Pretendiamo le etichette chiare per difendere il made in

Pretendiamo le etichette chiare per difendere il made in

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Negli ultimi venti anni l’Italia ha perso 2,6 milioni di ettari di terra coltivata a causa delle normative comunitarie che i nostri governi avrebbero dovuto per lo meno cercare di contrastare.
Centinaia di migliaia di aziende agricole sono scomparse o sono sull’orlo della chiusura. Abbiamo perso stalle, mucche e mano d’opera altamente specializzata a causa delle famigerate quote latte.
Meta’ del latte venduto in Italia non e’ autoctono e le multinazionali quali Lactalys, francese, hanno acquisito aziende importanti per piegarle alle loro strategie di mercato strozzando le piccole stelle costringendole alla chiusura per vendere il loro prodotto di qualità inferiore, dopo aver fatto accordi con la grande distribuzione che per profitto si e’ guardata bene dal privilegiare prodotti nazionali.
Negli ultimi lustri la UE dava un rimborso ai viticoltori che estirpavano le vigne e molti di essi soprattutto anziani e senza possibilità di perpetrare l’azienda hanno aderito a questa normativa.
Ma c’era il trucco. Quando l’Italia ha chiesto di impiantare nuovi vigneti la UE ha risposto picche concedendo pero’ ad  altre nazioni di mettere a dimora nuove vigne.
La vigente legge europea consente di spacciare come Made in Italy, marchio che e’ sinonimo di qualità  e garanzia di originalità in tutto il mondo, prodotti dozzinali e nel caso del settore eno-gastronomico anche di dubbia sicurezza igienica.
Basta ad esempio che una partita di olio (?) trasportata da un cargo che può anche somigliare a quelli dei romanzi di Conrad o di Salgari, tocchi, attenzione bene, tocchi un porto italiano per poter classificare come nostrano il contenuto delle cisterne.
Si importano decine di migliaia di tonnellate di polpa di pomodoro che viene inscatolata e venduta come italiana.
In Sicilia terra nota in tutto il mondo per i Pistacchi di Bronte mi è capitato di trovare quelli tunisini, più piccoli, secchi e senza sapore.
I prosciutti per i quali soprattutto l’Emilia Romagna e’ conosciuta ed apprezzata provengono da ogni angolo  d’Europa, pure equivoco e anche in questo caso nulla si sa della situazione sanitaria e in questo caso il business e’ enorme: pezzi pagati un euro, un euro e mezzo sono rivenduti a 20 /25 euro.
Potrei continuare purtroppo con decine di altri esempi negativi per il nostro Paese ma non voglio tediare.
Resta il fatto che una mancanza di norme sulla etichettatura e la provenienza favorisce la comparsa sul mercato di prodotti taroccati e fuori dalle nostre norme igieniche.
La quasi totale assenza dell’esecutivo nelle vertenze che riguardano le falsificazioni ad esempio dei vini e dei formaggi di maggior pregio, vanto delle nostre uniche e irripetibili produzioni che causano una perdita annuale di oltre 60 miliardi di euro, non possono che portare ad un totale sfacelo del settore agroalimentare.
Le vertenze vinte e le sentenze favorevoli ottenute ad esempio nel caso del Parmigiano Reggiano si devono alla tenacia e all’esborso di denaro del Consorzio non certo al governo.
Umberto Faedi

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Umberto Faedi

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