Si beve di meno ma si esporta di più: gli “spiriti” tra mercato estero e consumo interno

Si beve di meno ma si esporta di più: gli “spiriti” tra mercato estero e consumo interno

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L’Osservatorio Wine & Spirits, recente creatura di Federvini e realizzata in collaborazione con Nomisma e Mediobanca, ha l’obiettivo di valutare l’evoluzione del settore di vini e spiriti ma anche indagare le abitudini di consumo, confrontando dati che provengono da ogni mercato e ogni fonte.

Nella relazione dell’Osservatorio Wine & Spirits, presentata all’assemblea di Federvini si legge che i liquori costituiscono la principale voce dell’export italiano di spirits: 405 milioni di euro nel 2018 ed un peso sul totale dell’export di settore del 42%.
Nel commercio internazionale di vino, l’Italia rappresenta il «secondo esportatore mondiale dopo la Francia grazie a 6,2 miliardi di euro di export nel 2018 ed un peso a livello mondiale del 20%, tra l’altro in aumento rispetto al 2008», e «grazie alla crescita dell’export nel corso dell’ultimo decennio (+4,5%), i liquori Made in Italy sono riusciti a conquistare numerosi mercati internazionali, primi fra tutti USA, UK e Francia», mettendo le bevande spiritose come principale voce dell’esportazione italiana.

L’Osservatorio ha anche analizzato la struttura economico/finanziaria dei produttori di spirits italiani: emerge un mercato abbastanza concentrato, votato all’export e con un buon equilibrio finanziario.
Il mercato dell’esportazione degli spiriti si concentra in prevalenti aree geografiche quali Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto, dove sono localizzati i produttori principali, con un indice di concentrazione settoriale elevato per spiriti (1.998) e liquori (2.749). Si tratta di aziende vocate all’esportazione con una media del 57% per gli spirits e un 62,4% per i liquori.
Le aziende del comparto si segnalano anche per una crescita costante: la variazione media del fatturato tra il 2013 e il 2017 si è attestata su un +2,1% per gli spirits e un +2,6% per i liquori.

Spostando l’analisi ai consumi nazionali, ci si rende conto che il mercato interno degli spiriti è da anni in costante, lieve, calo. Causa? Il cambiamento delle abitudini degli Italiani verso il consumo degli “spiriti”.
Il 23% dei connazionali ammette di aver ridotto negli ultimi 2/3 anni il consumo di amari/liquori dolci fuori casa. Di segno negativo anche i consumatori nell’ambito delle mura domestiche: il 20% degli intervistati ha diminuito i consumi, mentre il 14% dichiara di aver aumentato le quantità bevute.
Il consumo di amari, digestivi, e altri cosiddetti distillati, è sempre legato alla convivialità: l’82% dei consumatori li assume principalmente dopo i pasti (89% nella fascia d’età tra 55-75 anni), un 10% li consuma soprattutto all’aperitivo (14% tra i Millennials, definizione che connota i nati tra il 1980 e il 2000) e il 17% in winebar.
Il fine settimana è il momento di consumo preferito, indicato dal 67% dei consumatori in generale, quota che sale al 78% tra i giovani, dai 18 anni in su.

Alla domanda se è stato percepito un cambiamento nella frequentazione al consumo, il 17% degli intervistati dichiara di aver riscontrato un aumento e 60% non ha notato cambiamenti.

L’Osservatorio Wine & Spirits nella conclusione della sua relazione segnala il nodo degli investimenti, ancora bassi: 3,6% liquori e 3,9% distillati.

Maura Sacher

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