Curiosità

La Rosa di Gorizia è solo di Gorizia, altrimenti è altro

La Rosa di Gorizia è solo di Gorizia, altrimenti è altro

La Rosa di Gorizia è solo quella di Gorizia, altrimenti è tutt’altro.

La Rosa di Gorizia si è recentemente guadagnata uno spazio in alcune trasmissioni di cronaca sull’agricoltura territoriale, ed ora che è diventata famosa, rischia di venir imitata o scopiazzata, come tante altre eccellenze italiane.

E la Nazione dovrà guardarsi dalle invidie di certa gente che bazzica nella UE.

Che la nostra agricoltura sia nel mirino delle lobby multinazionali è da tempo palese che ne abbiamo prove da anni.

Sventolare la bandiera della tutela dell’ambiente, della emergenza climatica, dell’inquinamento, a favore di una “energia verde” che salverà il mondo, è gioco che fa comodo ai denigratori del cibo salutare e ai sostenitori delle cibarie alternative.

La Rosa di Gorizia è solo quella di Gorizia, il resto è truffa

La Rosa di Gorizia deve difendersi anche dalla produzione industriale che farebbe uscire tutto altro prodotto, rispetto a quello che è l’originale isontino.

Il problema della contraffazione è stato evidenziato da Carlo Brumat, uno dei rappresentanti dei produttori della vera Rosa di Gorizia, che si dicono stanchi di dover difenderne il nome dalle imitazioni.

Coltivata altrove, come ad esempio nella Bassa Friulana, è un’altra cosa.

Infatti, questo particolare radicchio si coltiva esclusivamente su orti e campi intorno alla città di Gorizia, in particolare sui terreni alluvionali posti a nord della città (S. Rocco e S. Andrea) fino alla periferia della frazione di Salcano, nei pressi dell’Isonzo.

Si tratta, come ormai è noto, di una particolare varietà locale di cicoria (Cichorium intybus della sottospecie sativum), selezionata nel corso di un paio di secoli dalle varie famiglie di contadini del Goriziano. Alcuni storici la fanno risalire addirittura alla metà dell’Anno Mille.

Il terreno ideale è di origine alluvionale ghiaioso e ricco di ferro; i semi vengono mescolati alla sabbia, (quella dell’Isonzo è la preferita), in modo da formare una massa corposa che viene poi distribuita sul terreno.

La Rosa viene seminata nel periodo compreso tra marzo e metà giugno, in luna calante.
La raccolta, effettuata a mano, cespo per cespo, con tutte le radici, avviene da fine novembre ai primi di dicembre. E per questo si è meritata l’appellativo di “Regina d’Inverno”.

La coltivazione si perfeziona con l’antico sistema della “forzatura”, che prevede si porti a compimento il processo di maturazione non in campo, ma in luoghi caldi, asciutti e bui, per una ventina di giorni.
Le piante sono così pronte per essere mondate: le foglie cresciute in campo vengono eliminate finché ne rimane solamente il cuore, attaccato a un moncherino di radice che presenta una dimensione massima di 50-60 grammi.
Con questa operazione viene eliminato fino all’80% del ceppo iniziale.

Il cuore, pieno e compatto, dalle foglie larghe e arricciate, prende così la forma di una rosa, caratterizzata da un colore rosso intenso o da un rosso con sfumature rosate a seconda del tipo di selezione effettuata.

Ma esiste anche la varietà Canarino, con fogliame di colore giallo e un gusto ancora più dolce.

Tutela del prodotto

La Rosa di Gorizia è riconosciuta come PAT (Prodotto Agroalimentare Tradizionale) della Regione Friuli Venezia Giulia.
I produttori locali sono riuniti nella “Associazione Produttori Radicchio Rosso di Gorizia, Rosa di Gorizia e Canarino”, costituita nel 2010 con l’intento di valorizzare l’unicità del prodotto, oggi disciplinata da un preciso disciplinare di produzione.

Dal 2012 è riconosciuto tra i Prodotti Agroalimentari Tradizionali Friulani e Giuliani e come presidio Slow Food.

Maura Sacher

 


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