Stile e Società

Il ritorno di Beviamoci Sud è stato un successo

La manifestazione è tornata dopo il blocco forzato incontrando di nuovo tutto l’affetto del pubblico degli appassionati romani

Quella che si è appena conclusa nelle sale dell’Hotel Villa Pamphili a Roma è stata per gli organizzatori una sorta di liberazione. Finalmente senza costrizioni Riserva Grande, Andrea Petrini e Luciano Pignataro sono riusciti ad organizzare di nuovo il grande appuntamento dedicato alla viticoltura del Sud Italia.

L’affluenza di pubblico gestita in grande sicurezza, ha dimostrato tutto l’affetto che questi vini sono sempre più capaci di suscitare tra gli appassionati. Alla viticoltura del Sud in fondo non sono mai mancate le peculiarità per aumentarne successo e gradimento di pubblico e il tempo ora sta lavorando sempre più velocemente a loro favore.

Se infatti il carico immenso di contenuti che si intreccia con la storia di questi vitigni è stato a lungo limitato da carenze strutturali comuni a tutto il meridione, è anche vero che il coraggio e la visione delle nuove leve di produttori ha saputo capitalizzare le esperienze delle generazioni precedenti, liberando il potenziale di una viticoltura che guadagna sempre più consensi anche nei mercati internazionali.

Beviamoci Sud ha cristallizzato questo momento sui banchi d’assaggio proponendone una grande fotografia. Punto forte della manifestazione come sempre gli approfondimenti distribuiti nel programma della due giorni. Ad animarli grandi Aziende e relatori di grandissimo spessore come Daniele Cernilli  decano della comunicazione enogastronomica italiana, insieme a Gabriele Gorelli primo Master of Wine Italiano di sempre.

I due hanno condotto in coppia i seminari della prima giornata promossi da Assovini Sicilia. Tema principale è stata l’identità da esprimere attraverso i vitigni autoctoni e la biodiversità, per sviluppare l’enorme potenziale attrattivo che il territorio è in grado di esercitare favorendo le attività legate al turismo e alla cultura della Sicilia.

Concetto che è stato definito come “Sicilianità”, ed espresso benissimo dai vini in degustazione, aperta dall’ottimo Grillo di Masseria del Feudo 2021 che sposa le note di agrume, zagara e salmastre, in grande freschezza arricchita da nota iodata, dal sorso di gustoso spessore che si allunga in persistenza.

Un vino dal profilo mediterraneo che ha tracciato il perimetro gustativo in cui si sono espressi  con le loro diverse personalità gli altri due Grillo, Il Mozia di Tasca d’Almerita e Lalùci di Cristo di Campobello entrambi 2021, seguiti a chiudere dai Catarratto  Midor di Gorghi Tondi e Vigna Casalj di Rapitalà della stessa annata, a completare  il quadro  di tipicità dei “Bianchi nelle terre dell’Ovest Siciliano”, focus a cui era dedicato il seminario.

Tipicità che si è espressa anche sui banchi d’assaggio rappresentando il filo conduttore dell’intera manifestazione.  Dalla stessa Sicilia tra gli altri ancora con Masseria del Feudo ed il Nero d’Avola Via Rossa di grande dinamismo e bevibilità, ai Vini del Barone di Villagrande tra cui l’Etna bianco Doc in cui impiega anche legni d’acacia per meglio esprimere la territorialità, tema che naturalmente anche le altre referenze isolane hanno rappresentato nelle loro produzioni.

Tutte le regioni presenti hanno comunque mostrato la qualità dei loro autoctoni con una moltitudine di bottiglie che per ovvi motivi è difficile menzionare esaustivamente. Dal Molise e la sua Tintilia esaltata dal Macchiarossa di Cipressi e dal Catabbo, alla Campania che da sola valeva una giornata a parte con i Fiano della Selezione di Vadiaperti, i vini di Tenuta Scuotto, il Falerno del Massico Vigna Caracci di Villa Matilde.

Oppure le tante espressioni di Aglianico un grande vitigno ancora troppo poco apprezzato, vedi Basilisco e Cantine del Notaio della Basilicata. Per la Sardegna i vini dell’Associazione Mamoja e tra i pugliesi i vini di Garofano, col Negroamaro vinificato in Rosa Girofle  o quelli di Librandi, tra i rappresentanti di una Calabria che guadagna sempre più consensi.

Anche la regione ospitante ha fatto una grande figura facendo registrare una crescita qualitativa generale per la sua viticoltura, dalle prerogative di terroir straordinarie grazie alla ricchezza dei suoli  e alle tante situazioni microclimatiche,  ma per troppo tempo prigioniera di se stessa.

Già da qualche anno sembrerebbe aver spiccato il volo e lo testimoniano i vertici qualitativi di Aziende come  Villa Simone con il Vigneto Filonardi e Merumalia, capaci di restituire al Frascati la dignità che merita una Doc di antica tradizione come questa. Ma anche gli altri vitigni come il Cesanese stanno guadagnando terreno verso l’eccellenza, tra i presenti ottimi quelli de L’Avventura della zona del Piglio. Oppure i vini di Poggio alla Meta nel frusinate, in cui lo splendido lavoro di ricerca e recupero di autoctoni destinati all’oblio come Maturano e Capolongo  completano la base ampelografica Aziendale, rappresentando l’indirizzo da seguire per puntare sull’identità territoriale.

Bruno Fulco

 

 

 

 

 

 


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