Stile e Società

Servono foreste che catturino Co2, il monito di un Nobel

Non basta solo ridurre le emissioni della CO2 nell’atmosfera per contenere l’aumento della temperatura globale, ma occorre puntare a “sequestrare” l’anidride carbonica in eccesso nell’atmosfera con l’aiuto naturale dalle foreste, ben gestite dall’uomo.

Questo in sintesi il contenuto del discorso di apertura alla cerimonia di inaugurazione del 214° anno accademico dell’Accademia nazionale di Agricoltura a Bologna, tenuto dal prof. Riccardo Valentini, biofisico, titolare di Ecologia forestale all’Università della Tuscia, e premio Nobel 2007 per la Pace per le ricerche sul cambiamento climatico.

Ad oggi le emissioni di CO2 in atmosfera, ha spiegato lo studioso, sono dovute per l’86% alle industrie e per il 14% dalla deforestazione tropicale. Di queste però, il 46% resta in atmosfera, mentre il 31% viene riassorbito dalle foreste e il 23% dagli oceani.

Tuttavia non è sufficiente piantare alberi, ma bisogna creare boschi che siano “efficaci” ad assorbire carbonio, con alberi che vadano seguiti, curati e non abbandonati ad una crescita incontrollata.

Gestire bene le foreste che già esistono significa esercitare anche un controllo su di esse, «altrimenti rischiamo di perderle a causa di patogeni o incendi: lasciare un bosco senza toccarlo significa trasformarlo in una ‘bomba’ di carbonio».

Nel loro complesso le foreste al mondo sono un habitat di più di 3.700 mammiferi, 7.500 specie di volatili, 5.000 anfibi, e intrappolano una quantità di carbonio atmosferico pari alla metà del peso della loro biomassa.
Per inciso, una ricerca apparsa sulla rivista scientifica Nature nel 2015 ha stimato che il numero degli alberi sulla Terra ammonta a circa 3mila miliardi, su una superficie globale di 4 miliardi di ettari. Di queste piante, però, ancora oggi vengono tagliati circa 15 miliardi all’anno.
Inoltre, le foreste e le aree boschive regolano il ciclo dell’acqua.

Secondo lo studioso, dagli studi fatti sulle piante un mezzo per risparmiare risorse idriche è la potatura.

Da questo punto di vista, anche l’agricoltura è una grande opportunità.
«I frutteti, ad esempio, sono sostenibili in partenza per l’alta capacità di sequestrare il carbonio».

Con le buone pratiche in agricoltura si possono ridurre le emissioni e aumentare l’assorbimento, ha spiegato Valentini.
L’idea è creare distretti agricolo-zootecnico-forestali che si compensano da soli.
A Viterbo è stato realizzato un primo caso studio e si è visto che l’impatto agricolo e zootecnico è più che compensato dalle buone pratiche forestali.

Per valutare gli effetti dei cambiamenti climatici, monitorare il carbonio e lo stato di salute del castagneto da legno e da frutto, il professore sta seguendo il progetto dei “Castagni parlanti” a Granaglione in Appennino, un bosco di una cinquantina di castagni, su un terreno di proprietà di Fondazione Carisbo.

Ciascuna pianta, battezzata col nome di uno scienziato, viene monitorata con dei sensori.
I sensori sono in grado di calcolare la radiazione solare con uno spettroradiometro bonsai che indica il livello di stress delle foglie, mentre il flusso idrico è misurato in base alle capacità di traspirazione della pianta.
Il progetto (biennale, 2019-2021) è finalizzato a valutare il sequestro del carbonio nel sistema suolo-pianta e la fissazione idrica, in poche parole la “impronta ecologica” del castagneto da frutto all’interno di una matrice forestale.
Verranno così tratte indicazioni concrete per una gestione forestale efficace e sostenibile per la produzione congiunta di legno e di frutto.

«Al 2030 avremo comunque 1,5 gradi in più di temperatura, qualunque cosa facciamo – segnala Valentini – il nostro futuro è segnato, dovremo adattarci».

Ogni azione che miri ad abbassare il riscaldamento globale non solo è utile ma necessaria.
«Il nostro obiettivo deve essere il raggiungimento di emissioni zero. Per questo nostri alleati sono gli alberi».

Maura Sacher


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