Le nuove tendenze del vino d’oltreoceano per il 2018 che puntano al gusto dei millenials e forse pure al nostro

Le nuove tendenze del vino d’oltreoceano per il 2018 che puntano al gusto dei millenials e forse pure al nostro

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Inizia l’anno e con questo la nuova serie di previsioni che investono tutti gli elementi concorrenti nell’universo vino. Dalle mutazioni climatiche a che annata sarà, passando per i dati dell’export e le performance sui nuovi mercati. In questa nuova tornata di ipotesi c’è spazio anche per tentare di inquadrare i cambiamenti di gusto dei consumatori e in questo senso dalla California arriva già qualche indicazione interessante.

Ora è vero che fortunatamente, anche se il mondo è in continua evoluzione, il buon Bacco non sembra aver cambiato residenza, favorendo ancora l’Europa come culla della viticultura mondiale, però questi segnali vanno presi in considerazione per diversi motivi. Il primo di questi è che in ambito enoico, la California rappresenta il pezzo da novanta nella viticultura USA, la più produttiva alle spalle del tridente Italia, Francia e Spagna. Una voce autorevole quindi per parlare di tendenze, consumi e produzione, anche perché al di fuori della vecchia Europa a livello di marketing sono generalmente un po’ più avanti.

Inoltre è pur vero che prediligiamo stili di vinificazione diversi, ma alla fine queste tendenze finiscono per influenzare anche noi, o quantomeno il mercato USA al quale si rivolgono molti dei nostri produttori. Alla California University, tra le più interessate alla viticultura locale ed alle professionalità che si esprimeranno intorno a questa, hanno già delineato quelli che saranno i prossimi indirizzi più significativi della produzione e del rapporto vino – consumatore, ed è possibile approfondirli sul sito “Newswise”.

La prima tendenza non è poi proprio una novità perché riguarda i solfiti, al centro di interminabili ed eterni dibattiti e che tra le nuove leve dei produttori dovrebbero incontrare un impegno ancora maggiore nel limite  d’impiego. Secondo il Professore di Enologia Miguel Pedroza, il valore di questa traccia più che per i solfiti in se, è quello di rappresentare a livello più generale uno sforzo sempre maggiore nel limitare l’utilizzo di prodotti chimici. Un aspetto che potrebbe creare presto un tratto distintivo ben delineato nell’offerta di vendita al pubblico.

Sempre i nuovi e giovani produttori starebbero lavorando sulla seconda indicazione che ha a che fare con il grado zuccherino. L’intenzione è quella di indirizzarsi su vini più amabili, con un limite da individuarsi tra i 10 e i 30 grammi litro. A questo riguardo la testimonianza del Professor Pedrosa riferisce delle ricerche dei suoi studenti, intenti già da ora ad individuare vitigni in grado di poter garantire il risultato sperato. Uno di quelli su cui stanno lavorano è la Barbera, dai quali si aspettano di ottenere un rosato amabile e di facile approccio specialmente per chi si sta avvicinando al mondo del vino.

A quella dello zucchero è legata anche la tendenza sull’uso del legno, che nei vini d’oltreoceano determina a volte una presenza gustativa troppo marcata a scapito degli aspetti varietali del vitigno e della sua identità ampelografica. Per ridurre questo aspetto, si punta a lavorare meglio più sulla qualità delle uve in vigna che sull’invecchiamento. Delle nuove indicazioni quella del fattore legno è forse per noi la meno interessante come influenza sul gusto europeo. E’ già da qualche anno infatti che qui il consumatore medio ha iniziato a prendere le distanze da questa componente. Prima una delle domande più frequenti ad una degustazione era se il vino “avesse fatto legno”, attribuendogli nel caso un valore più alto a prescindere, mentre oggi fortunatamente questo è un fattore abbastanza superato.

Le preferenze si sono lentamente spostate verso vini in cui il legno si integra perfettamente, senza imporre una presenza invadente. Di contro  invece negli USA, il consumatore ha sempre ricercato una presenza marcata del legno, anche attraverso sistemi di vinificazione come le “chips”, trucioli di legno utilizzati per aromatizzare il vino. Un metodo assolutamente senza controindicazioni per il consumatore, ma di cui un liquido millenario e nobile come il vino può benissimo fare a meno. Questo aspetto ha influenzato anche molti produttori Italiani, che hanno spesso snaturato i loro vini per inseguire il gusto del mercato americano. In questo senso le nuove indicazioni fornite dalla California University sono una buona notizia per il carattere dei nostri vini, che potranno sbarcare negli “States” rappresentando semplicemente se stessi e il loro terroir.

L’ultima delle indicazioni fornite riguarda le tendenze di mercato ed i suoi protagonisti che non potevano essere altro che i Millenials. Secondo una ricerca della professoressa Marianne McGarry Wolf è a loro che sono dedicate le attenzioni maggiori, specialmente in funzione delle modalità di come questi fruiscano diversamente delle altre bevande alcoliche. La fascia più giovane di consumatori vede infatti il vino correlato al cibo, fattore che ne favorisce un consumo moderato e salutare. Anche se tra i ventenni e i trentenni il consumo di birra prevale ancora di qualche punto percentuale.

Bruno Fulco

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