitazioni incluse neve e gelate o viceversa alle spesso prolungate siccità. Dal 1996 è inserito nel disciplinare del Carso DOC.
La sua specialità è di ben adattare la propria conformazione e composizione sia a contesti della tipica argilla rossa, tra le rocce carbonatiche, sia a terreni arenacei o flyschoidi. Non è una novità trovare terrazzamenti con filari fino a lambire la riviera. Sembra che l’aria di mare faccia molto bene anche alle uve.

A “Trieste Maremorje Vitovska 2013”, nell’intrigante “Salone degli Incanti”, imponente edificio del 1913 già sede della Pescheria Centrale appoggiato alle Rive, ventotto produttori del Carso triestino, goriziano e sloveno hanno messo in vetrina i loro vini, abbinandosi ad una quarantina di ristoratori che per l’occasione hanno proposto una sceltissima gamma di originali finger food in una sinfonia di gusti e forme, dove tuttavia non sono mancati i sapori delle tipica tradizione locale che unisce carne e pesce.
Tutti i produttori sono stati presentati nelle cinque degustazioni sotto l’etichetta «Vitovska, tradizione, territorio, stile» condotte da stimati sommelier dell’AIS FVG.
Io mi sono fatta un personale itinerario di assaggio, oculatamente scegliendo cinque terroir di tutto l’arco carsico, da Gorizia a San Dorligo, e devo dire che sono rimasta strabiliata dalla spiccata diversità, dal profumo al boccato, dal colore alla corposità, scoprendone tutte le sfumature. La Vitovska dei singoli vignaioli ha la sorprendente capacità di non essere mai uguale a sé stessa.
Come non è spesso nemmeno lontanamente simile un’annata all’altra del medesimo vitigno.  Gustando annate 2010 e 2011, si percepisce la vita stessa della pianta, con le vicende climatiche intervenute di zona in zona. Il vino nel bicchiere racconta anche la sofferenza o la floridezza della pianta.
Notevoli inoltre sono le differenze tra l’affinamento in botti di acciaio o di rovere. Quelle di acciaio non mentono: le proprietà organolettiche sono quelle naturali del singolo terreno, non c’è scampo. L’invecchiamento in rovere dona sfumature all’olfatto e al palato che rispecchiano l’uso al quale erano adibite le stesse botti, sempre acquistate usate con accurata selezione della loro provenienza. Qui, per gli “inesperti” bisogna forse dire che una botte di rovere costa come 3 di acciaio e ciò incide sul prezzo della bottiglia.  

Altra tipicità è la gamma del colore: dal giallo paglierino quasi trasparente al dorato carico fino all’ambra. A volte il bouquet ha sentore di nocciola, pesca, ginestra, salvia, rosmarino e salsedine. A volte secco a volte armabile, tanto di ricordare certi vini trentini.
Un caleidoscopio di sorprese di bicchiere in bicchiere.

Maura Sacher – m.sacher@egnews.it


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