La parola ai produttori

L’Anima musicale dei vini Delaiti

Dall'Orchestra alla vigna sempre accompagnato dalla passione

Una bella storia dal sapore antico quella della Cantina Delaiti che rintraccia le sue origini nei primi anni del novecento.

Tutto nasce dall’incontro tra Giuseppina Borgognoni, figlia di un importante famiglia stabilitasi li dalla Francia e importante proprietaria di terre in quel di Aldeno (TR) e Gino Delaiti alle dipendenze della famiglia stessa come contadino.

Nel corso degli anni gran parte della proprietà Borgognoni passò poi in altre mani fino agli anni 80 quando Guido Delaiti uno degli eredi, partendo dalla piccola porzione che ne rimaneva inizio l’opera di recupero dei vecchi terreni della proprietà spinto dalla grande passione per la campagna e per il vino.

Inizialmente era una produzione dedicata al proprio piacere e al consumo familiare, oltre che da condividere con gli amici, ma che in seguito passata ai suoi figli ha prodotto l’impegno ad allargarsi, fino alla decisione del 2016 di imbottigliare i propri vini con l’intento deciso di perseguire la qualità.

A dare un impulso decisivo Igor Delaiti, Maestro di Musica diplomato al conservatorio e insegnante all’istituto Musicale “Antonio Vivaldi” di Bolzano, ma animato dall’ insopprimibile passione di famiglia  per il vino e per l’uva che nemmeno la sua intensa attività di concertista internazionale è riuscita a sopprimere.

Un richiamo che lo ha spinto a seguire l’attività enoica sempre più in maniera diretta.

 

L’azienda nella sua forma attuale conta su 45 ettari di vigneto tra proprietà diretta e comodato, che vengono condotti dal papà Guido insieme a suo fratello Luca.

Igor invece si diletta nelle attività di cantina con la collaborazione dell’enologo Loris Cazzanelli con l’obiettivo di capitalizzare al meglio le risorse che una natura generosa ha messo loro a disposizione. Grazie all’osservazione dell’ambiente vengono individuati in maniera  particolareggiata i tratti distintivi del territorio, arrivando ad una parcellizzazione su cui  eseguire micro vinificazioni che esprimono la migliore qualità possibile operando  un’agricoltura di tipo convenzionale.

Massima attenzione alle esigenze del singolo vigneto anche in relazione dell’aspetto climatico e minor numero possibile di interventi, per arrivare a una raccolta manuale e selezionata. In cantina si segue la stessa linea di minimo intervento, lasciando al differente uso di vasi vinari, fermentazioni diverse, affinamenti, tempi ecc.  il compito di esprimere il massimo, ma sempre attraverso l’interpretazione del terroir e senza facili scorciatoie.

Da questo lavoro nasce una gamma di vini di grande personalità come il Rondò Trentodoc che raccolglie il consenso del pubblico e degli addetti ai lavori. Con Igor Delaiti abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche opinione:

Le recenti affermazioni del Rondò 2018 prima a Londra e poi all’International Wine Trophy di Venezia contribuiscono a dare importanza a tutto il Trentodoc, che ultimamente ha guadagnato posizioni tra gli appassionati del Metodo Classico a scapito di referenze provenienti da altri territori italiani. Ponendo per scontata già da prima la qualità dei vini, a cosa è dovuta questa rimonta del Trentodoc negli ultimi anni?

Credo che il suo grande successo sia dato dal fatto di essere un prodotto molto riconoscibile per il suo carattere, per la sua capacità di esprimere le caratteristiche del territorio, quali la verticalità, la spalla acida, la mineralità, tipica dei nostri terreni, supportate da una grande eleganza e una beva armonica.

Quale fattore pensa che in passato possa aver limitato l’ascesa delle “Bollicine di montagna” nel gradimento dei consumatori?

Il fatto che altri marchi territoriali avessero una maggior visibilità.

Un vissuto umano che intreccia le sue radici tra Francia e Italia intorno al 1920, la grande esperienza professionale della musica che riempie la sua vita e poi a un certo punto cresce impetuosa la passione per il vino. Come entrano, cosa trasmettono ai vini e in cosa si trasformano tutti questi contenuti?

All’interno di ogni bottiglia si trova il vissuto e l’esperienza di chi la immagina e la crea. Nel mio caso soprattutto l’amore per la musica si traduce in una ricerca di armonia a tutto tondo, volta a rappresentare il vitigno, la vinificazione e l’affinamento, e che abbia come risultato una composizione unica e personale.

Una produzione vinicola articolata apprezzata sin dalle prime uscite e che non è solo Trentodoc. Oggi esercitare l’arte della viticoltura deve fare per forza i conti con i mercati. In questo senso, quanto è difficile effettuare scelte produttive che concilino passione ed esigenze fisiologiche Aziendali mantenendo nei vini la propria identità definita?

Non è per niente semplice, sono i problemi e le domande alle quali mi trovo di fronte costantemente nell’ultimo periodo. La difficile programmazione futura, il mercato poco chiaro. Nonostante tutto questo credo che non bisogna mai abbandonare una propria idea ben decisa e personale del vino. Può anche essere che questo non coincida con il periodo e la moda del momento, ma se si tratta di un’espressione del proprio cuore e delle proprie idee prima o poi lo sbocco viene trovato.

l’Incontro tra musica e vino cosa produce che la prima dona all’altro e viceversa e personalmente cosa regala al suo artefice?

Le prima cose importanti che produce questo incontro sono l’ispirazione e la ricerca del bello e del buono. Riuscire a sentire già dalle prime fasi delle fermentazioni il potenziale della costruzione armonica della bottiglia, dal momento che le selezioni sono quasi tutte cuvée e uvaggi.

Cosa pensa in generale della situazione degli spumanti Italiani? Prosecco a parte che fa mercato a se, le altre zone più vocate del paese possono lavorare insieme per aumentare il prestigio di questi prodotti all’estero o, è meglio procedere con politiche di “quartiere” promuovendo il proprio territorio singolarmente?

Vedo una situazione di grande sperimentazione e anche abbastanza caotica. È sicuramente una fase in cui tutti stanno spumantizzando diversi vitigni. Prima o poi si dovrà trovare uno sbocco preciso di modo da definire quali sono i vitigni che meglio rappresentano il territorio italiano, da affiancare a quelli di tradizione francese. Per quanto riguarda lavorare insieme la vedo un po’ dura perché si tratta di prodotti troppo diversi, dovuti alle grandi differenze del territorio italiano. Forse la montagna, intesa come altitudine, potrebbe essere il trait d’union tra i vari prodotti.

Dal suo punto di vista quali sono gli aspetti peggiori a cui bisogna far fronte nel sistema vino italiano in questo momento e, in quanto tempo crede che le aziende vinicole italiane possano recuperare i danni subiti negli ultimi anni?

La forte concorrenza, la disomogeneità di offerta qualitativa nel mondo della ristorazione, che si traduce in prodotti standard nella maggioranza della ristorazione italiana. Poca ricerca, poca curiosità.

Il recupero dei danni dipende da tanti fattori. Io sono nato in questa fase, sono in continua evoluzione. Credo dipenda dall’azienda, dalla sua capacità di adattarsi ai cambiamenti e alle sue strategie.

Quale crede sia il migliore aiuto, provvedimento, intervento legislativo o altro che lo stato potrebbe/dovrebbe concedere immediatamente alle aziende di settore?

Di sicuro semplicità fiscale.

È ipotizzabile pensare ad una sorta di abbinamento di tipo meditativo vino – musica e in caso quale potrebbe essere il criterio guida?

Si certo, è un abbinamento sempre possibile e in un certo senso deve essere anche un po’ guidato se si vuole trasmettere la propria idea, essendo una visione molto personale e non empirica della cosa.

Bruno Fulco

Via Vito Lucianer, 3,
38060 Aldeno TN
Telefono: 339 861 8829
https://www.cantinadelaiti.it/

info@cantinadelaiti.it

 

 

 


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