LA PAROLA AI PRODUTTORI

Montaribaldi vini di vigna e niente più

Quando non serve sbandierare il bio per dimostrare la propria qualità

In questo grande mondo del vino Italiano sono sempre tutti alla ricerca della differenziazione. In tutti i modi si cerca di attirare l’attenzione usando tutte le armi che il marketing e la comunicazione mettono a disposizione.

Ed è così che negli ultimi anni si sono utilizzati appellativi sulle tipologie di vino che, se inizialmente potevano avere un perché oggi stanno un po’ perdendo il senso per cui sono state create. Sono tante le aziende che specificano prima di tutto di essere Bio, oppure Biodinamiche o naturali e di aderire a protocolli particolari.

Il termine Bio è accostato ormai a tutte le Aziende anche quelle dalle produzioni massimali, il che fa abbastanza sorridere e ha spinto gli appassionati ad interrogarsi per giungere all’unica verità possibile,  cioè che l’unica distinzione sensata che si può fare oggi è quella tra vini buoni e vini cattivi.

Nella pratica poi quello che risulta evidente è che chi produce degli ottimi vini non ha bisogno di fregiarsi di etichette per “darsi un tono”. Prendiamo Montaribaldi ad esempio, una splendida realtà che produce uno dei vini più amati e importanti d’Italia, il Barbaresco.

Loro definiscono i propri prodotti come “vini di vigna” prodotti in base alle caratteristiche della vigna e nel rispetto della sua tutela e della sua salute. Argomentazioni che valgono ben più di un’etichetta come può essere quella di Bio.

Se non altro perché per condurre il vigneto alla maniera di Montaribaldi  tutte le operazioni vengono effettuate nella maniera meno invasiva possibile, nel massimo rispetto dell’ecosistema vigna.  L’inerbimento del vigneto ne testimonia la filosofia:  attraverso lo sfalcio dell’erba le erbe infestanti si trasformano in fattore positivo, garantendo l’apporto delle sostanze organiche necessarie e quei meccanismi fisiologici che nella vite determinano una riduzione della quantità in favore della qualità delle uve.

Argomenti che Montaribaldi non ha bisogno di sbandierare raccogliendoli in etichette come Bio ecc. da anteporre alla presentazione dei sui vini. Preferisce al limite spiegarli sul proprio sito Aziendale, dove è possibile informarsi in maniera capillare sulle singole operazioni in vigna e cantina anche tramite video.

Strumenti utili ad aumentare la consapevolezza degli appassionati sul lato pratico e magari, per scoprire anche che l’impiego di “solforosa” tra le informazioni più ricercate, è utilizzata da Montaribaldi in maniera veramente ridotta rispetto ai limiti consentiti.

Sforzarsi di ridurre ulteriormente questo valore solo per inseguire una classificazione non è tra gli obiettivi di Montaribaldi,  che rimangono invece quelli di produrre uve utilizzando un sistema integrato a basso impatto ambientale e tecnologico e preservarne caratteristiche e peculiarità durante la vinificazione.

Prerogative che dai fondatori Pino e Carla Taliano si sono radicate anche nei figli Luciano e Roberto che oggi  insieme alle loro famiglie  guidano l’Azienda.  Proprio con Luciano abbiamo approfondito alcuni temi:

Un’affermazione a cui tenete molto è quella di “vino di vigna” senza ricorrere alle etichette di biologico, biodinamico e naturale. Cosa significa esattamente per voi e quanto queste etichette tendono ad “imprigionare” l’espressione del vino prestandosi a facili strumenti di marketing?

Quando abbiamo pensato al concetto di “vini di vigna”, siamo partiti da un’idea tanto semplice, quanto fondamentale: il vino va fatto prevalentemente in vigna. Non perché lo diciamo io o Roberto, mio fratello, ma perché è quello che hanno fatto da sempre i nostri genitori e i nostri nonni. I vini non possono diventare buoni in cantina, le uve devono essere qualitativamente perfette e sane, diversamente non si otterranno mai buoni risultati, questi si raggiungono solamente con un lavoro attento e rispettoso in vigna. Questo implica, ovviamente, che dobbiamo amare e rispettare i nostri vigneti, lavorarli in modo coscienzioso e  tutelarne ogni aspetto, diversamente ci mancherebbe proprio il punto di partenza, la base.

Dire “biologico” ormai, a nostro avviso, significa dire poco: si tratta di una legge che risale al 1992, dire “biodinamico” o “naturale” , non essendoci nemmeno un disciplinare di riferimento, significa dire ancora meno. Sono definizioni vuote ed ecco perché non vogliamo parlare di biologico, biodinamico, naturale o qualunque altra etichetta sia di moda in questi tempi: noi ci limitiamo a lavorare nel pieno rispetto dell’ambiente che ci circonda, come hanno da sempre fatto i nostri genitori e i nostri nonni, e  i nostri clienti possono metterci la mano sul fuoco, perché noi ci mettiamo la faccia, sempre.

La famiglia è senza dubbio elemento centrale nel vostro modo di fare vino. Vicino a questa quanto sono importanti le altre figure che partecipano alla vostra attività con passione e appartenenza superando il concetto dell’essere semplicemente dipendenti?

Da quando, all’incirca una decina di anni fa, abbiamo cominciato a crescere, da subito è stato chiaro che sarebbe stato fondamentale strutturaci. Abbiamo cominciato cercando un enologo interno, poi un enotecnico, una figura che seguisse le vendite e la comunicazione e da lì abbiamo proseguito inserendo poi qualcuno che si occupasse delle lavorazioni nei vigneti, un addetto alla logistica e negli ultimi anni abbiamo inserito anche un addetto al back office. Oggi tra la nostra famiglia e i nostri collaboratori, ogni giorno, siamo in 13 e siamo in procinto di inserire altre due figure.

In tutto questo, il nostro obiettivo è stato fin da subito quello di avere un’identità ben chiara e definita: si tratta di parlare di noi, di MONTARIBALDI e dei suoi vigneti, e questa identità deve esprimersi grazie alle caratteristiche e allo stile dei nostri vini, a partire dalle barbatelle fino a quando il vino è stato versato nel bicchiere e, in tutto questo, pensiamo che la passione di ognuno di noi e di ognuno dei nostri ragazzi stia effettivamente facendo la differenza.

Ecosostenibilità come punto imprescindibile della produzione. Quanto costa questo in termini economici rispetto a scegliere soluzioni meno impegnative e più facili?

Tanto. Non solo in termini monetari (lavorare tutelando l’ambiente che ci circonda, va ad impattare per indicativamente un 40% sui costi vivi), ma soprattutto in termini di tempo ed impegno. Faccio un esempio, nel 2021 abbiamo fatto 4 trattamenti in meno rispetto alla media della zona, questo, a prima vista potrebbe essere inteso come un risparmio, ma non è proprio così,  i trattamenti, infatti non si possono saltare o ridurre a prescindere: anzitutto bisogna avere dei dati sotto mano che ci diano un quadro chiaro della situazione per capire se possiamo prenderci il rischio di tardare o meno, ma i dati vanno prima raccolti e poi analizzati.

Inoltre, se le vigne non fossero in salute e in equilibrio, non sarebbe nemmeno immaginabile di ritardare un trattamento, perché il rischio sarebbe troppo alto. Avere però vigne sane ed equilibrate non è qualcosa che si ottiene da un giorno con l’altro, è il risultato di anni di lavoro (inerbimento spontaneo permanente, tutela degli spazi di confine, agricoltura integrata, ecc. tutte attività che costano). In questo modo però siamo usciti con i nostri trattori 4 volte in meno quest’anno, utilizzando 4 volte in meno gasolio, riducendo per 4 volte l’usura dei nostri mezzi, spargendo 4 volte in meno prodotto per i trattamenti e quindi, alla fine di tutto, evitando, per 4 volte in un anno di impattare sull’ambiente che ci circonda.

Questo si riflette in maniera decisiva sulla qualità ma se dovessi spiegarlo in parole povere quali sono le azioni che permettono alle piante di esprimersi nel loro massimo?

Inerbimento spontaneo permanente, agricoltura integrata, azioni intraprese secondo la logica delle soglie d’intervento, utilizzo di vermicompost autoprodotto e tanto altro. Dovessi però veramente, dirlo in due parole, si tratta semplicemente di vivere in simbiosi con le nostre viti, di capirle da quando parte il ciclo vegetativo a quando arrivano in vendemmia.

Attraverso la conduzione del vigneto vi prendete la massima cura del territorio ma è possibile tenere al proprio ambiente anche attraverso altri progetti. Cosa ispira le vostre iniziative sul sociale?

Ad esempio, nel 2014, alla celebrazione dei primi vent’anni miei e di mio fratello alla guida di Montaribaldi, abbiamo scelto, invece di investire in festeggiamenti, di creare un cofanetto celebrativo e di donarne il ricavato in beneficienza. La scelta è ricaduta su un ente rigorosamente locale che aiuta i ragazzi in difficoltà e, nello specifico, siamo riusciti a finanziare il completo allestimento di una “stanza del sollievo”.

Il Barbaresco è uno tra i vini top della nostra viticultura,  qual è il mercato estero che registra più preferenze per questa denominazione?

Noi abbiamo effettivamente una buona presenza in termini di export: Nord America con USA e Canada, Europa con Irlanda, Belgio, Olanda, Svezia, Danimarca, Finlandia e Asia con Cina, Taiwan, Malesia e Indonesia sono tra le nostre destinazioni principali in termini di export. Tra queste, quelle dove si registra la maggior attenzione in termini di Barbaresco DOCG sono senza dubbio USA, Svezia, Olanda e Belgio.

Se la tua storia di viticultore non fosse intrecciata a quella del nebbiolo, fantasticando, in quale altro territorio è con quale vitigno ti piacerebbe avere a che fare?

Senza dubbio la Borgogna e il suo Pinot Nero… quindi, pensandoci bene, non troppo slegata dal mio amato Nebbiolo!

E cambiato il modo di comunicare il vino dopo il Covid e se si come?

E’ ancora molto difficile da dire, sicuramente nei mesi di lockdown abbiamo smesso di muoverci all’estero e si intravede solo ora una timida ripresa. In Italia il discorso è stato diverso, abbiamo sempre cercato di rimanere attivi, seppur con mille difficoltà e limitazioni, cercando di fare però tutto quanto possibile per mantenere vivi i rapporti con i nostri clienti. In tutto questo abbiamo dovuto reinventarci, ad esempio, re-inventando le degustazioni passando da quelle in presenza a quelle online.

Quello che però abbiamo avuto modo di notare è che, per una realtà come la nostra, è -e probabilmente resterà ancora per molto tempo- fondamentale il ruolo degli “intermediari”, ovvero di tutti quegli operatori di settore (siano essi importatori, enoteche, distributori, ecc) che ci scelgono e che ci aiutano poi ad avere una capillare presenza sul mercato. Realtà come la nostra, con una storia come la nostra, vanno raccontante e, sicuramente, una scheda tecnica in uno shop online non è sufficiente.

Quale pensi sia l’intervento legislativo più urgente per sostenere la viticultura  dopo gli avvenimenti di questi ultimi due anni?  

Un taglio definitivo e drastico alla burocrazia. Sono sempre più certo, soprattutto dopo un periodo come questo, che non sia più sostenibile (né tollerabile!) dover passare attraverso iter folli e tempi d’attesa inconcepibili per poter fare qualunque cosa. Intendiamoci, le regole sono fondamentali per una gestione equa e corretta di tutto il sistema che ci circonda, nonché per garantire la tutela dei consumatori e dei collaboratori tutti, ma non è possibile attendere mesi, se non più di un anno per avere risposte certe per, ad esempio, poter procedere con l’impianto di un vigneto: le risposte devono essere chiare –“sì”, “no”- e arrivare in tempi certi e celeri. Un paese come il nostro, con un patrimonio come il nostro non ha tempo da perdere in inutili lungaggini.

Bruno Fulco


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