Wine lovers nascono tra i banchi della GDO ed i grossi gruppi ci investono sopra

Wine lovers nascono tra i banchi della GDO ed i grossi gruppi ci investono sopra

Print Friendly, PDF & Email

Il Vinitaly si è appena concluso ed anche quest’anno ha messo in scena tutti i suoi clichè. Volumi impressionanti di presenze, con buona quota di passaggi inutili al mondo del vino italiano e lì soltanto per dire “io c’ero”.

Cacciatori di foto con produttori e bicchieri roteanti nella mano, buoni forse per il tunnel carpale, ma inutile medaglia che nulla aggiunge alle competenze. Queste forse equivalenti a quelle degli influencer, ultima trovata collocata ai livelli più bassi del marketing, reclutati a vario titolo per distribuire meglio la fuffa sui social network. Infestazione del web che non viaggia nella stessa direzione della cultura del vino.

Ma al netto della fauna accessoria che inevitabilmente invade tutti i grandi eventi, il Vinitaly è stato come sempre il contenitore di cui il vino italiano non può fare a meno. E anche se sempre migliorabile, con i suoi contenuti rimane il più grande evento nazionale di settore.

Un momento di scambio, crescita e condivisione, tra tutti i player del vino italiano ad ogni livello. Dalle istituzioni, non certo rappresentate da Salvini e Di Maio che forse sbicchierando tentavano una difficile intesa, ma da tutti quegli istituti e associazioni che regolano, monitorano e indirizzano le sorti dell’enologia italiana.

Fino agli attori principali del marketing, quello vero, che attraverso strategie non improvvisate aiutano il vino italiano a migliorare la sua posizione in Italia e nel mondo. Tanti appuntamenti e conferenze, una mole impressionante di dati e informazioni, prodotte da indagini e studi effettuati sui diversi aspetti del settore. Utili strumenti per chiunque tratta la comunicazione del vino ad ogni livello.

Una di queste ricerche presentata da IRI, fotografa il consumo del vino nella GDO Americana con particolare riferimento a quello italiano. Secondo questo studio al primo posto dei parametri che ad oggi influenzano le scelte c’è il formato, che si conferma essere la bottiglia da 0,75cl.

Aumenta i consensi la mezza bottiglia da 375ml registrando un +23%, forse dovuto anche ai risultati delle campagna sul bere responsabile. Anche il bag in box con un +13,8% attira nuova simpatie, mentre il brik perde sempre più posizioni.

Gli altri criteri a seguire nell’ordine sono il colore, la denominazione di origine, il prezzo e in ultimo la regione di appartenenza. Il biologico prosegue la sua avanzata come ovunque arrivando a 5,3 milioni di bottiglie. Dalla relazione quindi, per diversi aspetti emerge un approccio che si fa sempre più culturale e consapevole.

La ricerca è molto importante anche perché il campione riguarda 8 milioni di ettolitri, ed un fatturato di 2,5 miliardi di euro. Di questi la quota tricolore arriva al miliardo, attraverso una preferenza trainata dal Prosecco e seguita da Pinot Grigio, Chianti, Lambrusco, Barbera, Primitivo, Gavi, Rosso di Montalcino, Nero d’Avola, Dolcetto e Trento Doc.

In generale il modello Americano è da sempre un grande indicatore per le tendenze che puntualmente poi si materializzano anche nella vecchia Europa. E questo anche se può sembrare strano avviene anche per il vino. Da tempo infatti in Italia la GDO sta tentando costantemente di migliorare la propria offerta, anche perché sebbene la cultura del vino in Italia sposta progressivamente i consumatori entusiastii verso le enoteche, i banchi del supermercato rappresentano sempre un grande canale commerciale per il vino italiano.

Importante considerazione da fare è anche quella che a parte pochi “unti da Bacco”, la quasi totalità dei wine lovers ha il suo approccio enoico perdendosi tra gli scaffali della GDO. Battesimo quasi forzato per una moltitudine di futuri appassionati, progressivamente sempre più alla ricerca della qualità.

Un input che i grossi gruppi della GDO tengono molto in considerazione, come emerge dalle parole dei responsabili di Coop, Conad, Carrefour, Federvini, UIV e Frederick Wildman  grande distributore per gli USA di vini italiani.

Alessandro Masetti, Responsabile settore Shelf Stable Food & Beverage di Coop Italia sottolinea l’importanza del co.branding: ”non parliamo di etichette dedicate, ma di vini dedicati. La logica non è quella di un prodotto industriale ma artigianale, realizzato su quantità limitate, utilizzando le migliore tecniche di vinificazione, seguendo la raccolta in vigna su appezzamenti dedicati e facendoci supportare nella scelta finale del prodotto da un ente esterno autorevole come l’Ais, per meglio rappresentare le particolarità territoriali”.

Alessandra Corsi, Responsabile marketing dell’offerta e sviluppo dei prodotti a marchio di Conad, si sofferma invece sull’importanza degli investimenti: ”tutti, in ogni caso, investono in innovazione, si pensi all’ampliamento e valorizzazione della qualità dell’offerta, con l’utilizzo delle diverse leve del retail mix: assortimento, promozionalità, esposizione, marca commerciale. E poi c’è una sempre più forte riscoperta dell’italianità, testimoniata dalla crescita continua di vitigni che in precedenza erano localizzati esclusivamente nei territori di vocazione”.

A soffermarsi sull’aspetto dei vini bio è invece Gianmaria Polti, Responsabile acquisti Beverage di Carrefour Italia: ”i vini biologici sono ormai una realtà su cui anche le cantine stanno convertendo alcune produzioni e noi, già da tempo, stiamo dedicando uno spazio e una numerica di referenze rilevante all’interno dei nostri assortimenti sia nelle grandi superfici ma anche nei negozi di prossimità”.

Roberta Corrà, Dg Gruppo Italiano Vini e rappresentante di Federvini, aggiunge: ”è indubbio il fondamentale ruolo giocato dalla Gdo nell’evoluzione del settore vitivinicolo, una crescita non solo numerica, ma anche di qualità. É aumentata la sensibilità per prodotti di prestigio con prezzi anche elevati, con marche note, profondamente legate al territorio.Questo in risposta al cambiamento delle esigenze del consumatore”.

Affermazione resa nei numeri anche da Enrico Zanoni Dg Cavit e consigliere di Unione Italiana Vini:” registriamo negli anni una costante – premiumizzazione – della domanda, come evidenziato dalla crescita dei vini a denominazione d’origine e dei vini fermi a connotazione regionale, i cui primi 10 vitigni pesano circa per il 30% dei consumi totali”.

In questo senso forse per valorizzare il patrimonio ampelografico, occorrerebbe migliorare tutte quelle pratiche in grado di aumentare a livello distributivo, la circolazione dei vitigni sul territorio. Tanto per esser chiari ad esempio, fare in modo che una Coda di Volpe sia maggiormente disponibile a Brescia o che un dolcetto si possa trovare con facilità a Catanzaro.

Marc Hirten, Presidente di Frederick Wildman tra le più grandi distribuzioni di vino italiano negli States, ha invece sottolineato come la situazione del mercato Usa sia più o meno la stessa: ”gli americani differenziano molto la scelta del vino in base alla modalità di consumo – a tavola in casa, compleanni, ospiti in casa, ricorrenze – e se in enoteca acquistano vini blasonati come il Barolo, i Super Tuscan, il Brunello, il Franciacorta o l’Amarone, comprano regolarmente i vini italiani anche sugli scaffali del supermercato, la cui gamma d’offerta si è molto ampliata negli ultimi anni”.

Anche quando è di qualità però, il vino non ha a che fare solo con i numeri. Non è un’esigenza primaria, ma riguarda soprattutto la componente del piacere personale e della propria autosoddisfazione. Per questo motivo se è importante lavorare sugli strumenti in grado di aumentare le informazioni e la conoscenza, lo è altrettanto curare tutti quegli aspetti che risultano marginali solo in apparenza, ma che nel vino possono fare la differenza.

Punto perfettamente centrato dal moderatore del dibattito Luigi Rubinelli, direttore di Retail Watch e moderatore della tavola rotonda: ”il reparto dei vini ha bisogno di atmosfera, bisogna crearla, non sempre è sintonica con il prodotto. Poi servono informazioni, in genere ne sono presenti poche e vanno suggeriti gli abbinamenti col cibo, è veramente raro trovarli”. Un aspetto che con tutte le Associazioni di Sommelier presenti sul territorio non sarebbe così difficile da soddisfare anche in brevissimo tempo, ampliando le responsabilità di chi si occupa del comparto del vino all’interno di un supermercato.

Bruno Fulco

About The Author

Related posts