La legge sulle autorizzazioni degli impianti vitati: effetti sul territorio e nuove modifiche

La legge sulle autorizzazioni degli impianti vitati: effetti sul territorio e nuove modifiche

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La legge sulle autorizzazioni degli impianti compie due anni. Dal 2016 ad oggi il dibattito intorno a questa normativa è sempre stato acceso. Gli ultimi dati dell’UIV, Unione Italiana Vini, raccontano di un vigneto Italia sempre più sbilanciato verso l’area Nord-Est del paese. Ma allo stesso tempo registrano l’arresto del preoccupante fenomeno, che tra il 2000 e il 2012 ha fatto registrare la perdita di ben 138.000 ettari di superficie vitata.

I dati rintracciabili nel sito dell’UIV, sono importanti soprattutto alla luce delle recenti modifiche alla legge varate dal Decreto Ministeriale del 13 febbraio scorso. La più importante di queste, è relativa alla questione della migrazione dei diritti di impianto da una regione all’altra. D’ora in poi infatti, sarà possibile esercitare i diritti di reimpianto derivanti dall’estirpazione di un vigneto su terreno gestito in regime di conduzione in un’altra regione, solo dopo 6 anni dalla data di registrazione del contratto d’affitto.

L’obiettivo è quello di limitare la migrazione dei diritti d’impianto da una regione all’altra.  Una tendenza che oltre i valori economici, va a incidere soprattutto sulle culture locali e sull’intero valore della viticultura italiana. L’indagine UIV inizia da un periodo antecedente all’entrata in vigore della legge, dimensionando lo spostamento di ubicazione del vigneto Italia. Un fenomeno su cui ha certamente inciso la legge sulla migrazione dei diritti di reimpianto, che ne ha ampliato gli effetti portando il Centro-Sud a perdere ben 18.000 ettari vitati tra il 2012 ed il 2017 e il Nord-Est a guadagnarne 17.000, mentre nello stesso periodo il Nord-Ovest ha registrato una diminuzione pari a 1.400 ettari.

Di conseguenza la nuova mappa della vite italiana prevede per il Veneto, Trentino, Alto Adige e Friuli un balzo in avanti del 7% che dal 2000 ad oggi porta la superficie vitata dal 21 al 28% con 183.000 ettari. Un incremento a scapito principalmente del sud, che nello stesso periodo registra una contrazione del 6% passando dal 50 al 44% e del centro, che diminuendo del 2% passa dal 19 al 17%.

Nel particolare dal 2012 al 2017 Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Molise e Lazio, risultano le regioni più colpite dalla perdita in ettari vitati, sommandone insieme 19.000. Le note positive per il Sud arrivano da Basilicata, Abruzzo e Campania, che nello stesso periodo grazie alla ristrutturazione dei vigneti, eseguiti ripiantando in pianura quelli espiantati in collina,  sono riuscite ad aumentare le rese portandole ai 100 quintali per ettaro.

Sintetizzando i numeri della produzione italiana, ci si accorge che il problema della regolamentazione dei diritti d’impianto non è affatto nelle rese, o almeno su queste la legge ha pesato poco. Con il 41% di produzione al Sud, il 38% del Nord-Est, il 13% del Centro e l’8% del Nord-Ovest i conti tornano. Grazie anche alla migliore conduzione dei vigneti del sud dove le rese sono passate dai 77 ai 90 quintali per ettaro e al rendimento delle altre aree, che lo hanno confermato aumentandolo in percentuale minima.

Il problema se mai è da individuarsi altrove e non è una questione numerica. Sui numeri si sa si può lavorare, si possono incrementare e indirizzare a nostro piacimento. Questo non vale però per il territorio, con la sua identità fatta del rapporto con la terra, l’interazione con la natura, le  tradizioni secolari, i mestieri  e i valori che ruotano intorno ad una vigna e all’uva.

Condizioni uniche, irripetibili e sicuramente non riproducibili altrove, che il fenomeno della migrazione dei diritti d’impianto in altre regioni, rischia di cancellare. Ed anche se la mettiamo in maniera meno poetica il discorso non cambia. Qui non si parla solamente di numeri relativi alla produzione ed al valore delle bottiglie prodotte in più, anche se in molti casi da territori oggi protagonisti dell’export.

Quella  in gioco qui è la vera ricchezza del patrimonio enologico Italiano. Con l’unica eccezione forse della Georgia, nessuna nazione come l’Italia può vantare un’ampelografia così variegata. Cosa sarebbe la viticultura italiana senza la particolarità di una Tintilia, di un Roscetto o di un Ottonese, di una Biancolella, di un Pignatello o di un Per’ e Palumm, solo per citare alcuni vitigni del centro e del sud, più sensibili al fenomeno della migrazione degli impianti.

Per non parlare del potenziale a livello economico che questi vitigni possono generare, specialmente se legati all’enoturismo. Comparto turistico capace di attrarre presenze e creare indotto in ogni territorio italiano. Una ricchezza che qualsiasi altro stato avrebbe già capitalizzato e che invece qui rischia l’estinzione.

Quello che ogni amante del vino, italiano o no oggi si può augurare, è solamente che la legge sulle autorizzazioni d’impianto nella sua evoluzione non tralasci mai questi aspetti. Si dimostrerebbe così di percorrere con criterio, la stessa direzione tracciata dalla recente legge che regolamenta l’enoturismo.

Anche perché il consumatore è volubile e quello che oggi tira al massimo sul mercato, un domani potrebbe improvvisamente stancare. La varietà rimane la grande ricchezza del vino italiano, ed insieme la sua assicurazione economica da salvaguardare. Speriamo che nessun legislatore lo dimentichi mai.

Bruno Fulco

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