Il “free from”, moda, necessità o mercato?

Il “free from”, moda, necessità o mercato?

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Da alcuni anni tra i consumatori dilaga la preferenza di prodotti alimentari “free from”, ossia quelli che non contengono precisi ingredienti a cui vengono attribuite le cause di intolleranze od allergie o che hanno influenzato il mercato con anni di martellanti campagne contro, ad esempio l’olio di palma e gli additivi, ritenuti potenzialmente cancerogeni.

Grazie all’obbligo di dichiarare in etichetta la presenza o meno di conservanti, coloranti, grassi idrogenati, e di qualsiasi elemento allergenico, i produttori sono estremamente attenti a cosa scrivono. Ad esempio, non è infrequente leggere, per i prodotti asseriti italiani, la segnalazione di possibile presenza di tracce di allergeni quali uova o noccioline, in quanto nello stabilimento di lavorazione vengono trattate anche altre derrate, o la dichiarazione che la materia prima è esente da impieghi di Ogm o di antibiotici.

Negli ultimi anni è molto cambiata la politica degli acquisti degli italiani. I più leggono attentamente le etichette, cercano il Made in Italy e tutto ciò che ritengono “più sano”.
Che sia necessità di salute oppure moda, si è verificato un espandersi le vendite di prodotti “free from”, ossia senza glutine, senza lattosio, senza zuccheri aggiunti, senza aspartame, senza glutammato, senza additivi, coloranti, conservanti. E possiamo aggiungere le acque minerali “a basso contenuto di sodio”, tutti i prodotti “light” e senza calorie, e persino le birre senza alcol o senza lieviti come per il pane e i dolci.
E perché non aggiungere la frutta e gli ortaggi e i vini da vigneti senza anticrittogamici?

Tuttavia, i dati sul mercato di questi alimenti, analizzati gli acquisti in Italia di oltre 11 mila prodotti che vantano la scritta “senza” sull’etichetta (pari a quasi il 20% di tutti i confezionati nella grande distribuzione), rivelano che nel 2018 le vendite sono rallentate (solo +0,1%), mentre nel 2017 il successo di vendita dell’assortimento di “free from” nei supermercati e ipermercati dimostrava un incremento del 18,7%.
Già, nella grande distribuzione, ma sappiamo bene quanti specifici segmenti di vendita di prodotti “free from” sono installati in farmacie, parafarmacie, o in botteghe di altro e vario genere, anche non esclusivamente alimentare.
Persino nei negozi per animali si trovano merci che specificano il “free from”, mostrando quanto i produttori di mangimi per i nostri amici di compagnia siano attenti alla loro salute.

Ma il “free from” è davvero sinonimo di sano?
Non lo si può verificare, visto che il mercato si aggira attorno ai 10 miliardi di euro e sono cifre che scottano.
Quello che pare certo è che, dopo l’esplosione delle sacre ragioni alimentari di allergici e intolleranti, e aggiungiamo i convinti vegani, ci stiamo forse ricordando della regola delle nostre nonne “mangiare di tutto un poco”.

Lo dice anche la pubblicità di prodotti dietetici: bevete questo e quest’altro “unitamente ad un’alimentazione sana ed equilibrata e ad un giusto livello di attività fisica”.

Maura Sacher

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