la Romagna del Bursòn

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Si chiama Bursòn e sa di Romagna. Si parte da un nome, o meglio un soprannome, per arrivare ad un vino che è forte, maturo, adatto all’invecchiamento e assolutamente godibile. Il soprannome è quello della famiglia Longanesi che lo ha “scoperto” e che merita tutti nostri ringraziamenti. Bisogna tornare indietro nel tempo, all’inizio del XX secolo quando Antonio Longanesi acquistò una proprietà a Boncellino nella campagna vicino Bagnacavallo. Una piccola casa, con il suo forno e il porcile e una quercia su cui si arrampicava una vite che dava frutti piccoli, resistenti, irresistibili per gli uccellini. Fu quella vite, quell’unica vite, che aprì la strada al Bursòn.
Oggi i Longanesi, arrivati alla terza generazione, sfruttano al meglio quel vitigno che porta il loro nome mentre, a guardia della grande quercia, c’è ancora un Longanesi, Antonio, una “roccia” di 94 anni in ricordo di un mondo che in questa campagna piatta sembra miracolosamente essersi fermato.
La fortuna in un chicco,  un acino, quello verde  e unico, perso tra quelli neri, una sentinella che segna il tempo della vendemmia, un acino diverso, forse venuto da lontano, come dimostrano le analisi del DNA effettuate presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige  che affermano che questo vitigno non assomiglia a nessun altro finora conosciuto. Antonio Longanesi sotto la quercia
Oggi  l’ Uva Longanesi risulta iscritta nell’albo dei vigneti col numero 357 e dal 2007 è IGT.  Un consorzio, il Bagnacavallo, riunisce  i produttori della zona come I Poderi Morini che danno vita ad un Burson di grande qualità.
Ed è qui, in questa azienda ai piedi delle colline, nella campagna di Faenza che abbiamo assaggiato un altro vino di Romagna, un altro vitigno autoctono: il centesimino. Il Savignone Rosso IGT , infatti, è un altro vino che porta con sé i profumi della sua terra.  Forte, vellutato, dove si rincorrono la rosa selvatica e il melograno, dal colore intenso. Ma i Poderi Morini ci hanno sorpreso ancora e non solo con i loro vini ma per l’armonia che regna tra l’amore per la propria terra e il proprio lavoro e quello per l’arte che da qui si sprigiona e lega, in un legame indissolubile, vino e arte, artisti e territorio.
Belle le etichette delle bottiglie, create appositamente da artisti chiamati a cimentarsi con il difficile compito di rappresentare un contenuto reso prezioso dall’attesa della maturazione dei grappoli, dalla loro attenta lavorazione, dall’invecchiamento necessario.
E mentre ci lasciamo alle spalle questa campagna, la campagna del Burson e del Centesimino, dove le viti si alternano a distese di alberi da frutto in fiore,  ritrovo tutte le sensazioni dei vini assaggiati:  colori  e profumi intensi, forza e dolcezza, allegria e malinconia in un bellissimo indimenticabile missage.
Roberta Capanni

 

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