Stile e Società

La cucina tipica rischia l’estinzione

Un ironico allarme viene lanciato dalle pagine de “Il Giornale”, edizione di oggi domenica 22 giugno 2014: la buona cucina viene uccisa dal salutismo delle giovani donne. In un ampio e abbondante articolo, Camillo Langone spiega perché è arrivato a questa convinzione.

Da buon intenditore di laute tavole e misogino per sua dichiarazione, e proprio con tale affermazione inizia l’articolo, il giornalista parte dall’assunto che le donne, in particolare le giovani donne, “stanno uccidendo la cucina tradizionale”.

L’estroso scrittore, andando in giro per locali e regioni, e chiedendo ai ristoratori il “piatto più sessualmente divisivo”, ha raccolto le prove: animelle, fegatini, rognone di vitello, maiale, oca, anguilla, bolliti misti, salsicce, sono piatti “maschili”.
E pure pietanze tipiche di certe zone a clima fresco con forte tradizione nell’elaborazione di carni di vacca, bufala, cinghiale, pecora, agnello, selvaggina varia. Anche coniglio, aggiungerei io, che forse l’illustre ha dimenticato, e rincaro con trippa, sfilaccini di cavallo, rane, benché io abbia, invece, le prove dell’esistenza di molti uomini che disdegnano questi ultimi.

 

I gestori di locali tipici hanno affidato a Langone le loro lacrime: “nella morsa dell’animalismo, vegetarianesimo e dietismo”, i giovani e specialmente le donne mangiano leggero e bevono poco e stanno stravolgendo le cucine tradizionali. Arriva sempre meno clientela a cenare con un menù “rappresentativo” del loco. Persino nei locali “tipici” dell’entroterra e di quota vengono chiesti piatti di pesce, e non trota, per nominare un prodotto d’acqua dolce e di allevamento, bensì branzino, sogliola, pesce spada, crostacei.

 

Cosicché, per “l’ostracismo donnesco” le carte in tavola devono essere riscritte e gli chef, disperati, sono costretti a inserire nella carta del loro ristoro prodotti non in linea con la fama della cucina bensì in linea con le nuove tendenze al salutismo.

 

Non ha tutti i torti, lo stravagante giornalista, nonché volentieri irriverente, al di là delle provocazioni questo sta diventando il panorama.
Certo che stare al passo col moderno costa qualche sacrificio, ma io credo che l’appiattimento, il livellamento, la tendenza all’uniformità per accontentare la massa della clientela, che tra l’altro è solo potenziale, scontenti i veri amanti della cucina tipica i quali, dal mare alla montagna, esperti gastroturisti, vanno alla ricerca di locali tradizionali per gustare i cibi del posto, e se questi localini, come spesso succede, affiancano anche una pizzeria, per richiamare avventori, il potenziale batte in ritirata.

 

La specializzazione, che risulta sempre più vincente sugli eco-cibi, non dovrebbe mai essere soppiantata dalla genericità, così i piatti della tradizione non morirebbero, concedendo ci siano ancora tanti gestori con la voglia di perpetuarli.

 

L’articolista, in chiusura, riconosce che solo i “ristorantissimi” orientano la domanda e si salvano dalla “ginecocrazia omologante e sregionalizzante”. Ammesso, però, che questi ambienti stellati siano gli emblemi della regionalizzazione e della localizzazione a km zero!

A questo punto mi domando: dove sono finiti i veri maschi? I maschi più di polso e di buon palato devono per forza essere imbottiti di soldi e frequentare i “ristorantissimi”, per stoppare la libera scelta cibaria della dama, conquistandosi persino una medaglia per meriti gastro-civici?
Sono scomparsi anche dalle cucine dei ristoranti, se si fanno omologare nella composizione del menù?

Maura Sacher


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