Tribuna

I Fagioli di Cortale tra i Presidi Slow Food calabresi

Il comune di Cortale in provincia di Catanzaro, posto al centro del punto più stretto della Calabria e in un’area particolarmente fertile, storicamente vocata all’olivicoltura, è soprattutto rinomata per i fagioli, coltivati anche nei confinanti territori comunali di Jacurso, Maida e San Pietro a Maida.

In realtà si tratta di cinque diverse varietà di fagiolo: la reginella bianca (detta “ammalatèddha”), la reginella gialla, la cannellina bianca (o “rognonella” per la forma simile a un rene), la cocò gialla (nota anche come “limunìdu”) e la cocò bianca.

Ogni varietà ha una ricetta tipica e tempi di cottura differenti. Le superfici coltivate tutte in biologico sono limitata ad una decina di ettari complessivi.

«Di queste colture si ha notizia fin dagli anni Trenta del Novecento» spiega Alberto Carpino, referente per la Calabria dei Presìdi Slow Food, e secondo alcuni documenti anche in epoche più lontane, databili intorno alla metà dell’Ottocento. La loro produzione nel corso dei decenni è lentamente calata, a causa sia dello spopolamento sia dell’arrivo di altre varietà di fagioli.

Negli ultimi anni, però, l’amministrazione comunale di Cortale, con il sindaco agronomo Francesco Scalfaro, nel 2010 ha  riconosciuto questo legume come De.C.O. (Denominazione Comunale di Origine) e si è impegnata a potenziarne la produzione a protezione della biodiversità, con varie iniziative e infine aderendo al progetto del Presidio Slow Food come strumento di valorizzazione del territorio.

Il Progetto del Presidio Slow Food dei fagioli di Cortale, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, prevede l’adozione di macchinari che agevolano la lavorazione in tutte le sue fasi, così come un adeguato packaging per la commercializzazione del prodotto, che gli consenta di farsi riconoscere dal consumatore, affinché quella dei fagioli di Cortale sia un’attività che assicuri un reddito, invogliando anche i giovani ad investire le loro energie nel proprio territorio.

In effetti, la semina, la raccolta, la battitura e la “spulicatura”, cioè la selezione dei fagioli migliori per la futura semina, avvengono da sempre manualmente, nel rispetto di metodi artigianali tramandati da generazione in generazione, ognuno nella propria famiglia.
«Il fatto che la produzione non fosse assicurata da vere realtà economiche, ma da persone spesso anziane che coltivano queste varietà soltanto per arrotondare lo stipendio vendendo i fagioli alle fiere di paese, ha fatto sorgere in me il timore che questo patrimonio gastronomico, culturale e sociale potesse andare perduto» afferma Mariangela Costantino, referente per la biodiversità della condotta Slow Food di Lamezia Terme. «L’obiettivo è far crescere la consapevolezza del valore che hanno questa terra e questa coltivazione, e al contempo anche mettere in guardia dal rischio di perderlo».

Maura Sacher


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