Punti di Vista

Le antipatie territoriali che non giovano al vino: il caso della Doc Venezia

Forse non tutti sanno cos’è una vittoria di Pirro. Pirro, re dell’Epiro (un comprensorio territoriale che oggi si divide tra alcune aree di Albania, Grecia e Macedonia) si fregiò del vanto di aver sconfitto per ben due volte i Romani, queste vittorie però provocarono alle sue armate delle perdite a tal punto ingenti da provocare la totale disfatta del regno a seguito della Guerra Pirrica.

Questa situazione storica emblematica riflette, per certi aspetti, la decisione presa dal Consiglio di Stato riguardo all’utilizzo della Denominazione di Origine Controllata “Di Venezia” e l’Igt “delle Venezie”, infatti 4 anni fa i produttori trentini che facevano vino sotto il segno di questa indicazione (tra cui Cavit, azienda leader “delle Venezie” con un fatturato annuo di oltre 150 milioni di euro) avevano esposto a livello giuridico che le due denominazioni potessero gettare in confusione il consumatore.

I giudici hanno perciò confermato la sentenza del Tar del Lazio, in quanto tra i due marchi c’è una sufficiente distinzione fonetico-lessicale.
Questo ha portato a un’esultanza, del tutto ingiustificata, di produttori ma soprattutto di giornalisti veneti che in queste settimane si sono sbizzarriti sulle testate con frasi del tipo:”Vade retro Trentino…Trentino sconfitto” e chi più ne ha più ne metta.

Non sono un enologo, ma credo fortemente che la “Vitis vinifera” non si trovi proprio a suo agio tra canali, Baccari e gondole, perciò la denominazione “Di Venezia” certo sì assicura un’immagine romanzata del prodotto ma è totalmente fuori dalla realtà.

Era molto meglio creare un marchio “Delle Venezie” perché più chiaro e attinente in senso storico, dato che con questo termine si delinea l’antica zona di competenza della Serenissima che ha posseduto parti del Friuli e del Trentino fino alla fine del XVIII secolo.

Vogliamo quindi esultare davanti alla svendita delle nostre radici culturali? Vogliamo brindare all’ennesimo colpo basso inferto dal sistema dei “burosauri” atto solo a creare ancora più confusione?

Ma ormai i giudici si sono pronunciati e non resta che chiudere un libro e aprirne un altro.

E c’è poco da festeggiare perché per noi che triboliamo davanti a queste inezie c’è un mondo fuori dall’Italia che negli ultimi sta scoprendo sempre di più il vino: non solo assaggiandolo ma anche producendolo.

Così si apre il discorso sul Pinot Grigio anch’esso sotto questa Doc infame, sarebbe da consorziare un’unica Doc per Trentino e Veneto in modo da essere più forti per certificazioni, zonazioni e rilevamenti vari.

Il fine sarebbe quello di creare un indotto produttivo forte del giro di 150-200 milioni di bottiglie che competa con realtà emergenti che si stanno presentando sul mercato internazionale con veemenza: mi riferisco in particolare a Nuova Zelanda, Australia e Stati Uniti.

E se un tempo gli stessi latini, sconfitti da Pirro, coniarono il detto Risum abundat in ore stultorum alla lettera il riso abbonda nella bocca degli stolti, ora è la Doc Venezia che abita il cavo orale degli stolti.
Col rischio che oltre a perderci il gusto, come sempre, questa volta ci perdiamo pure il portafogli.

Giacomo Camedda


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